Il mistero dei monoliti

Articolo di Marco Morocutti

Il 20 novembre di quest’anno già sufficientemente famoso per altre vicende, gli organi di stampa riportano una curiosa notizia: in una zona desertica, sita in un’area protetta nello stato dello Utah, è comparso dal nulla un misterioso “monolito”, avvistato il 18 novembre.

Scoperto durante una perlustrazione dell’Ente per la gestione della fauna selvatica dello Utah, l’oggetto si rivela bello e inquietante, a leggere le descrizioni e osservare le poche fotografie disponibili. È alto tre metri ed ha la superficie di metallo lucido. È un prisma a sezione triangolare; la sua evidente origine artificiale dà vita ad uno splendido contrasto con le rocce rosse irregolari e frastagliate che circondano il punto ove sorge. Sarebbe però più preciso dire “ove sorgeva”, perché il 27 novembre, dopo soli 10 giorni dal primo avvistamento, così come era apparso l’oggetto è misteriosamente scomparso.

“Misteriosamente” per modo di dire: gli autori della rimozione hanno postato su TikTok il video dell’operazione, giustificandola con ragioni legate alla protezione della natura (l’afflusso di curiosi avrebbe potuto danneggiare l’ecosistema del luogo). Adesso, al posto del monolito scomparso, qualcuno ha posto una piccola piramide.

Ma chi l’ha messo lì, in primo luogo? Non si sa. Le autorità locali, nel tentativo di evitare che la zona (protetta e selvaggia) venisse pericolosamente invasa da comitive di curiosi, avevano scelto di non comunicare la posizione esatta del manufatto. Ma nonostante le difficoltà alcuni investigatori sono riusciti a localizzare il punto esatto e a postare le coordinate su Reddit, rendendo vana la volontà di protezione dei luoghi, come mostrano le immagini dei veicoli dei curiosi che si sono recati ad osservare il monolito. Che, ad essere precisi, non era neppure un monolito (o monolite, come scrivono alcuni). Il termine indicherebbe infatti un oggetto costituito tutto d’un pezzo, mentre il nostro manufatto era formato da tre pesanti lamiere unite fra loro e da una base triangolare, come mostrano le rare fotografie di ciò che è rimasto dopo la rimozione. Il materiale è stato descritto come alluminio, ma verosimilmente si trattava invece di acciaio inox, ben più adatto a conservare l’aspetto lucido dopo un lungo periodo di permanenza all’aperto.

Perché parlo di lungo periodo? Perché una volta nota la posizione, lo specialista investigativo olandese Nouska du Saar, utilizzando le immagini dei satelliti per osservazione terrestre Maxar, ha potuto determinare quando l’oggetto è stato installato: in una data imprecisata fra il 7 luglio e il 21 ottobre 2016. Perciò, incredibilmente, il monolito è restato virtualmente visibile ed esposto all’aperto per circa 4 anni prima di essere casualmente scoperto.

Com’è intuibile, la vicenda ha presto ricordato il celebre Monolito Nero di 2001 Odissea nello Spazio, il manufatto alieno responsabile dell’evoluzione degli antichi primati in Homo sapiens e della successiva spinta della specie umana verso l’esplorazione di altri mondi. In realtà la somiglianza è solo superficiale: quello del film è nero, è un parallelepipedo (quello dello Utah è invece un prisma a base triangolare) e oltretutto, almeno nel libro, ha proporzioni precise: 1:4:9. Differenze notevoli, insomma.

Ma chi ne è l’autore? Una delle ipotesi che sono circolate riguarda un artista locale, John McCracken (1934-2011), che viveva nella zona desertica del sudovest dello Stato e aveva espresso l’intenzione di lasciare un’opera artistica nel deserto. Inoltre, secondo il gallerista newyorkese David Zwirner, il monolito sarebbe pressoché identico ad altre opere realizzate da McCracken. Dal canto suo, invece, la Utah Film Commission ha dichiarato che, per quanto noto, nessuna produzione cinematografica aveva realizzato o abbandonato un simile oggetto (si era ipotizzato un legame con la serie Westworld, girata in quelle regioni).

