La campagna pro-vax di Giuseppe Parini

Il lombardo Giuseppe Parini è quella curiosa figura di abate illuminista che incontriamo di solito tra i banchi di scuola; e non sempre risulta tra i più simpatici, con la sua scrittura ampollosa, aulica nel senso peggiore del termine e a volte difficile da interpretare. Purtroppo, non tutti gli insegnanti lo presentano nel suo aspetto che forse è quello più interessante: pur essendo, da bravo religioso cattolico, molto attento alla tradizione, Parini fu anche un alfiere della modernità, capace di introdurre nelle sue Odi temi nuovi, frutto di quello spirito della Ragione che aveva pervaso gli strati migliori delle società europee settecentesche. 

E così, tra i suoi versi, incontriamo argomenti abbastanza inediti, per la poesia del tempo: la salubrità dell’aria, la moda femminile, l’istruzione… E anche una nuova pratica che all’epoca stava spopolando nella società dei Lumi: l’innesto del vaiuolo

L’ode su questo scottante argomento fu scritta nel 1765 e dedicata al medico Giovanni Maria Bicetti de’ Buttinoni (1708-1778). Quella caldeggiata da Parini non era ancora la vaccinazione per come la conosciamo oggi, e che sarebbe stata sperimentata in Gran Bretagna da Edward Jenner solo nel 1798. Era la variolizzazione: si trattava, in pratica, di far contagiare il paziente da un soggetto che aveva contratto il vaiolo in forma lieve (Variola minor). Ora sappiamo che si trattava di un ceppo del virus a bassa letalità: chi lo contraeva aveva sintomi più leggeri di chi lo contraeva in forma standard (Variola vera, Variola haemorragica). Bolle e lesioni erano in numero inferiore, il decorso era più breve e non fatale, ma soprattutto – e questa era la cosa fondamentale – l’inoculazione con la variante più innocua della malattia forniva un’immunità nei confronti di quella grave. 

Se l’aristocrazia si fece conquistare abbastanza facilmente da quella pratica, la popolazione generale, invece, guardava al tutto con molta freddezza. Parini aveva una sua ipotesi: “sempre il novo ch’è grande, appar menzogna” – era colpa, cioè, della “falsa ragione” e della “falsa pietade”, che confondevano il volgo. Ma in realtà non c’era solo questo: la pratica in effetti rimaneva rischiosa, le persone variolizzate contraevano un vaiolo vero e proprio, che certi casi poteva risultare fatale (anche se in percentuale molto inferiore a quanto avveniva con il vaiolo “vero”). Per di più, i soggetti erano contagiosi per giorni e dovevano stare a casa e curarsi. Se i ricchi potevano permettersi di stare in isolamento, a riposo e con una buona alimentazione (tre cose consigliatissime per chi si sottoponeva alla pratica), la maggior parte dei poveri non poteva, e rischiava di dar origine a nuovi focolai della malattia che magari, passando a individui più fragili, facevano altre vittime. Insomma, la diffidenza non era solo frutto di superstizione e arretratezza (“ma tu il volgo dispregia”, dice Parini): anche i riluttanti avevano qualche ragione. Eppure, la variolizzazione fu una tappa importante per lo sviluppo della medicina moderna: per la prima volta si vide una possibile soluzione a una malattia che generava periodicamente epidemie devastanti, con una letalità del 30%, e che lasciava spesso i sopravvissuti sfigurati. 

La variolizzazione era stata scoperta in Turchia (dove era già praticata) da una donna, Lady Mary Wortley Montagu, moglie dell’ambasciatore britannico. Lei, a sua volta, la adoperò sulla figlia e convinse molti membri dell’aristocrazia inglese a fare altrettanto. Pian piano, l’inoculazione si fece strada nel mondo illuminista, diventando una pratica da VIP: a Napoli anche Ferdinando III di Borbone scelse di farsi inoculare. Tra gli italiani, grandi sostenitori ne furono Cesare Beccaria, Pietro Verri e Antonio Genovesi (mentre, negli Stati Uniti la propagandarono personaggi del calibro di Benjamin Franklin). Eppure, c’erano anche parecchi detrattori. 

In breve si delinearono due schieramenti: da una parte, coloro che vedevano nella variolizzazione una nuova forma di lotta alle malattie, dall’altra, coloro che manifestavano un certo disagio all’idea di intervenire su persone sane, andando a turbare il supposto ordine naturale delle cose. Intervenendo nel dibattito, Voltaire scriveva: 

Si dice che gli inglesi sono dei pazzi furiosi: pazzi perché danno il vaiolo ai loro bambini per impedir loro di averlo, e furiosi perché trasmettono con serenità di cure a questi bambini una malattia orribile e certa, in vista di un male incerto. D’altra parte, gli inglesi dicono: “Gli altri europei sono deboli e snaturati: deboli perché temono un piccolo male per i loro bambini; snaturati perché li espongono a morire di vaiolo in futuro. 

