Biossido di titanio nelle mascherine: le verità scientifiche dietro la disinformazione

articolo di Tommaso Pacini, chimico, specialista in chimica forense e dello sport

La pubblicazione di notizie dai titoli e toni sensazionalistici ha spesso lo scopo di interessare il lettore e di indurlo all’accesso a siti web con conseguente condivisione di link ed aumento dei proventi derivati dalle inserzioni pubblicitarie (clickbaiting). Il fenomeno può arrivare a rappresentare una vera e propria piaga in un mondo in cui la rete riveste il ruolo di principale mezzo di informazione. [1]

Le notizie pubblicate sono solite riferirsi a argomenti di ogni tipo, ma nella maggior parte dei casi sono legate a tendenze di attualità, così da suscitare interesse nel maggior numero di persone possibile. In particolare, nel caso della trattazione di temi a carattere scientifico, i fruitori dell’informazione non sono liberi di poter accedere a fonti verificate, cadendo spesso vittima di fake news, cioè di notizie totalmente o parzialmente inventate che diventano dannose quando riguardano argomenti delicati come la salute pubblica.

La conferma di queste affermazioni è riscontrabile nella vita di tutti i giorni: domande e questioni ci vengono poste da colleghi, amici, parenti o conoscenti con cui spesso ci si trova a parlare e a confrontarsi. Esse rilevano difficoltà nel distinguere notizie reali da notizie scientificamente dimostrabili.

Nel presente articolo discuto un caso particolare che mi è sembrato rilevante: riguarda una questione sollevatami poche settimane fa e a cui mi sono alacremente prodigato a rispondere, cercando quante più informazioni possibili da fonti scientificamente attendibili.

SI trattava di verificare un’allarmante notizia pubblicata in diversi siti che, sfruttando modalità non propriamente corrette, hanno riportato indicazioni “certe” riguardo una correlazione tra il biossido di titanio contenuto nelle mascherine, con particolare enfasi sulla sua presunta elevata concentrazione nelle mascherine chirurgiche, con la conseguente insorgenza di non meglio specificati tipi di cancro.

Per meglio comprendere la portata della disinformazione scientifica, ritengo interessante riportare di seguito alcuni titoli di articoli online:

Mascherine, allarme Adiconsum: grandi quantità di biossido di titanio”- Biossido di titanio cancerogeno nella maggior parte delle mascherine analizzate, la denuncia di Adiconsum Veneto”- Biossido di titanio nel 70% delle mascherine. La denuncia di Adiconsum” – Mascherine con titanio, l’allarme di Adiconsum”,

Questi titoli sono puramente esemplificativi, tuttavia è sufficiente eseguire una rapida ricerca per parole chiave in un qualsiasi motore di ricerca per rendersi conto della moltitudine di siti che riportano la stessa notizia con toni più o meno allarmati. Il fenomeno è aggravato dalla condivisione da parte di profili social caratterizzati da un elevatissimo numero di contatti. Il problema diventa più rilevante nel momento in cui, per effetto di questa rapida propagazione della notizia, non si riesca più a risalire alla fonte originaria della stessa, rendendo molto complessa la verifica dei riferimenti.

Il mio intento  non è tanto quello di fornire un parere sulla correlazione tra cancro e biossido di titanio, ancora oggetto di studio da parte della comunità scientifica, quanto di riportare informazioni scientificamente corrette, in modo da  condurre il lettore ad una interpretrazione realistica della questione. Sarà utile un riepilogo della vicenda.

Il 21 ottobre scorso l’Associazione per la difesa dei consumatori e dell’ambiente (ADICONSUM) di Verona aveva pubblicato sul proprio sito i risultati di test effettuati su alcune mascherine: il 70% dei campioni analizzati aveva mostrato la presenza di concentrazione di biossido di titanio variabile, da 100 mg/Kg fino a 2000 mg/Kg, o ppm.[2]

Alcuni responsabili di Adiconsum Veneto in un’intervista al TG RAI Regione del Veneto linkato sul sito di Adiconsum Verona, riportando i dati rilevati, non si sono mai espressi su eventuali danni alla salute derivati da biossido di titanio, focalizzandosi sulla necessità di informare i consumatori della presenza di questo composto inorganico nelle mascherine.[2]

Il primo elemento di disinformazione riguarda il tono del titolo degli articoli: la modalità di presentazione fornisce la falsa convinzione che alte quantità di biossido di titanio siano presenti nel 70% delle mascherine in commercio. Il dettaglio che spesso non viene menzionato , oppure che viene riportato senza la dovuta enfasi, è il che il campione analizzato non è rappresentativo della totalità delle mascherine in commercio, ma solamente di quelle sequestrate dalla Guardia di Finanza di Padova poiché prive della documentazione necessaria alla loro distribuzione.

