L’uccisione di Kitty Genovese: un caso di effetto spettatore?

È morta di polmonite Sophia Farrar, 92 anni. A lei il New York Times ha dedicato un lungo necrologio. Difficile che il suo nome possa suonare già noto, ma potrebbe esserlo quello di un’altra donna la cui storia è legata a lei: Kitty Genovese. La sua vicenda, infatti, si intreccia con quella di un delitto efferato, a pagine e pagine di studi psicologici, facili morali e articoli di cronaca un po’ troppo disinvolti.

È la notte del 13 marzo 1964. La ventottenne Catherine Susan Genovese, membro di una famiglia middle-class italoamericana, gestisce un bar a Hollis, nei Queens di New York. Verso le tre e un quarto del mattino, chiuso il locale, la donna prende l’auto per tornare da Mary Ann, sua socia in affari, con cui convive. Non arriverà mai a casa. A circa trenta metri dal portone di ingresso, viene raggiunta da uomo che la pugnala alla schiena con un coltello da caccia. Kitty urla, qualcuno si affaccia a una finestra e intima all’aggressore di lasciarla. La donna, ferita, si trascina verso l’entrata posteriore dell’edificio. L’uomo si allontana, ma torna alla carica pochi minuti dopo, raggiungendola per la seconda volta. La accoltella di nuovo, la violenta, le ruba 49 dollari e la lascia lì a morire. 

Cinque giorni dopo l’omicidio un certo Winston Moseley viene fermato per un altro reato: nell’interrogatorio, confessa l’omicidio di Sophia Farrar e altre due aggressioni a scopo sessuale, fornendo, a riprova, particolari noti solo agli inquirenti. Verrà condannato alla pena di morte (commutata poi in ergastolo) e morirà in prigione nel 2016.

L’ennesimo delitto terribile, ma soltanto in apparenza simile a tanti altri. In realtà fu segnato da parecchie particolarità. Portarlo a termine richiese parecchio tempo, l’aggressore tornò presso la sua vittima dopo averla ferita, e poi, non ultimo, vi fu il fatto che fosse accaduto in un luogo pubblico, dove in tanti potevano sentire o vedere quanto stava accadendo… A farlo entrare nel dibattito pubblico contribuirono le inchieste del New York Times. La notizia apparve infatti il giorno dopo nelle pagine interne, quelle di cronaca, ma soltanto il 27 marzo in prima pagina, con un articolo a firma di Martin Gansberg. L’articolo, che riceverà anche diversi premi di qualità, si apriva così:

Per oltre mezz’ora 38 bravi cittadini, rispettosi della legge, sono rimasti a guardare un assassino che inseguiva e accoltellava, in tre diverse aggressioni, una donna a Kew Gardens. Per due volte le loro voci e le luci alle finestre l’hanno interrotto e messo in fuga. Per due volte è tornato, l’ha aggredita e l’ha accoltellata di nuovo. Non una di queste persone ha telefonato alla polizia durante il delitto.

L’articolo scatenò un acceso dibattito sull’indifferenza dei testimoni, sulla mancanza di empatia e sull’alienazione dei rapporti umani nelle grandi città. Una discussione che contribuì alla creazione del 911 – il numero telefonico unico per le emergenze negli Stati Uniti – e alla pubblicazione di diversi studi sui meccanismi psicologici dietro la vicenda. Era nato l’effetto bystander (anche noto, appunto, come “effetto Genovese”), descritto per la prima volta nel 1968 da Bibb Latané e John Darley sul Journal of Personality and Social Psychology. I due ricercatori, stimolati dal dibattito sul delitto, individuarono diversi fattori in grado di influire sulla decisione di portare aiuto o meno a una persona in difficoltà: la comprensione della situazione, la rischiosità dell’azione, il giudizio sull’individuo da soccorrere, la relazione tra spettatore e vittima, la presenza di altre persone sulla scena… Lo fecero compiendo diversi esperimenti in cui si simulava una situazione di emergenza, in circostanze naturalmente assai diverse dall’aggressione di Kitty Genovese. Le loro ricerche furono pubblicate nel volume del 1970 The unresponsibe bystander: Why doesn’t he help? 

Dopo Latané e Darley la ricerca sull’effetto spettatore è proseguita negli anni, e quindi possiamo dire che, sì, in alcune circostanze è possibile che i testimoni di un evento (che sia un reato, un’emergenza, una richiesta di auto o qualche altro episodio) non intervengano: comprendere quali fattori influenzano questa scelta può aiutare a mettere in atto politiche per combattere la passività (l’effetto bystander, ad esempio, sembra abbastanza influenzato dalla coesione sociale), o per tarare campagne di sensibilizzazione sul tema.

Al contempo, però,  è anche opportuno dire che l’articolo del New York Times da cui era partita la discussione pubblica conteneva diverse imprecisioni, per non dire vere e proprie falsità. Così, le diverse aggressioni contro la giovane erano state due e non tre, i testimoni non erano 38 ma una decina e nessuno di loro aveva assistito alla scena per intero. Molti non avevano probabilmente nemmeno compreso la situazione, mentre altri – cosa non messa ben in evidenza dal giornale – si erano dati da fare e avevano telefonato alla polizia. Questi errori, tuttavia, più che spiegarci qualcosa sull’effetto spettatore mostrano la volontà del giornalista di trasformare l’episodio in qualcosa di altamente notiziabile. 

