I segreti dei Serial Killer: Leonarda Cianciulli

L’immagine di copertina è tratta da “Mostri Italiani”, a cura di Michele Mordente (Stampa Alternativa, 1999), ed è utilizzata su gentile concessione dell’autore.

Le donne che uccidono, in particolare se sono madri, vengono spesso sottovalutate. Sono antichi stereotipi quelli che disegnano l’immagine delle donne incapaci di gesti efferati e crudeli, e le statistiche sembrano in parte confermare questa idea: le donne serial killer sono circa dieci volte meno degli uomini, e l’arma statisticamente più frequente è il veleno, che dà la falsa idea di una morte dolce, non cruenta, per certi versi “pulita”, a differenza della più maschile arma da taglio. In realtà, la morte per avvelenamento può essere tra le più strazianti e può celare un’immensa dose di sadismo: cosa c’è di più crudele dell’accudire sorridendo la propria vittima, quando in realtà si è la causa delle sue terribili sofferenze?

Tante sono le avvelenatrici nella storia, tra le più feroci ricordiamo Anna Zwanziger, serial killer tedesca condannata a morte per decapitazione nel 1811, dopo un numero imprecisato di omicidi e tentati omicidi. Per Anna, il veleno era diventato un compagno di vita, il suo migliore amico, sempre pronto a vendicare i torti subiti.[1]

Le donne seriali hanno mediamente una carriera criminale più lunga, circa otto anni (rispetto a una media maschile di appena quattro)[2] forse proprio perché sono più difficilmente sospettabili, hanno spesso una vita più regolare e inserita nella società rispetto agli uomini che uccidono. Sono più organizzate e solitamente scelgono le loro vittime tra chi è loro vicino: familiari e amici, più che perfetti sconosciuti. Il movente è associato spesso alla vendetta e al tornaconto personale.

In Italia, il caso di Leonarda Cianciulli, che riempì le pagine dei giornali del secondo dopoguerra, è diventato per certi versi il prototipo della serial killer donna, pur essendo un caso per molti aspetti atipico.

Leonarda, il Diavolo in persona

L’Italia del Ventennio aveva subito una rigida censura della cronaca nera: dopo il caso irrisolto del Mostro di Roma, che ha colpito tra il 1924 e il 1926, le direttive di Mussolini erano di non dare eccessivo risalto alle “storiacce” di sangue.[3] Nell’immediato dopoguerra, le storie di delitti potevano tornare a riempire i quotidiani, e ci fu l’imbarazzo della scelta: il caso di Rina Fort, la “Belva di via San Gregorio” con la sua sciarpa gialla portata al processo, oppure la affascinante contessa Bellentani, che uccise l’amante a un ballo di gala, erano casi di indubbio interesse.

Ma la Cianciulli era un’altra cosa. La Cianciulli era descritta come il diavolo in persona.

Leonarda, chiamata anche Norina o Nardina, nasce il 14 aprile del 1894 in provincia di Avellino, a Montella. Ha molti fratelli; alcune fonti riportano il fatto che lei fosse frutto di uno stupro, ma si tratta di una voce senza fondamento. Di sicuro ha amato suo padre, che perde durante l’adolescenza, e ha avuto un rapporto difficilissimo con sua madre. La giovane Norina non è particolarmente bella, ma è affascinante e sensuale, e usa questo suo carisma per attirare e manipolare le persone a suo piacimento. Si diverte a fare piccoli furti e truffe, come la volta in cui si finge infermiera, subito dopo la grande Guerra, presentandosi ai coniugi Clemente e dicendo che loro figlio, disperso in combattimento, sarebbe vivo. Cerca di convincerli a darle del denaro, che lei avrebbe fatto poi avere al figlio redivivo.[4]

Si sposa nel 1917 con Raffaele Pansardi, in aperta ostilità con la madre che aveva scelto per lei un altro uomo. Nelle sue memorie, i Quaderni di un’anima amareggiata, Leonarda racconterà che sarà questo il momento in cui la madre le lancia una maledizione, nella quale lei dice di credere fermamente: avrà solo sventure durante il matrimonio, e i suoi figli moriranno. La maledizione sembra fare effetto: Leonarda perde ben 13 figli, tra aborti spontanei e morti premature. Sono solo quattro i figli che riusciranno a scampare alla morte infantile: Giuseppe, Bernardo, Biagio e Norma.