A prescindere da questo primo dato, è interessante analizzare anche successive affermazioni.

Ecco alcuni esempi di titoli reperibili in rete:

Biossido di titanio cancerogeno nella maggior parte delle mascherine analizzate.” – Il biossido di titanio è un composto chimico che si presenta sotto forma di polvere cristallina incolore, è stato definito dallo IARC come “Possibile cancerogeno per l’uomo” quando inalato.”

Dalla prima affermazione si potrebbe dedurre che la cancerogenicità del biossido di titanio presente nelle mascherine sia comprovata oltre ogni dubbio. Non è vero. La seconda, al contrario, non è del tutto falsa, ma può essere fuorviante, perché l’articolo non menziona i criteri attraverso i quali l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) classifica le sostanze in base al loro possibile ruolo nello sviluppo di neoplasie.

Tra i diversi compiti che spettano alla IARC, infatti, particolare rilevanza riveste la classificazione dei composti chimici in base alla loro possibile cancerogenicità. Per farlo, è necessario basarsi su prove scientifiche che correlino l’assunzione di una determinata sostanza, per via inalatoria, orale o dermica, al potenziale sviluppo di tumori nell’organismo umano. I dati sperimentali in questo campo, sono spesso difficili da confermare, e gli studi riguardo la cancerogenicità di una molecola possono durare molti anni, visto che, per loro stessa natura, le neoplasie impiegano tempo per svilupparsi e spesso sono condizionate da una combinazione di fattori non sempre facilmente riconoscibili e correttamente interpretabili.

La classificazione effettuata dalla IARC permette di suddividere le sostanze chimiche in tre grandi gruppi:

Gruppo 1: sostanze cancerogene accertate per l’uomo.

Gruppo 2: sostanze potenzialmente cancerogene per l’uomo. Questo gruppo contiene due sottogruppi, il gruppo 2A, sostanze probabilmente cancerogene, ed il gruppo 2B, sostanze possibilmente cancerogene.

Gruppo 3: sostanze non classificabili come cancerogene per l’uomo.

Il flusso di prove che porta alla definizione di una classe di cancerogenicità viene schematizzato di seguito. Lo si trova nella monografia IARC per la classificazione del rischio. [3]

Nel dettaglio è possibile affermare che la classificazione IARC è basata su tre tipologie di evidenze:

    • Evidenza di cancerogenicità nell’uomo;
    • Evidenza di cancerogenicità negli animali oggetto di studio;
    •  Evidenza del meccanismo di cancerogenicità.

Al fine di rimanere particolarmente attenti quando si tratta di valutare il rischio di una sostanza chimica, basti pensare che una sufficiente prova di cancerogenicità negli animali può condurre alla classificazione della stessa come cancerogena anche in assenza di prove evidenti nell’uomo.[3]

Il biossido di titanio rappresenta uno dei composti più abbondanti sulla superficie terrestre ed uno dei più utilizzati, grazie alla sua capacità di riflettere i raggi ultravioletti. Questa proprietà è sfruttata per fabbricare prodotti commerciali, come inchiostri, vernici, farmaci, cosmetici e creme solari, tanto che la produzione annua è stimata in 3800-7800 tonnellate solamente negli Stati Uniti. [4] [5] [6]

Anche grazie alla sua enorme diffusione, il biossido di titanio, specialmente in forma di nanoparticelle con un diametro medio di 200-300 nm, è stato oggetto di numerosi studi. Disponiamo di un gran numero di dati riguardanti la sua eventuale tossicità. Nel dettaglio, la forma nanoparticellare di biossido di titanio rappresenta la più studiata non solo perché è la più utilizzata – ad una più piccola dimensione delle particelle corrisponde infatti un maggiore indice rifrazione e di conseguenza migliori caratteristiche industriali – ma anche perché potenzialmente è la forma più pericolosa, perché più facilmente assorbibile da parte dell’organismo. In tanti studi svolti negli anni non è stato possibile trovare una vera e propria correlazione tra l’assunzione di alte dosi di biossido di titanio per via orale o inalatoria e lo sviluppo di neoplasie nell’uomo. [7] [8] [9]

La classificazione del biossido di titanio da parte della IARC come possibile cancerogeno appartenente alla classe 2B è legata ad alcuni studi nei quali una dose molto elevata dello stesso veniva somministrata in maniera cronica a topi o ratti – fatto che avrebbe condotto all’insorgenza di neoplasie riconducibili all’assunzione per ingestione prolungata di grandi quantità del composto.[10] [11]

Oltre al fatto di essere caratterizzati da dosi di esposizione estremamente elevate e difficilmente raggiungibili nella vita di tutti giorni, questi studi mostrano anche differenze nella tendenza allo sviluppo delle neoplasie indotte nelle specie testate (ratti e topi), fatto che potrebbe anche essere collegato più ad un effetto delle nanoparticelle in quanto tali che non al biossido di titanio in particolare.

