Piramidi cubane e castelli di carte

Nel 2000, Paulina Zelitzki e Paul Weinzweig, proprietari dell’Advanced Digital Communications, stavano compiendo delle prospezioni subacquee per conto del governo cubano. Lo scopo era quello di trovare relitti di navi o altri tesori sommersi. Immaginatevi la loro sorpresa quando, al largo della penisola Guanahacabibes, il sonar mostrò quella che sembrava una città sommersa, con tanto di piramidi, sfingi e altre strutture. 

In men che non si dica la notizia fece il giro del mondo e arrivò anche in italia ( per esempio: il sito ufologico USAC, o Il Corriere, qualche anno dopo). Le ricerche andarono avanti per qualche anno, senza trovare sostanzialmente nulla, tranne le scansioni del sonar. 

Cos’era dunque questo strabiliante ritrovamento? Secondo alcuni le immagini mostravano piramidi simili a quelle egizie, secondo altri invece, come lascia intendere anche l’articolo del Corriere, si sarebbe trattato delle rovine di Atlantide.

Questa non è una novità, poiché ogni volta che viene trovato un sito sottomarino, vero o presunto, si tira in ballo la mitica isola raccontata da Platone. Un conto è però utilizzare il nome in maniera evocativa, per richiamare l’attenzione sul ritrovamento, un altro è proporre che si tratti effettivamente delle rovine di Atlantide.

Andiamo a vedere nel dettaglio il caso in esame.

Il primo ostacolo da superare riguarda la posizione delle rovine: sono sommerse. Dobbiamo quindi chiederci come e quando la zona potrebbe essere stata in superficie. Durante il Pleistocene avvennero le ultime grandi glaciazioni. Poiché una grande quantità di acqua si trovava imprigionata nei ghiacci, il livello del mare era sensibilmente più basso. La città poteva quindi essere su un tratto di terra emersa? No, perché si calcola che il livello delle acque fosse più basso di circa 100 metri, mentre il sito si trova a 600 metri di profondità.

Ecco quindi il secondo problema: come superare i restanti 500 metri? Secondo il mito di Platone, l’isola di Atlantide sprofondò nelle acque. Quindi il sito potrebbe essere sprofondato di 500 metri in seguito ad un cataclisma naturale.

Questa teoria è interessante, a mio parere, non tanto come oggetto di debunking, ma piuttosto come esempio tipico di quello che io chiamo “il castello di carte”. L’ipotesi viene cioè costruita sommando l’uno sull’altro elementi supposti e non provati che alla fine costruiscono una storia all’apparenza plausibile. Basta però dare un colpetto alla base del castello perché tutta la teoria crolli. 

Alla base di questa teoria c’è un assunto: l’isola di Atlantide è veramente esistita. Si pongono però alcuni problemi. Innanzi tutto gli studiosi ritengono che quello di Atlantide sia un mito, come i tanti altri inventati da Platone per sostenere le sue teorie. La prova è proprio nel testo di uno dei due dialoghi che ne parlano: nel Timeo infatti Socrate espone le caratteristiche del suo stato ideale e poi chiede agli allievi di immaginare una situazione pratica nella quale questo possa agire, per analizzarne il comportamento. 

Atlantide è dunque lo stato ideale, retto da persone pure di cuore, moralmente superiori e tecnologicamente avanzate? No! Molti dimenticano che la vera protagonista della storia è Atene (ed ecco un altro assunto che possiamo far crollare). I cittadini ateniesi si ergono in difesa dei popoli del Mediterraneo contro l’abbietta, corrotta e imperialista Atlantide. Se dunque riteniamo il racconto di Platone storicamente attendibile, dobbiamo supporre che lo sia in tutte le sue parti. Nessuno però potrebbe sostenere che nell’epoca nella quale sono ambientati i fatti (9600 anni prima di Cristo), esistesse una città di Atene con quelle caratteristiche. Atene non è scomparsa tra le acque, il sito esiste ed è stato studiato dagli archeologi. A quell’epoca, Atene era abitata da uomini che presentavano una cultura neolitica, esattamente come il resto della regione. Non c’era quindi una grande città con flotte ed eserciti.

La data presenta un altro problema. Platone situa, come abbiamo detto,  le vicende che riguardano la guerra tra Atene ed Atlantide 9000 anni prima di Solone, quindi approssimativamente nel 9600 a.C. In questo periodo, però, la zona relativa al sito cubano era sommersa ormai da migliaia di anni (alcuni datano il sito addirittura a 50 mila anni fa).