Nardina prova per i suoi ragazzi un affetto smisurato; la perizia che farà su di lei il professor Saporito parlerà di “elefantiasi della maternità” e lei stessa si paragonerà alla dea Teti, madre protettiva di Achille, perché anche lei avrebbe voluto rendere invulnerabili i suoi figli.[5]

Dopo il terremoto dell’Irpinia del 1930 la famiglia Pansardi affronta un grosso cambiamento: si trasferiscono a Correggio per cominciare una nuova vita. Leonarda è una donna risoluta, che non si perde d’animo, e in breve tempo diventa un punto di riferimento per le donne della cittadina. Avvia un piccolo commercio di abiti usati, è una donna simpatica e carismatica, ha sempre un consiglio per tutte le sue clienti che diventano anche amiche.

Le prime persone scomparse

Un giorno del 1940, qualcosa di strano succede nella tranquilla Correggio: Albertina Fanti, una maestra elementare, non riceve da un po’ notizie di sua cognata, a cui vuole molto bene, Virginia Cacioppo.

A prendere sul serio le preoccupazioni della donna, che si mostra assolutamente certa che alla cognata sia accaduto qualcosa di strano e che in paese diverrà nota come “la poliziotta”, è Federico Serrao, della Questura di Reggio Emilia. Serrao nota che la Cacioppo non è la sola donna di Correggio a non dare notizie di sé da tempo: tra il ‘39 e il ’40 ce ne sono state altre due, Faustina Setti e Francesca Clementina Soavi. Altra cosa strana: tutte e tre le donne avrebbero dovuto partire per diverse destinazioni, cambiando radicalmente vita e vendendo i loro beni a Correggio, ma non hanno più dato loro notizie. Le donne erano sole, senza famiglia né figli. Virginia e Francesca erano vedove. La Setti aveva avuto un figlio fuori dal matrimonio, Arrigo, ma il ragazzo era morto diversi anni prima. Presentano, insomma, quelle che oggi chiameremmo delle caratteristiche vittimologiche estremamente precise, molto simili tra di loro. Erano tutte tra i cinquanta e i settant’anni, un’età considerata piuttosto avanzata all’epoca. E anche se Serrao non lo sapeva ancora, tutte e tre avevano ancora sogni da realizzare.

Virginia aveva avuto un passato da cantante lirica in Sudamerica, e in paese si diceva che avesse accettato un posto nella segreteria di un teatro a Firenze, nella speranza di avere un’audizione. Faustina era stata notata da molti quando, ben vestita, truccata e fresca di parrucchiere, si era preparata per un viaggio a Suzzara, dove avrebbe dovuto conoscere un vedovo benestante. Francesca aveva avuto un’offerta a Pola, in un collegio: “vado a tener dietro dei bambini” aveva detto.[6]

Un’altra cosa accomuna le tre scomparse: Leonarda Cianciulli. La sua ex domestica, Ardilia, riferisce che tutte e tre avevano avuto contatti con lei prima di sparire e le avevano affidato i loro beni.

Gli indizi si accumulano, così come le testimonianze, e le autorità mettono sotto pressione Leonarda. Si trovano in casa Pansardi diversi oggetti compromettenti, ad esempio orecchini appartenuti alla Cacioppo con alcune piccole macchie scure. La Cianciulli inizialmente nega tutto, poi ammette qualcosa. Dopo diversi interrogatori, Leonarda cede: le ha uccise. Tutte e tre. Racconta di colpi di scure alla testa per la Cacioppo e la Soavi, poi afferma di aver strangolato la Setti. Dice di aver smembrato i corpi e di averli sciolti nel suo pentolone, con la soda caustica, per poi farne saponette. Le ha convinte ad affidare a lei i loro beni, e ha promesso loro una nuova vita. Inizialmente chiama in causa come complici Abelardo Spinabelli, il droghiere, e un altro uomo del paese, Aristide Sacchetti. Entrambi vengono però scagionati, e a quel punto si formulano accuse nei confronti del figlio prediletto, Giuseppe. Di fronte allo spettro del carcere per il suo Peppino, Leonarda ribadisce fermamente: le ha uccise solo lei, a colpi di scure. Ma l’avrebbe fatto per amore di madre.