Essendo deceduto cinque anni prima della posa, McCracken potrebbe però non essere l’autore del monolito. Si è quindi pensato ad una possibile iniziativa di altri per omaggiare l’artista, e dare così seguito alla volontà di lasciare un segno nel deserto.

Proprio ieri, il 4 dicembre, un artista – forse un collettivo – specializzato in performances eclatanti come la scritta Hollyweed sulle colline della California, ha sostanzialmente rivendicato la paternità dell’opera. Il gruppo si firma MAAS (The Most Famous Artist) e sul suo sito web ora offre monoliti alieni in vendita al modico prezzo di 45.000 dollari. Va detto, però, che non esiste alcuna prova che siano stati proprio loro: gli artisti hanno affermato di non poter confermare né negare, a causa della natura illegale dell’installazione. Potrebbe essere quindi un’ulteriore provocazione, una burla nella burla.

Sta di fatto che pochi giorni dopo la rimozione, all’inizio di dicembre, è stata data notizia dell’esistenza di un secondo monolito, simile ma non uguale, posto in un’area archeologica sui monti Carpazi, in Romania. Pare addirittura che l’oggetto fosse stato presente fin dal 26 novembre, perciò mentre il suo omologo nello Utah si trovava ancora ben saldo sul terreno del Bears Ears National Monument.

Ma già martedì 1 dicembre i giornali hanno riportato che anche il secondo monolito è scomparso.

In più, il 3 dicembre, la CNN ha pubblicato la notizia di un terzo monolito in California (Pine Mountain), rimosso poi da un gruppo estremista protestante e rimpiazzato da una croce in legno. E intanto ne è spuntato pure un quarto in Italia a Lanuvio, sui Colli Albani. A cui si aggiungono ulteriori segnalazioni fresche di agenzia: ulteriori monoliti sarebbero comparsi in Francia, Texas, Michigan.

Perciò, cosa sta succedendo? C’è una regia comune? Si tratta di una operazione a scopo pubblicitario? Non lo sappiamo. La mia opinione è che dopo la scoperta del primo oggetto, possa aver preso corpo l’idea di emulare quanto accaduto in Utah realizzando e collocando altri manufatti simili in diverse parti del mondo. Qualsiasi atto in tal senso avrebbe sicuramente ricevuto l’attenzione dei media e quindi del pubblico, con il conseguente appagamento dovuto alla celebrità (anche se anonima) per gli autori del gesto.

L’idea di disseminare oggetti sorprendenti in vari luoghi e – come diceva la canzone – “vedere di nascosto l’effetto che fa” non è affatto nuova. Mi vengono in mente ad esempio le papere di plastica gialla disperse involontariamente in mare, ma poi goliardicamente collocate e fotografate in vari luoghi, oppure le statue commemorative di eventi mai successi di Joseph Reginella. Oppure, come gesto totalmente volontario, la famosa vicenda delle teste di Modigliani. Nel 1984 vennero ritrovate in un canale di Livorno, il Fosso Mediceo, quelle che sembravano essere a tutti gli effetti tre sculture inedite attribuibili all’artista Amedeo Modigliani, di cui in quell’anno ricorreva il centenario della nascita. L’episodio fece grande scalpore anche perché gli esperti della Soprintendenza di Pisa dichiararono autentiche le opere, ma in seguito si seppe che una di esse era stata realizzata da tre studenti livornesi, e le altre due da un ventinovenne portuale nonché promettente artista.

Ma voglio citare per ultima quella che credo possa essere la similitudine più pertinente: la vicenda dei cerchi nel grano, o crop circles. Si tratta come è noto di disegni realizzati principalmente nei campi di grano ad opera di avventurosi artisti, mossi da variegate intenzioni. Il fenomeno ha avuto origine nell’Inghilterra meridionale negli anni 80 e si è diffuso successivamente in altre parti del mondo, compresa l’Italia. Si conosce l’identità degli autori dei primi disegni, i famosi Doug Bower e Dave Chorley. Si conoscono le squadre e i relativi leader che hanno realizzato molte altre formazioni (termine impiegato per indicare i disegni). È noto a chi ci segue abitualmente come il nostro Francesco Grassi, uno dei soci effettivi del CICAP, sia considerato uno dei massimi esperti (razionali) riguardo alla complessa storia e alla sorprendente tecnica di creazione dei cerchi, nonché il leader delle squadre che hanno realizzato alcune fra le migliori opere italiane di questo genere. Imprese a cui, incidentalmente, ho partecipato anch’io.