A tutto questo bisogna aggiungere l’ipotesi che il racconto di Platone sia ambientato in Mesoamerica, che un greco del IV secolo potesse anche solo sapere l’esistenza di queste zone e che questa città sia l’unico resto lasciato da quella fantomatica civiltà.

Si aggiungono ancora alcune constatazioni più specifiche. Com’è possibile che una città sia sprofondata di 500 metri in seguito ad un cataclisma rimanendo perfettamente intatta? Inoltre: come è possibile ottenere delle immagini e delle osservazioni così precise (alcuni hanno parlato di sfingi e geroglifici) a quella profondità? La risposta è semplice: non si può. Il sonar infatti realizza un’immagine decisamente poco dettagliata, non individua nemmeno linee dritte o angoli retti. Questa viene poi elaborata con programmi appositi per definirla e renderla tridimensionale.

Le carte che abbiamo fatto cadere sono davvero molte, e il castello non si regge più in piedi. 

A questo punto possiamo affermare che si tratti di un altro caso di pareidolia, poi resa manifesta tramite l’elaborazione al computer delle immagini del sonar. Probabilmente chi ha compiuto questa azione si aspettava di trovare qualcosa e ha visto quello che desiderava vedere.

La cosa interessante però è come queste immagini siano state inserite in una teoria che già alla base contiene assunti insostenibili. Per poterli giustificare bisogna continuare a costruire il castello di carte, sommando ipotesi sempre più inverosimili. Si chiede in questo modo all’ascoltatore o al lettore di sospendere sempre di più la sua incredulità per accettare assunti che vanno dalla storicità del mito di Platone fino all’esistenza degli alieni. Questo è un meccanismo tipico delle narrazioni legate alle storie di fantasia, e forse è proprio per questo che queste teorie acquisiscono così tanto fascino ai nostri occhi.

3 pensieri riguardo “Piramidi cubane e castelli di carte

  • 19 Luglio 2020 in 15:26
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    A parte che ci sono stati due “ritorni” in zona, nel 2004 e nel 2019, con apparecchiature calate fino alle presunte rovine; ricerche che non hanno certo dato la soluzione al problema ma hanno sostanzialmente confermato che si tratta di manufatti difficilmente di origine naturale; direi che le ideologie dovrebbero esser lasciate fuori: il sito meriterebbe senza alcun dubbio ulteriori ricerche. Si tratta solo di trovare i soldi necessari, che non sono pochi. Una equipe archeologica deve indagare senza dar retta alcuna né a Platone, né ai Politici, né ai Religiosi, ma neanche a chi, credendosi più scienzoso degli altri, dice: non è possibile, ci costringerebbe a riscrivere i libri di storia. E, quindi, non indaghiamo, che così si spende di meno ed evitiamo il rischio che abbiano ragione i nemici della vera Scienza (la mia).

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    • 21 Luglio 2020 in 15:44
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      Caro signor Grano, sinceramente non credo di aver scritto quello che lei mi obbietta. Non ho infatti mai parlato di soldi, ne di scienza giusta o sbagliata.
      Il problema a mio parere non è neanche quello di riscrivere o meno i libri di storia, infatti questo è stato fatto altre volte, quando però le prove erano sufficientemente solide e ed evidenti.
      Il fatto è che quando siamo di fronte ad una cultura archeologica, le conclusioni vanno tratte da un insieme di dati che vengono anche da discipline diverse. In questo caso la geologia ci dice che non è possibile che quella parte di terra fosse emersa al tempo di Platone. L’archeologia invece ci dice che non abbiamo nulla intorno per giustificare un’origine più antica. Questo perché è molto strano che esista una città tecnologicamente molto avanzata non solo in un periodo così remoto, ma senza lasciare altre tracce materiali (oggetti, tecniche, materiali) presso le popolazioni vicine.
      Che al largo di Cuba esista effettivamente un sito archeologico non è impossibile (seppure improbabile), ma servono più prove per poterlo affermare. Per dire poi che sia l’Atlantide di Platone, servirebbe anche spiegare come un greco del IV sec. ne fosse venuto a conoscenza.

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  • 1 Agosto 2020 in 23:46
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    Anch’io mi ricordo di questa storia sui giornali dell’epoca. Ma non ho capito: quindi alla fine sarebbe semplicemente pareidolia? E quelle forme regolari? Non potrebbero essere formazioni rocciose aventi forme regolari per via di qualche strano fenomeno geologico? Boh, dei cristalli? Gli esperti cosa dicono? Pareidolia e tutti a casa? Sinceramente, mi aspettavo qualche informazione in più da questo articolo…

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