Allo psichiatra Filippo Saporito, incaricato della stesura della sua perizia, racconta che la maledizione materna continuava a perseguitarla con presagi di morte. In un sogno, la Madonna avrebbe detto a Leonarda che il solo modo per salvare i suoi quattro figli sarebbe stato un sacrificio umano: quattro vite in cambio di quelle dei ragazzi. In seguito Leonarda avrebbe addirittura affermato che il suo intento era far rinascere le donne uccise con le arti magiche, facendole riemergere dal calderone di nuovo vive, di nuovo giovani. L’incantesimo non sarebbe riuscito solo per via delle maldicenze nei suoi confronti in paese, che avrebbero impedito alla magia di funzionare. La perizia viene fatta nel manicomio di Aversa, tra il ’41 e il ’43. Grazie a Saporito, la Corte d’Assise di Reggio Emilia riconosce la seminfermità mentale.

Il processo e la condanna

Il processo a Leonarda e a Giuseppe inizia solo nel ’46, dopo la fine della guerra. È in questo periodo che Nardina dà massimo sfogo alla sua indole teatrale e melodrammatica raccontando dei delitti, degli aborti, della sua vita infelice, del suo unico amore, i figli. I giornali non si fanno sfuggire nessun dettaglio di questa storia incredibile: scrivono della Saponificatrice, della strega, della maga col calderone. Di lei si dice che abbia la coda, che abbia chiesto e avuto il cadavere di un barbone che avrebbe smembrato in quindici minuti, dimostrando così di non aver avuto bisogno di Giuseppe per il depezzamento dei corpi, episodio in realtà mai avvenuto. Leonarda racconta di aver tratto ispirazione per i delitti da episodi biblici e dell’Iliade, dai romanzi polizieschi americani, come Il mistero della Quinta strada.[7] Parla di dolcetti a base di cioccolato e sangue delle vittime, di ossa polverizzate nelle torte preparate per le amiche.

In realtà molte cose non tornano: Peppino ha spedito alcune cartoline che dovevano risultare inviate dalle vittime, ad esempio recandosi apposta a Pola. La quantità di soda caustica che sostiene di aver usato Leonarda per sciogliere i corpi è del tutto insufficiente per saponificare le vittime: ci deve essere stato un occultamento dei cadaveri, probabilmente nel solaio e in seguito da qualche parte all’esterno della casa.[8] Un altro punto forte dell’accusa è il movente dei delitti: niente Madonna, niente riti di salvezza, ma semplice tornaconto economico. Gli omicidi hanno reso una discreta somma alla Saponificatrice, oltre 100.000 lire, per via delle procure per la gestione dei beni che le donne avevano dato a Leonarda, e grazie ai gioielli e vestiti che le avevano consegnato. L’accusa sottolinea poi l’evidente voglia di riscatto sociale di Nardina, il suo disperato desiderio di fare una vita agiata, da signora.

In realtà, Leonarda sembra davvero lanciare un incantesimo durante il suo processo: molti studiosi hanno notato che gli indizi che contraddicono il suo racconto non vengono considerati più di tanto. Il marito Raffaele, incomprensibilmente, non viene indagato, come se fosse invisibile. Ai gravi indizi a carico di Giuseppe non viene dato un peso adeguato, i vaneggiamenti di Leonarda vengono presi sul serio.

Nel dibattimento si parla di stregoneria, di riti arcaici: sembra davvero un processo a una strega. Si mescolano rimandi alla tragedia greca, a Teti, alla Bibbia e al tema del sacrificio dell’innocente. Si parla del sovvertimento delle leggi di natura; Leonarda è chiamata “Petiot in gonnella”, un rimando a un serial killer francese ghigliottinato nel 1946[9]. Lei rievoca l’infanzia difficile, parla della sua terribile madre; racconta di aver assistito da piccola a una sparatoria in cui ci fu un morto, episodio che la traumatizzò.[10] Il suo aspetto banale e ordinario, da massaia, contrasta in modo impressionante con i crimini di cui si è macchiata.