Parini aderì al primo schieramento: nella sua Ode, paragona Bicetti de’ Buttinoni ai grandi conquistatori, al “Genovese” (Cristoforo Colombo) che aveva mostrato per la prima volta l’America agli europei; vede già la sua testa circondata di alloro, i giovani salvati dalla variolizzazione pronti a creargli corone di querce e mirto… 

Bicetti era medico a Treviglio, all’epoca. In occasione dell’epidemia del 1765 cominciò a usare la tecnica della variolizzazione. Su di essa scrisse alcune relazioni e le indirizzò ai più celebri medici italiani. Raccolse poi i suoi scritti in un opuscolo intitolato Osservazioni sopra alcuni innesti di vaiuolo, la cui stampa fu curata proprio da Parini: l’ode, mandata al medico per un parere preliminare, venne inclusa al fondo del testo. 

In termini moderni, potremmo dire che Parini usò il suo ruolo di influencer per fare una sorta di pubblicità progresso, sostenendo una pratica che cominciava a dare risultati positivi e apriva la strada alla medicina preventiva. 

Trent’anni dopo, nel 1798, Edward Jenner scoprirà la vaccinazione, che ridurrà i rischi legati all’inoculazione e risolverà il problema della generazione di nuovi focolai. 

Vi lasciamo con i versi di Giuseppe Parini (tratti da Wikisource), che testimoniano l’entusiasmo di tanti intellettuali del Settecento per quella per questa pratica ancora pionieristica. 

 

L’innesto del vaiuolo
Giuseppe Parini

Al dottore Giammaria Bicetti De’ Buttinoni

O Genovese ove ne vai? qual raggio
Brilla di speme su le audaci antenne?
Non temi oimè le penne
Non anco esperte degli ignoti venti?
Qual ti affida coraggio
All’intentato piano
De lo immenso oceano?
Senti le beffe dell’Europa, senti
Come deride i tuoi sperati eventi.

Ma tu il vulgo dispregia. Erra chi dice,
Che natura ponesse all’uom confine
Di vaste acque marine,
Se gli diè mente onde lor freno imporre:
E dall’alta pendice
Insegnolli a guidare
I gran tronchi sul mare,
E in poderoso canape raccorre
I venti, onde su l’acque ardito scorre.

Così l’eroe nocchier pensa, ed abbatte
I paventati d’Ercole pilastri;
Saluta novelli astri;
E di nuove tempeste ode il ruggito.
Veggon le stupefatte
Genti dell’orbe ascoso
Lo stranier portentoso.
Ei riede; e mostra i suoi tesori ardito
All’Europa, che il beffa ancor sul lito.

Più dell’oro, Bicetti, all’Uomo è cara
Questa del viver suo lunga speranza:
Più dell’oro possanza
Sopra gli animi umani ha la bellezza.
E pur la turba ignara
Or condanna il cimento,
Or resiste all’evento
Di chi ’l doppio tesor le reca; e sprezza
I novi mondi al prisco mondo avvezza.

Come biada orgogliosa in campo estivo,
Cresce di santi abbracciamenti il frutto.
Ringiovanisce tutto
Nell’aspetto de’ figli il caro padre;
E dentro al cor giulivo
Contemplando la speme
De le sue ore estreme,
Già cultori apparecchia artieri e squadre
A la patria d’eroi famosa madre.

Crescete o pargoletti: un dì sarete
Tu forte appoggio de le patrie mura,
E tu soave cura,
E lusinghevol’ esca ai casti cori.
Ma, oh dio, qual falce miete
De la ridente messe
Le sì dolci promesse?
O quai d’atroce grandine furori
Ne sfregiano il bel verde e i primi fiori?

Fra le tenere membra orribil siede
Tacito seme: e d’improvviso il desta
Una furia funesta
De la stirpe degli uomini flagello.
Urta al di dentro, e fiede
Con lièvito mortale;
E la macchina frale
O al tutto abbatte, o le rapisce il bello,
Quasi a statua d’eroe rival scarpello.

Tutti la furia indomita vorace
Tutti una volta assale ai più verd’anni:
E le strida e gli affanni
Dai tugurj conduce a’ regj tetti;
E con la man rapace
Ne le tombe condensa
Prole d’uomini immensa.
Sfugge taluno è vero ai guardi infetti;
Ma palpitando peggior fato aspetti.