Per capire in modo corretto il legame fra il delitto Genovese e la nascita dell’effetto spettatore anche il fatto che una parte dei testimoni del delitto Genovese potesse non aver compreso la richiesta di soccorso va ricontestualizzato e ipotizzato con grande prudenza. Questo perché proprio uno degli esperimenti condotti dai padri dell’effetto spettatore, Latenè e Darley, dimostrò che le persone agiscono o meno a seconda che pensino vi sia qualcun altro sia presente alla scena di un evento, oppure che invece ritengano di essere soli e che quindi possa toccare a loro intervenire. Sulla base di quest’ultima convinzione, le persone possono, ad esempio, interpretare in modo differente lo stesso stimolo sonoro. Esempio: se si sentono rumori di un  litigio in una stanza accanto e si ritiene di aver capito che sono prodotti soltanto da bambini presenti nel locale, allora è plausibile che non si intervenga. Ma, al contrario, se si ritiene che nella camera vicina ci sia anche un adulto, allora lo stesso “litigio” (lo stesso stimolo) sarà letto come “vero”. 

Comunque sia, è a questo punto che nella storia entra in scena Sophia Farrar, vicina di casa di Kitty. È falso, infatti, che nessuno si curò della sorte dell’aggredita, come raccontò invece la stampa del tempo (e non solo il New York Times: la rivista Life parlò ad esempio della Dying Girl That No One Helped, la “ragazza morente che nessuno aiutò”). La sfortunata ventottenne morì proprio fra le braccia di Sophia Farrar mentre quest’ultima cercava di rassicurarla sul fatto che l’ambulanza sarebbe arrivata al più presto.

L’azione empatica e misericordiosa della Farrar scomparve dalle cronache dei quotidiani, mentre la morte di Kitty Genovese si trasformava,  un po’ troppo giornalisticamente, in una storia esemplare, quasi un racconto morale che da allora può non esser ripetuto. Anche nei manuali di psicologia, del resto, la nostra storia ha avuto fortuna. 

Solo nel 2016  il delitto Genovese – menzionato con superficialità da libri e telefilm – è stato rianalizzato e la sua dinamica ricostruita con cura dalla stessa redazione del New York Times, di cui Martin Gansberg era membro autorevole. Pure la televisione se n’è accorta: il 3 aprile 2016 negli Stati Uniti è andato in onda Hello Kitty, episodio della serie Girls in cui la vicenda viene illustrata attraverso una ricostruzione teatrale. In questa produzione il pubblico è coinvolto direttamente: gli spettatori possono girare liberamente negli appartamenti del condominio in cui avvenne l’omicidio, entrare nel cortile, vedere gli attori che interpretano la vita notturna degli abitanti del quartiere. Al termine della performance, l’episodio mette in scena tre possibilità: quella che i vicini non siano intervenuti per indifferenza, che non l’abbiano fatto per disprezzo nei confronti del suo orientamento sessuale, o che non si siano semplicemente resi conto di quanto stava accadendo.

Anche il recente necrologio di Sophia Farrar sul New York Times può essere considerato, a suo modo, un tentativo di chiedere scusa, di fare ammenda per come il caso fu raccontato agli esordi.

Quella di Sophia Farrar è, a ben guardare, quasi la storia di un personaggio lasciato fuori dalle cronache perché avrebbe fatto traballare il racconto, che pure era stato, nel suo complesso, piuttosto scrupoloso: il pezzo del New York Times cui abbiamo accennato sopra e che nel 2016 ricostruì la fortuna dell’articolo ce lo dicono in estrema sintesi:

 Il problema dell’articolo stava nel fatto che alcuni elementi chiave erano erronei, o perlomeno soggetti a interpretazioni differenti, anche se la conclusione generale era indiscutibile: gli abitanti della città possono esibire una sorprendente indifferenza di fronte a questioni di vita o di morte che riguardano i loro vicini.

Nel complesso, l’uccisione dei Kitty non è, come a volte si asserisce in rete, un valido esempio dell’effetto spettatore. L’omissione dell’intervento della Farrar dalle cronache del tempo aiuta a capire che la realtà non è fatta di narrazioni piatte e senza spessore, ma che ricca di ombre, dubbi, possibili interpretazioni alternative ragionevolmente sostenibili. Il mondo è assai più complicato delle storie che gli cuciamo intorno. Questo, a ben vedere, dice anche la psicologia sociale: i fenomeni di cui essa si occupa (compreso l’effetto spettatore) non sono universali, non sono costanti nel tempo e nello spazio, non sono deterministicamente lineari. Ma tutto ciò non rappresenta il limite scientifico di queste discipline, ma loro peculiarità.

La vicenda delle varie letture della storia di Sophia Farrar e di Kitty Genovese può aiutarci a ricordarlo.  

Si ringrazia Lorenzo Montali per i consigli e le osservazioni. 

 

Un pensiero riguardo “L’uccisione di Kitty Genovese: un caso di effetto spettatore?

  • 30 Ottobre 2020 in 18:38
    Permalink

    È scappato un errore anche a voi: “Cinque giorni dopo l’omicidio un certo Winston Moseley viene fermato per un altro reato: nell’interrogatorio, confessa l’omicidio di Sophia Farrar e altre due aggressioni a scopo sessuale”.
    Comunque, articolo interessante, grazie.

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