Inoltre, la Cianciulli si ostina ad addossarsi ogni responsabilità:

“Mio figlio è innocente! Torturatemi, fatemi a pezzi se volete, ma io lo ripeterò fino alla morte che ho fatto tutto da sola, perché la verità è questa. Giuseppe è innocente, sono io il mostro, io la strega, io la Saponificatrice…”[11]

Il fascino di Leonarda riesce a farle ottenere ciò che vuole anche stavolta. Giuseppe, in primo grado, viene assolto per mancanza di prove, Leonarda condannata a trent’anni di carcere, più tre di manicomio. Nel ’48, le viene confermata la condanna, ma Giuseppe viene di nuovo assolto, stavolta per non aver commesso il fatto. Leonarda esplode di felicità, abbraccia stretto il suo Peppino in lacrime.[12]

In realtà la Saponificatrice passerà il resto della sua vita in manicomio, tra quello di Aversa, in cura dal dottor Saporito, e quello di Pozzuoli. In istituto continua ad essere quella di sempre: carismatica, amica e confidente di tutte, sempre in prima fila quando c’è da accogliere una personalità importante che viene in visita. Nessuna delle sue compagne si è mai però azzardata ad assaggiare i dolcetti preparati da lei. C’è un’ultima leggenda che la riguarda, l’ennesima. Avrebbe detto alle altre detenute: “sarò libera nel 1970”, anno che corrisponde a quello della sua morte per emorragia cerebrale, nel manicomio di Pozzuoli.[13] La zona del correggese è rimasta segnata dalla vicenda della Saponificatrice, tanto che col passare del tempo è diventata una figura quasi mitica. In paese non è raro sentire le madri che dicono ai loro bambini:

mangia tutte le verdure e vai a letto presto, altrimenti arriva la Cianciulli!

Note

[1] M. Newton, Dizionario dei serial killer, Newton Compton, Roma 2004, pp.360-361.

[2] V. Mastronardi, R. De Luca, I serial killer, Newton Compton, Roma 2006, pp. 524-525.

[3] M. Newton, Dizionario dei serial killer, Newton Compton, Roma 2004, pp. 111-112.

[4] B.Bracco, La Saponificatrice di Correggio, Il Mulino, Bologna 2018, pp. 30-31.

[5] F. Sanvitale, V. Mastronardi, Leonarda Cianciulli, la Saponificatrice, Armando editore, Roma 2010, pp. 105-107.

[6] Ibidem, pp. 17-30.

[7] V. Mastronardi, R. De Luca, I serial killer, Newton Compton, Roma 2006, p. 567.

[8] V. Mastronardi, F. Sanvitale, Leonarda Cianciulli. La Saponificatrice, Armando editore, Roma 2010, pp. 174-178.

[9] M. Newton, Dizionario dei serial killer, Newton Compton, Roma 2005, p. 268.

[10]V. Mastronardi, F. Sanvitale, Leonarda Cianciulli. La Saponificatrice, Armando editore, Roma 2010, p.223.

[11]Ibidem, p. 225.

[12] B. Bracco, La Saponificatrice di Correggio, Il Mulino, Bologna 2018, pp.126-127.

[13] C. Tani, Assassine, Mondadori, Milano, 1999.

3 pensieri riguardo “I segreti dei Serial Killer: Leonarda Cianciulli

  • 18 Novembre 2020 in 18:33
    Permalink

    Ricordo anche una citazione in un film di Totò. Tra l’altro, molti riferimenti e battute in quei film erano legati all’attualità o alla storia recente, e oggi non sono facilmente decifrabili.

    Rispondi
  • 25 Novembre 2020 in 11:25
    Permalink

    Cara Marianna, 1) Federico Serrao era un Poliziotto al di sopra della norma. Senza il suo intervento tempestivo ne avrebbe ammazzate altre. E, forse, altri. 2) Per l’ epoca fu sicuramente una “fortuna” che Leonarda abbia agito in una piccola città. Se fosse andata a vivere Roma o a Milano assai probabilmente sarebbe stata presa anni e delitti più tardi. 3) sulla efficacia delle maledizioni, in particolare di quelle tra Genitori e Figli, spero si sia tutti d’ accordo che non è possibile fare uno studio scientifico, ovvero randomizzato, policentrico ed in doppio cieco. In mancanza, prevalgono opinioni che non possono essere classificate come scientifiche, o, almeno, suffragate da studi scientifici. Anche quella che non siano mai efficaci in nessun caso e che si tratti di sopravvivenza (superstizione) di idee superate dalla Storia e dalla Scienza. 4) Se non lo hai già fatto, studia quel poco di certo che abbiamo su Giulia Tofana e Giovanna Bonanno. Erano altri tempi, pur se si arriva quasi all’ Illuminismo. Per loro la commistione con Stregoneria e riti satanici fu, secondo le leggi dell’ epoca, accertata.

    Rispondi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *