Pericoli dal 5G? Facciamo chiarezza

Articolo di Matteo Matassoni

In questo periodo stanno proliferando sui social networks post allarmati sull’introduzione del 5G. In Italia e nel resto d’Europa si è creata una rete di comitati e associazioni che si oppongono all’applicazione del nuovo standard. Le motivazioni che stanno alla base di questa protesta sono però legate in parte ad alcuni studi scientifici, in particolare quelli del National Toxicology Program e dell’istituto Ramazzini, ed in parte all’esaltazione dei rischi basata su miti e leggende che si sono accumulati e stratificati nel tempo, ma che non hanno alcuna base scientifica. Questi messaggi, che parlano di pericoli e fanno leva sulla paura, hanno portato ad una serie di atti vandalici perpetrati contro stazioni base 3G e 4G scambiate per antenne 5G. Questi incidenti evidenziano la necessità di approfondire la conoscenza di questa nuova tecnologia, di richiamare l’attenzione su cosa sia realmente il 5G, su come vengano decisi i limiti di esposizione e di analizzare in dettaglio gli studi citati e le altre argomentazioni addotte contro il 5G.

Cos’è il 5G e a cosa serve

Il 5G è lo standard di 5° generazione per la comunicazione mobile che segue i precedenti 2G, 3G e 4G e che permetterà più connessioni contemporaneamente, con velocità più alta e tempi di risposta molto più rapidi. Questo risponde ad una ben precisa richiesta di mercato, legata all’aumento vertiginoso del traffico dati richiesto dagli utenti negli ultimi anni. Negli ultimi mesi del 2019, infatti, a fronte di un numero di schede SIM attive aumentato di poco, il traffico dati in Italia è praticamente raddoppiato rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente ed è cresciuto del +464% negli ultimi 4 anni. Di conseguenza è stata di recente bandita una gara per assegnare nuove frequenze. Questa gara, come quelle relative ai precedenti bandi, impone il rispetto delle normative di esposizione esistenti.

Volume del traffico dei dati relativo agli ultimi cinque anni (fonte: mondomobileweb.it).

Il nuovo standard si propone di estendere il numero di connessioni simultanee e ridurre la latenza, cioè l’intervallo di tempo che intercorre tra quando viene inviato un input e quando viene ricevuto il segnale di ritorno, noto anche come PING (la velocità di risposta di un sistema a un impulso). Ridurre la latenza al livello cui può arrivare il 5G permetterà al singolo individuo di effettuare streaming in alta definizione, di fare chiamate e videochiamate senza i LAG (ritardi o interruzioni) cui siamo abituati adesso e, nel caso più esteso, consentirà di supportare tecnologie come la connessione delle auto tra loro o di collegare tutti i sensori ed i componenti elettrici all’interno dell’abitazione oppure delle metropoli, per ottenere sicurezza, servizi e informazioni in tempo reale, come semafori intelligenti per abbattere le emissioni delle auto o strumenti medici connessi per operare a distanza vittime di incidenti o normali colecisti.

Come funzione il 5G

La principale differenza tra le antenne 5G e le precedenti consiste nel fatto che le antenne 2G, 3G e 4G sono STATICHE, cioè irradiano in tutte le direzioni costantemente nel tempo, mentre le antenne 5G sono dinamiche e irradiano potenza selettivamente mediante un fascio stretto solo nella direzione dove si trova il terminale d’utente e solo nella misura richiesta dalla qualità del collegamento. La direzione cambia molto velocemente con granularità temporale dell’ordine dei millisecondi, trasmettendo istante per istante solo nella direzione del terminale dell’utente.

Lavorando con potenze inferiori, sarà necessario un maggior numero di antenne per coprire un determinato territorio, ma la paventata “proliferazione di antenne” non comporterà aumenti generalizzati delle esposizioni. Avere antenne meno potenti, anche se più fitte, riduce inoltre le esposizioni massime a cui si può essere esposti e riduce i picchi di emissione nelle zone in prossimità delle antenne tipici delle stazioni radio base tradizionali.

Tutto ciò si traduce in una maggiore efficienza ed in una minor diffusione di emissioni elettromagnetiche, proprio perché la potenza è minore e non viene irradiata in direzioni inutili.

Effetti sul corpo umano e limiti di esposizione

A livello internazionale le linee guida per la sicurezza dell’esposizione a campi elettromagnetici a radio frequenza sono state sviluppate principalmente da due organismi scientifici, la Commissione Internazionale per la Protezione dalle Radiazioni non Ionizzanti (International Commission on Non-Ionizing Radiation Protection, ICNIRP) e l’Istituto degli Ingegneri Elettrici ed Elettronici, Comitato Internazionale sulla Sicurezza Elettromagnetica (IEEE International Committee on Electromagnetic Safety, IEEE ICES). L’ICNIRP è una organizzazione indipendente, che lavora a stretto contatto con l’Organizzazione Mondiale della Sanità. È finanziata con fondi pubblici o da donatori privati, con esplicita esclusione di ogni soggetto che abbia interessi economici nel campo, per garantirne l’imparzialità.

La formulazione dei limiti è stata ottenuta dopo una revisione critica di tutta la letteratura scientifica esistente, mirata ad identificare gli eventuali effetti nocivi per la salute legati all’esposizione ai campi elettromagnetici (inclusi gli studi dell’NTP e dell’Istituto Ramazzini).

Tale limite (attualmente di 10 W/mq) è 50 volte inferiore al valore di soglia per il quale sono stati osservati effetti sul corpo umano ed è il limite che è stato adottato praticamente da tutti i paesi del modo. La legislazione italiana è ancora più stringente, in Italia il limite è di circa 0.1 W/mq, cioè 5000 volte più basso del valore di soglia, perché questo valore non è stato scelto in base ad evidenze scientifiche, ma in base alle esigenze tecnologiche di più di 20 anni fa.

Da notare che gli effetti notati sul corpo umano sopra il valore di soglia riguardano unicamente riscaldamenti localizzati in alcune parti del corpo (che vanno comunque evitati). Altri effetti non legati al riscaldamento, che alcuni studi evidenziano, si presentano in modo credibile solo per esposizioni confrontabili con quelle che causano riscaldamento. Questi effetti, termici e non, sono stati presi in considerazione dagli enti protezionistici soprattutto per i possibili danni di una esposizione a lungo termine. Quindi i limiti attuali tengono conto di effetti termici e non termici, a breve e a lungo termine.

I limiti di esposizione si traducono in vincoli nella costruzione degli impianti, per proteggere la popolazione che può venire a trovarsi nelle loro immediate vicinanze, a distanze al più di poche decine di metri. A distanze maggiori, nelle strade e negli edifici vicini, la potenza cala molto velocemente e gli effetti di esposizione sono largamente trascurabili (il valore varia col quadrato della distanza, quindi se ad 1 metro dall’antenna ho 10W/mq, a 10 metri dall’antenna non avrò 1W/mq, ma 0,1W/mq).

Per concludere, gli attuali limiti italiani nascono da una attenta revisione da parte di organismi internazionali competenti ed imparziali di tutte le ricerche disponibili e di tutti gli effetti delle onde elettromagnetiche e applicando ben due volte un robusto margine di sicurezza.

Gli studi del National Toxicology Program e dell’Istituto Ramazzini

Chi oggi vuole associare le radiofrequenze ai tumori cita principalmente tre studi, due del National Toxicology Program statunitense, con test sui topi e sui ratti ed uno sui ratti dell’istituto Ramazzini di Bologna. Secondo l’ICNIRP, che ha realizzato anche una revisione critica di questi studi, essi non forniscono una base affidabile per la revisione delle linee guida esistenti sull’esposizione alla radiofrequenza a causa di incongruenze e limitazioni che influenzano la validità dei loro risultati.

A fronte di alcuni punti di forza (gli studi sono stati eseguiti seguendo una buona pratica di laboratorio ed è stato utilizzato un ampio numero di animali che sono stati esaminati per l’intera durata della loro vita), questi studi presentano evidenti limiti, sia a livello di metodo che di interpretazione dei dati.

Innanzi tutto il livello di esposizione cui sono stati soggetti gli animali è molto più alto di quello imposto dai limiti delle linee guida adottati dagli stati nazionali, quindi non sono direttamente paragonabili a quelli cui il pubblico potrebbe essere esposto nella realtà.

Altri limiti sono riscontrabili nel metodo di rilevamento della temperatura, che porta a delle sottostime dei livelli realmente raggiunti dal corpo dei ratti. Questo potrebbe invece spiegare perché tumori maligni sono stati riscontrati solo nei ratti maschi e non nelle femmine, né nei topi maschi e femmine, in quanto i ratti maschi sono più piccoli di dimensione, quindi, avendo un rapporto ridotto tra area superficiale e massa corporea, subiscono maggiori stress metabolici a causa delle variazioni di temperatura.

I patologi che hanno eseguito per primi gli esami autoptici sugli animali non hanno lavorato secondo la metodologia di “esperimento in cieco”, quindi i loro risultati possono essere affetti dagli errori di valutazione che questa procedura di garanzia, usata principalmente in medicina, tende a ridurre, evitando che i pregiudizi di chi esamina i campioni possano influenzare i risultati degli esperimenti.

Le patologie ritenute statisticamente significative in questi studi riguardano l’insorgenza di schwannomi al cuore, gliomi maligni al cervello e feocromocitomi delle cellule surrenali, ma i numeri riportati sono molto piccoli, basterebbe un solo caso in più o in meno nel gruppo di controllo per vanificare ogni valutazione statistica fatta sulla cancerogenicità.

Questi studi ritengono particolarmente significativa l’insorgenza di schwannomi perché altri studi precedenti riportano un aumento nell’incidenza di schwannomi del nervo acustico (neuroma acustico) tra gli utilizzatori assidui di telefoni cellulari, ma tra i loro risultati non compaiono schwannomi del nervo acustico e riguardo alla comparsa di schwannomi in altri organi, loro stessi hanno rilevato che non c’erano differenze tra i ratti esposti e quelli del gruppo di controllo. Questo porterebbe a pensare che non ci sia un agente che intervenga sulle cellule di Schwann (cellule presenti in tutti i nervi del sistema periferico), rendendo il confronto inappropriato.

Per quel che riguarda i gliomi maligni al cervello ed i feocromocitomi, non risultano differenze significative tra il gruppo di controllo ed i gruppi esposti a radiazioni e l’andamento altalenante dei dati rilevati al crescere dei valori di esposizione non fornisce prove di un aumento degli effetti legato alla dose di radiazioni.

Un’altra difficoltà si incontra nella comparazione tra gli studi dell’NTP e del Ramazzini, che sono tutt’altro che omogenei. Per esempio, NTP riporta un aumento in schwannomi cardiaci a 6 W/Kg, ma non a livelli di esposizione più bassi (1.5 e 3 W/Kg), mentre il Ramazzini ne riporta un aumento già a 0.1 W/Kg. In queste condizioni dovrebbero esserci molti più casi di schwannoma nello studio dell’NTP o nessuno in quello del Ramazzini, quindi lo studio del Ramazzini non rappresenta una conferma dei dati degli altri studi come affermato.

Infine, ma non meno importante, in questi studi sono stati condotti numerosi confronti statistici singoli, ma senza eseguire test statistici per confronti multipli, pertanto non è possibile determinare se uno qualsiasi dei risultati sia dovuto effettivamente all’esposizione a radiofrequenza o semplicemente al caso. Quando viene effettuato un grosso numero di comparazioni, è inevitabile che qualcuna di queste mostri risultati che appaiono significativi, se considerati da soli, ma non è detto che lo siano.

Ad esempio, paradossalmente sono stati rilevati effetti di protezione significativi, come ridotti tassi di adenoma (tumore delle ghiandole) nelle femmine di ratto esposte se paragonate a quelle del gruppo di controllo, ma anche questo è un dato che probabilmente è attribuibile al caso e nessuno sostiene che le radiofrequenze proteggano dagli adenomi.

Queste motivazioni sono solo alcune tra le più rilevanti, in realtà ci sono anche altri punti deboli ed incongruenze.

È comunque importante sottolineare anche il fatto che le frequenze utilizzate nei test vadano da 0.9 a 1.8 GHz, che sono le frequenze in cui operano il 3G ed il 4G, quindi l’associazione di questi risultati specificatamente al 5G è impropria.

Altre argomentazioni utilizzate contro il 5G

Oltre ad argomentazioni che almeno si riferiscono a studi effettivamente condotti, spesso vengono portate avanti motivazioni che sono vere e proprie fake news. La lotta a questo tipo di disinformazione è spesso complicata, perché chi la affronta con rigore scientifico viene messo sullo stesso piano di chi esprime pure congetture senza darne alcuna spiegazione e perché, in qualche caso, le istituzioni stesse avvallano queste sconclusionate ipotesi, come è successo quando il consulente del Governo Gunter Pauli ha esternato le sue idee sul collegamento tra 5G e Coronavirus, ipotesi che, come spiegato più avanti, non ha alcun fondamento.

Una delle affermazioni false che più si sono diffuse è relativa all’abbattimento degli alberi per far posto al 5G. Questa teoria è nata da un manuale operativo inglese intitolato “5G Planning – Geospatial Considerations” in cui si invita, nella scelta del sito di posa delle antenne, a tenere in considerazione la presenza di “muri alti, ringhiere, stature e monumenti, cartelloni, decorazioni occasionali (come le luminarie di natale), grossi alberi ed alte siepi”. Questo semplicemente perché il segnale del 5G, essendo a frequenze più elevate, ha anche minor capacità di penetrazione dei corpi e subisce più attenuazioni lungo il suo percorso. Nel posizionare le antenne andranno tenuti in considerazione tutti gli ostacoli che il segnale potrà incontrare e questo incide sulla scelta del sito dove posizionare l’antenna, non il contrario, cioè non verranno demoliti muri, divelte ringhiere o abbattuti alberi.

Tutte le segnalazioni di alberi abbattuti apparse sui social riguardano città o paesi in cui non c’è sperimentazione del 5G e il nuovo standard ad alta frequenza impiegherà anni ad essere implementato, quindi non avrebbe neanche senso abbattere alberi preventivamente per lasciare spazio libero ad antenne che non arriveranno prima di 4 o 5 anni. Inoltre, per tagliare alberi del verde pubblico serve la relazione di un agronomo che certifichi che sono malati. Pensare che tutti questi agronomi siano stati corrotti è improponibile. Infine, c’è da valutare il fatto che i lavori sul verde pubblico non si sono mai fermati per il Coronavirus e siccome per il taglio degli alberi bisogna interrompere la viabilità, è logico che siano stati fatti in un momento in cui gli spostamenti erano ridotti e la viabilità limitata. Difatti la cura del verde pubblico non ha subito interruzioni a causa del lockdown.

Un’altra informazione errata circolata sui social riguarda il legame tra 5G e Coronavirus, anche se non c’è nessun legame di causa ed effetto tra i due eventi. Infatti o non c’è nessuna coincidenza tra la posizione delle antenne nel mondo ed il tasso di contagi o la correlazione è del tutto casuale (correlazione spuria), come spiega esaurientemente Stefano Maurizio in questo articolo.

Confronto tra la mappa con il maggior numero di contagi da Coronavirus (sinistra) e comuni in cui sono autorizzati i test con antenne per il 5G in Italia (destra). Fonte di entrambe le foto: “Il Sole 24 Ore”.

Basta infatti confrontare la mappa dei comuni italiani in cui sono attualmente permessi i test sul 5G con quella dei luoghi in cui ci sono stati più contagi per rendersi conto ad occhio quanto poco significativo sia quel paragone.

Per quanto parziali (riguardano solo l’Italia) e non rispondenti appieno al rigore scientifico che richiede l’argomento, le immagini rendono comunque l’idea della mancanza di legame tra i due fenomeni. Sono state proposte unicamente per evidenziare come il Molise, regione con un alto tasso di antenne, sia anche una delle regioni col minor numero di casi di Coronavirus.

Casi di morte di animali, come quella degli uccelli a Ravenna o delle api in Sierra Madre nella Contea di Los Angeles, hanno visto nascere immediatamente varie forme di complottismo anti-5G che hanno fatto il giro del Web. Le analisi hanno poi rilevato avvelenamento da botulino per gli uccelli che si sono abbeverati in pozze di acqua stagnante, mentre in Sierra Madre, molto banalmente, non ci sono antenne. Però ormai la notizia era circolata ed è rimasta sullo sfondo dell’allarmismo che circonda questa nuova tecnologia.