L’inserimento nel gruppo di cancerogenicità 2B, proposta dalla IARC per il biossido di titanio, in conclusione, è avvenuta sulla base di limitate e discordanti osservazioni sugli animali, non confermate da dati sull’uomo, come previsto dalla già citata monografia IARC per la classificazione del rischio carcinogenico.[3]

C’è anche da considerare che la classificazione IARC è una assai stringente; a tal proposito basti pensare che anche prodotti come l’Aloe vera sono inclusi nella stessa categoria di rischio IARC (la 2B).[12]

Inoltre, la tossicità di un qualsiasi elemento dipende spesso dalla dose a cui un organismo biologico è esposto. Per esempio, uno studio del 2017 condotto dall’Istituto nazionale francese par la ricerca agronomica ha dimostrato che nei ratti la somministrazione giornaliera di 10 mg/kg di biossido di titanio nei cibi è in grado di generare lesioni preneoplastiche intestinali. [13] Si tratta però di concentrazioni di gran lunga maggiori di quelle che potrebbero essere assorbite tramite l’utilizzo di indumenti, mascherine o vernici contenenti questo composto come additivo.

Uno studio del 2012 effettuato dallo Swiss Federal Laboratories for Materials Science and Technology di  San Gallo (Svizzera) ha dimostrato invece che il biossido di titanio, presente in diversi indumenti ad una concentrazione tra 2153 mg/kg e 7149 mg/kg, nella maggior parte dei casi rilasciava quantità appena rilevabili di biossido di titanio nell’ambiente; il tutto dopo ben dieci cicli di lavaggio e di risciacquo in lavatrice a 40°C per 30 minuti a ciclo. C’è da notare che queste quantità erano assai maggiori di quelle rinvenute all’interno delle mascherine sequestrate, che si attestano intorno a valori di 100-2000 mg/kg.

Resta dunque difficile ipotizzare che il biossido di titanio felle mascherine possa essere rilasciato dalle stesse in quantità tali da rivelarsi dannose a lungo termine per la salute di chi le usa.

Taluni hanno affermato che la Francia avrebbe vietato la commercializzazione di prodotti che contengono biossido di titanio. Posta in questo modo, l’affermazione sembrerebbe indicare che in quel Paese i prodotti contenenti il composto incriminato siano stati completamente ritirati dal mercato: nella realtà dei fatti, la Francia ne ha solo vietato l’utilizzo nei cibi e non nelle vernici, negli inchiostri o nelle creme solari, che poi sono i campi di applicazione più diffusi.[14]

D’altra parte l’efficacia delle mascherine come protezione contro la diffusione del SARS-Cov-2 è stata largamente provata da numerosi studi sia sull’uomo che su modelli sperimentali animali. [15] Appare perciò confermato che le mascherine costituiscono una barriera efficace che deve essere utilizzata da tutti al fine di minimizzare la diffusione del virus, senza che ciò comporti alcun rischio significativo per la presenza della sostanza trovata in quantità assolutamente minime in alcune occasioni isolate.

SI pensi inoltre che, per motivi culturali e sociali, in molte zone dell’Asia la mascherina viene largamente utilizzata da molti anni senza che questo fatto abbia mostrato un effetto sull’incidenza dei tumori ai polmoni in quelle aree  rispetto al resto della popolazione mondiale.[16]

Lo schema qui di seguito riporta i dati raccolti della IARC nel 2018, con riferimento ad incidenza e mortalità del cancro ai polmoni.[17]

È facilmente osservabile come l’incidenza del cancro ai polmoni sia assolutamente comparabile in Asia orientale, in Europa occidentale ed in America settentrionale. Il dato di incidenza e mortalità è standardizzato per età della popolazione presa in considerazione.

Insomma, ciò che appare degno di fiducia in periodi di incertezza come quello in cui stiamo vivendo, è che il diritto ad una corretta e completa interpretazione dell’informazione scientifica debba essere garantito a tutti e che la corretta divulgazione rappresenta sempre di più un dovere da parte di chi ha la possibilità di discernere tra informazioni utili e disinformazioni dannose.

L’utilizzo delle mascherine è fondamentale e rappresenta, perlomeno fino alla distribuzione del vaccino o alla scoperta di un farmaco efficace l’unica arma che abbiamo a disposizione per contrastare la pandemia di coronavirus. La possibile presenza di biossido di titanio nelle concentrazioni rilevate non dovrebbe quindi in nessun modo essere considerato un limite alla diffusione dell’utilizzo delle mascherine.