Oh miseri! che val di medic’arte
Nè studj oprar nè farmachi nè mani?
Tutti i sudor son vani
Quando il morbo nemico è su la porta;
E vigor gli comparte
De la sorpresa salma
La non perfetta calma.
Oh debil’ arte, oh mal secura scorta,
Che il male attendi, e no ’l previeni accorta!

Già non l’attende in orïente il folto
Popol che noi chiamiam barbaro e rude;
Ma sagace delude
Il fiero inevitabile demòne.
Poichè il buon punto ha colto
Onde il mostro conquida,
Coraggioso lo sfida;
E lo astrigne ad usar ne la tenzone
L’armi, che ottuse tra le man gli pone.

Del regnante velen spontaneo elegge
Quel ch’è men tristo; e macolar ne suole
La ben amata prole,
Che non più recidiva in salvo torna.
Però d’umano gregge
Va Pechino coperto;
E di femmineo merto
Tesoreggia il Circasso, e i chiostri adorna
Ove la Dea di Cipri orba soggiorna.

O Montegù, qual peregrina nave,
Barbare terre misurando e mari,
E di popoli varj
Diseppellendo antiqui regni e vasti,
E a noi tornando grave
Di strana gemma e d’auro,
Portò sì gran tesauro,
Che a pareggiare non che a vincer basti
Quel, che tu dall’Eussino a noi recasti?

Rise l’Anglia la Francia Italia rise
Al rammentar del favoloso Innesto:
E il giudizio molesto
De la falsa ragione incontro alzosse.
In van l’effetto arrise
A le imprese tentate;
Chè la falsa pietate
Contro al suo bene e contro al ver si mosse,
E di lamento femminile armosse.

Ben fur preste a raccor gl’infausti doni
Che, attraversando l’oceàno aprico,
Lor condusse Americo;
E ad ambe man li trangugiaron pronte.
De’ lacerati troni
Gli avanzi sanguinosi,
E i frutti velenosi
Strinser gioiendo; e da lo stesso fonte
De la vita succhiar spasimi ed onte.

Tal del folle mortal tale è la sorte:
Contra ragione or di natura abusa;
Or di ragion mal usa
Contra natura che i suoi don gli porge.
Questa a schifar la morte
Insegnò madre amante
A un popolo ignorante;
E il popol colto, che tropp’alto scorge,
Contro ai consigli di tal madre insorge.

Sempre il novo, ch’è grande, appar menzogna,
Mio Bicetti, al volgar debile ingegno:
Ma imperturbato il regno
De’ saggi dietro all’utile s’ostina.
Minaccia nè vergogna
No ’l frena, no ’l rimove;
Prove accumula a prove;
Del popolare error l’idol rovina,
E la salute ai posteri destina.

Così l’Anglia la Francia Italia vide
Drappel di saggi contro al vulgo armarse.
Lor zelo indomit’ arse,
E di popolo in popolo s’accese.
Contro all’armi omicide
Non più debole e nudo;
Ma sotto a certo scudo
Il tenero garzon cauto discese,
E il fato inesorabile sorprese.

Tu sull’orme di quelli ardito corri
Tu pur, Bicetti; e di combatter tenta
La pietà violenta
Che a le Insubriche madri il core implica.
L’umanità soccorri;
Spregia l’ingiusto soglio
Ove s’arman d’orgoglio
La superstizïon del ver nemica,
E l’ostinata folle scola antica.

Quanta parte maggior d’almi nipoti
Coltiverà nostri felici campi!
E quanta fia che avvampi
D’industria in pace o di coraggio in guerra!
Quanta i soavi moti
Propagherà d’amore,
E desterà il languore
Del pigro Imene, che infecondo or erra
Contro all’util comun di terra in terra!

Le giovinette con le man di rosa
Idalio mirto coglieranno un giorno:
All’alta quercia intorno
I giovinetti fronde coglieranno;
E a la tua chioma annosa,
Cui per doppio decoro
Già circonda l’alloro,
Intrecceran ghirlande, e canteranno:
Questi a morte ne tolse o a lungo danno.

Tale il nobile plettro infra le dita
Mi profeteggia armonïoso e dolce,
Nobil plettro che molce
Il duro sasso dell’umana mente;
E da lunge lo invita
Con lusinghevol suono
Verso il ver, verso il buono;
Nè mai con laude bestemmiò nocente
O il falso in trono o la viltà potente.

One thought on “La campagna pro-vax di Giuseppe Parini

  • 21 Maggio 2021 in 15:17
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    Molto interessante. Personalmente credo che tradizione e modernità possano andare a braccetto molto più spesso di quello che si crede.

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