Principio di precauzione

Da più parti si cita il fatto che lo IARC (che è l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro che fa parte dell’Organizzazione Mondiale della Sanità) ha inserito le radiofrequenze tra le sostanze possibilmente cancerogene per gli esseri umani. In realtà lo IARC riferisce le sue osservazioni all’uso dei telefoni cellulari, che in alcuni studi sono stati messi in relazione coi neuromi del nervo acustico. Ma se da un lato questi studi di controllo sono affetti dal problema di basarsi esclusivamente su questionari compilati in base ai ricordi a molti anni di distanza, dall’altro, se il problema sussistesse, riguarderebbe l’uso eccessivo dei cellulari e non lo standard utilizzato: 3G, 4G o 5G che sia. Lo stesso documento dell’IARC, inoltre, afferma esplicitamente che la classificazione non si riferisce alle emissioni dei ripetitori.

La classificazione “possibile cancerogeno” (2B) è inoltre molto blanda, indica che la possibilità esiste ma che non è probabile e non si riferisce all’eventuale pericolosità dell’esposizione. Va sottolineato che nel gruppo 2B che ospita le radiofrequenze ci sono anche caffè e verdure in salamoia, di cui nessuno chiede prudenzialmente il bando. Anche quando la cancerogenicità è probabile, come succede ad esempio per la carne rossa (elencata nel gruppo 2A, “probabili cancerogeni”), si considerano norme di prudenza (evitare consumi eccessivi) ma non se ne chiede necessariamente il bando.

In questo momento viene richiesto da più parti che non si montino antenne finché non sarà dimostrato che le radiazioni a radiofrequenza non fanno male alla salute.

Rispondere a questa richiesta, da un punto di vista scientifico, non è possibile e non ha neanche senso. La scienza non può dimostrare in senso assoluto che una determinata sostanza non sia dannosa per la salute. Quello che può dire al massimo è che, in base ad una serie di studi ed a comparazioni multiple di dati, per una determinata sostanza non si evidenziano problemi di tossicità. E questo vale per le radiofrequenze, per il gelato alla menta e per i cavoletti di Bruxelles. Non abbiamo certezze assolute che anche questi ultimi siano completamente innocui e non potremo mai averne.

Dobbiamo quindi basarci su quello che sappiamo. Allo stato attuale della ricerca, le evidenze scientifiche portano a smentire l’ipotesi di rischio di insorgenza di tumori dovuti a radiazioni non ionizzanti. E dopo decenni di studi, anche sulle frequenze del 5G, possiamo essere ragionevolmente certi che se anche un rischio esistesse sarebbe molto basso o sarebbe già stato evidenziato. Inoltre i limiti attuali includono già un robusto principio di precauzione adottando fattori di sicurezza enormi rispetto ai livelli di esposizione a cui si evidenziano i primi effetti.

La scienza comunque non si ferma. La possibilità di rischi per la salute connessi alle esposizioni ai campi elettromagnetici a radiofrequenza continua ad essere oggetto di numerosissimi studi, sia di tipo epidemiologico (sugli esseri umani), sia di tipo sperimentale su animali in vivo, sia su cellule in vitro. I facili allarmismi cui fanno eco molti detrattori di questa nuova tecnologia sono ingiustificati, quando non basati su false informazioni scientifiche o vere e proprie bufale.

Matteo Matassoni è un ingegnere elettrotecnico libero professionista che si occupa di impianti elettrici industriali, media tensione e Innovation Management.

4 pensieri riguardo “Pericoli dal 5G? Facciamo chiarezza

  • 19 Agosto 2020 in 11:30
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    Ai contenuti di questo articolo si può aggiungere che da un punto di vista medico-legale soltanto le Forze Armate possono riconoscere ai radaristi, come possibile malattia professionale da radiofrequenze, la cataratta oculare e l’infertilità maschile: ma gli addetti agli impianti radar sono esposti a radiazioni molte volte superiori (per intensità, potenza e durata) a quelle della rete cellulare 5G.
    L’unico dato medico-scientifico certo è che le radiofrequenze più potenti fanno aumentare la temperatura dell’acqua (come testimonia il forno a micro-onde di universale diffusione domestica) e che (in alcune situazioni lavorative) gli organi bersaglio possono essere soprattutto l’occhio e il testicolo.

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  • 25 Agosto 2020 in 12:39
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    Come effetto collaterale, ci metterei il mal di testa, che inesorabilmente sopraggiungerà, nel stare dietro a tutte le simcard per gli oggetti intelligenti, tra una rimodulazione unilaterale del gestore di turno e le ricariche mensili.

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  • 25 Agosto 2020 in 14:39
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    L’unico effetto collaterale assolutamente certo!

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