Bibliografia

[1] https://www.demopolis.it/?p=5771

[2] https://adiconsumverona.it/titanio-cancerogeno-nelle-mascherine-la-denuncia-di-adiconsum-veneto/

[3] IARC Monographs on the Identification of Carcinogenic Hazards to Humans, PREAMBLE Lyon, France Amended January 2019.

[4] Buettner, K.M. and Valentine, A.M. (2011). Bioinorganic chemistry of titanium. Chemical Reviews 112 (3): 1863–1881.

[5] Baan, R. et al. (2006). Carcinogenicity of carbon black, titanium dioxide, and talc. The Lancet Oncology 7 (4): 295–296.

[6] Hendren, C.O. et al. (2011). Estimating production data for five engineered nanomaterials as a basis for exposure assessment. Environmental Science & Technology 45 (7): 2562–2569.

[7] Boffetta, P. et al. (2004): Mortality among workers employed in the titanium dioxide production industry in Europe, Cancer Causes Control. 15, 697-706.

[8] Ellis, E.D. et al. (2010): Mortality among titanium dioxide workers at three DuPont plants, Journal of Occupational and Environmental Medicine. 52(3), 303-9.

[9] Ellis, E.D. et al. (2013): Occupational exposure and mortality among workers at three titanium dioxide plants, American Journal of Industrial Medicine 56, 282-291.

[10] U. Heinreich, R. Fuhst, S. Rittinghause et al., Chronic inhalation exposure of Wistar rats and two different strains of mice to diesel engine exhaust, carbon black and titanium dioxide, Inhalation Toxicology, vol. 7, pp. 533–556, 1995.

[11] Y. M. Jeon, S. K. Park, and M. Y. Lee, Toxicoproteomic identification of TiO2 nanoparticle-induced protein expression changes in mouse brain, Animal Cells and Systems, vol. 15, no. 2, pp. 107–114, 2011.

[12] Bettini et Al., Food-grade TiO2 impairs intestinal and systemic immune homeostasis, initiates preneoplastic lesions and promotes aberrant crypt development in the rat colon, Scientifica reports, 2016.

[13] France bans Titanium Dioxide in food products by January 2020, Xavier Audran, Report. USDA Foreign Agricultural service, Global agricultural information report, 05 March 2019

[14] Jasper Fuk-Woo Chan, et Al. Surgical Mask Partition Reduces the Risk of Noncontact Transmission in a Golden Syrian Hamster Model for Coronavirus Disease 2019 (COVID-19), Clinical Infectious Diseases, 28 May 2020

[15] Barta JA, et al. Global Epidemiology of Lung Cancer. Annals of Global Health. 2019; 85(1): 8, 1–16. DOI: https://doi.org/10.5334/aogh.2419

[16] Ahmedin Jemal, Lindsey Torre, Isabelle Soerjomataram, Freddie Bray, The Cancer Atlas, Third Edition, International Agency for Research on Cancer, American Cancer Society.

[17] IARC monographs on the identification of carcinogenic hazards to humans, International Agency for Research on Cancer, WHO, 2020, https://monographs.iarc.fr/list-of-classifications/

Immagine in evidenza: nanoparticelle di biossido di titanio, by Vladimir SilantevCC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

5 thoughts on “Biossido di titanio nelle mascherine: le verità scientifiche dietro la disinformazione

  • 16 Febbraio 2021 in 13:35
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    il problema si aggira molto facilmente usando una atomizzazione di monossido di diidrogeno ( DHMO ) A temperatura di 7/10 C° sulla faccia prima di indossare le mascherine …

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  • 7 Aprile 2021 in 19:04
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    Il problema più grave è l’allergia al titanio e i biossidi di titanio. Il sottoscritto è una delle rare persone che da circa 20 anni è costretto a leggere tutte le composizioni dei prodotti e farmaci con E171, ( biossido di titanio) perché allergico. Chissà perché in Francia è stato vietato da quest’anno l’uso nei prodotti alimentari.

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  • 10 Aprile 2021 in 20:02
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    Mai messa una volta all’aperto… ed anche al chiuso cerco di indossarla il meno possibile.
    Alla faccia di chi vuole impedirmi di respirare.

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  • 8 Maggio 2021 in 16:29
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    Nell’attesa di capire se è quanto ossido di titanio provoca il cancro….qualcuno sa dove si possono acquistare le mascherine chirurgiche obbligatorie sul posto di lavoro, senza ossido di titanio? Grazie

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  • 9 Maggio 2021 in 19:46
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    Cara Anna Maria, le mascherine chirurgiche col marchio CE, FFP2, di norma vendute nei negozi Sanitari nelle immediate vicinanze degli Ospedali, spesso addirittura interni, sono le meno insicure, per quanto riguarda il contenuto in biossido di titanio. Le società non sono a tuttoggi obbligate e dichiarare che sono esenti. Costano più delle altre, ovviamente. Buona fortuna.

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