Fra i mille esempi di crop circles inglesi mi piace ricordare il celebre “Arecibo Reply”: un disegno apparso nel 2001 nei pressi del radiotelescopio di Chilbolton, che raffigurava quella che voleva sembrare una risposta aliena al messaggio inviato nel Cosmo dai radioastronomi del progetto SETI utilizzando il famoso radiotelescopio di Arecibo – purtroppo collassato proprio in questi giorni. Nonostante la conclamata incoerenza ed impossibilità di una tale attribuzione, l’episodio fece breccia nelle suggestioni di molti appassionati, che ritennero (e forse ritengono ancora) veritiera l’origine aliena del disegno. Il quale fu invece opera di geniali ed intraprendenti artisti, appartenenti alla stessa specie biologica di coloro che avevano inviato verso le stelle il messaggio originale: Homo sapiens.

Credo quindi che potremmo assistere ad un’evoluzione della vicenda dei monoliti che potrebbe ricalcare ciò che è avvenuto con i cerchi nel grano. Vi potrebbe essere una diffusa emulazione del fenomeno, con monoliti che compaiono in ogni dove. Le forme potrebbero forse mutare verso altre fattezze sorprendenti ed intriganti. Come è accaduto per i crop circles, anche qui potremmo sentire chi dichiarerà “autentici” alcuni monoliti, mentre altri saranno considerati fasulli. Con l’analoga difficoltà di comprendere cosa significhi realmente che un manufatto è autentico: realizzato dagli alieni? Da qualche divinità? Da forze naturali sconosciute? Da intriganti complotti occulti? E anche qui vi sarebbero “esperti” pronti a fornire incredibili prove ed interpretazioni per ciascuna di queste ipotesi. Potremo magari assistere a conferenze dove improbabili relatori dibatterebbero sulle misteriose proprietà fisiche o spirituali dei monoliti.

Però l’idea che vi siano artisti che realizzano grandi opere, senza rivelare di esserne gli autori, proponendo al pubblico qualcosa di intrigante, di mai visto prima, resta comunque una bella idea. Qualcosa che può divertire, far pensare, o anche far sognare: perché no? Forse non avremo mai la certezza su chi abbia realizzato i vari monoliti sparsi per il mondo; oppure la vicenda potrebbe in breve tempo sgonfiarsi: chi può prevederlo? Certo è che l’ingegno e la creatività sembrano talvolta non avere limiti, finiscono spesso per stupirci e arricchiscono la nostra vita.

Fotografia di Patrick A. Mackie da Wikipedia, licenza CC BY-SA 4.0

4 thoughts on “Il mistero dei monoliti

  • 5 Dicembre 2020 in 12:22
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    In tutta questa vicenda quello che trovo preoccupante è la bravata del gruppo di fanatici che ha distrutto il monolite californiano: se fosse un sintomo isolato della situazione negli USA non gli darei particolare peso, ma associato alla presenza sui social di frange dal linguaggio sempre più violento e minaccioso – aizzati spesso da un ex-presidente che pensa solo ai propri interessi – non mi sembrano annunciare tempi tranquilli, né per gli americani né per altri paesi che “importano” le loro narrazioni deliranti.

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  • 6 Dicembre 2020 in 11:31
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    Piacere di rileggerTi, simpaticissimo Marco. Ma quand’è che un Ente Statale affidabile sentirà il dovere di analizzare questi, o qualunque altro, presunto manufatto Alieno per poterne trovare, almeno uno, fatto di metalli o minerali assenti dal nostro Pianeta?

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    • 14 Dicembre 2020 in 22:59
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      Mah, qui l’ipotesi aliena è più che altro una suggestione, a quanto leggo, se non una facile citazione “colta” giornalistica per via del film di Kubrik. Ci sono ben altre situazioni in cui ufologi e affini sono più propensi ad attribuire una origine aliena ai fatti. A me la vicenda sembra collocata su un piano più neutro che non quello dei presunti reperti alieni.
      Poi è chiaro che non si può mai dire come potrebbero evolversi fatti del genere, come dico nell’articolo.

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