Il razzismo di Jung e i suoi effetti

Articolo di Tiziana Metitieri, neuropsicologa all’Ospedale Pediatrico Meyer di Firenze; scrive di donne e scienza, di psicologia e di disinformazioni scientifiche.

I pensatori europei ci dissero che le loro culture erano migliori, che erano i proprietari del pensiero e della ragione e sposarono queste convinzioni con l’idea di appartenere a una razza superiore. 

È quanto scrive Angela Saini nel Prologo di Superior: The Return of Race Science [1] pubblicato quest’anno e che sarà tradotto in italiano nel 2020. Il libro è una disamina approfondita di come gli scienziati siano ricorsi e, in certi casi, ancora ricorrano a distorsioni metodologiche o a manipolazioni di dati e fatti per dare parvenza di validità alla loro ideologia razzista.

Uno dei casi analizzati è quello di Richard Lynn che nel 2018 si è visto revocare il titolo di professore emerito dall’Università dell’Ulster, in Irlanda del Nord, un provvedimento tardivo per l’ormai quasi novantenne ex professore di psicologia, se si pensa che le proteste di studenti e attivisti “anti-nazisti” (secondo la sua stessa definizione) iniziarono negli anni ‘90. Attraverso una lunga lista di pubblicazioni su riviste scientifiche e libri continuamente citati, Lynn ha dedicato la sua carriera a dimostrare che gli europei e in generale le popolazioni nord-occidentali abbiano un’intelligenza superiore in termini di Quoziente Intellettivo (QI), rispetto all’Europa meridionale e orientale, e di seguito all’Asia e all’Africa. 

Il metodo di Lynn si basa su una tautologia messa in atto attraverso misure indirette e inattendibili, pregiudizi nella selezione dei campioni, analisi statistiche artefatte in modo da ottenere sempre risultati conformi ai pregiudizi di partenza. Lynn è stato finanziato da gruppi di estrema destra, ha partecipato a conferenze di eugenetica negli Stati Uniti e nel Regno Unito ed è sostenuto da un folto numero di colleghi. Le sue tesi sono state smentite e dismesse dal complesso di studi non ideologici e rigorosi sull’intelligenza e sul QI, che rappresentano i costrutti più documentati e solidi della psicologia.

Insomma, la geografia dell’intelligenza di Lynn non ha alcun fondamento scientifico. Se si condividono le sue conclusioni prive di validità si è parte del problema.

Jonathan Marks nel libro Is Science racist? [2] sostiene che il perseverare del razzismo nella scienza dovrebbe essere considerato “un problema bioetico” e poi aggiunge che “quando la scienza scende a compromessi con la verità, la sua autorità culturale si corrode rapidamente”.

Se l’imposizione di categorie razziali che giustifichino e perpetuino le disuguaglianze sociali ed economiche ha trovato terreno fertile tra scienziati, tenuti a dimostrare – pur con pratiche corrotte e metodi fallaci – le loro ipotesi, non sorprende che le teorie psicologiche distanti dal metodo scientifico abbiano coltivato in modi altrettanto creativi e approfonditi il razzismo e la superiorità dell’uomo europeo.

La razionalizzazione della gerarchia razziale in campo psicologico si è difatti articolata in due diramazioni: la via “scientifica” centrata sull’intelligenza, percorsa da Lynn e molti altri, e la via psicodinamica centrata sulla psiche, percorsa da Carl Gustav Jung.

A queste due vie fa cenno Farhad Dalal all’inizio dell’articolo del 1988 [3], con il quale, per primo, denunciò “Il razzismo di Jung”. Dalal documenta attraverso numerose citazioni dalle opere originali dello psicologo svizzero la teoria secondo la quale 

i neri, per Jung, erano inferiori e non solo diversi. […] Ma sarebbe un errore assumere che nel campo della psicoterapia l’accusa di razzismo possa essere diretta solo a Jung e alle sue teorie. Ho scelto di focalizzarmi su di lui per la sua popolarità e perché il suo razzismo è invisibile ai, e non riconosciuto dai, moderni junghiani. 

Come scrisse lo psichiatra Giovanni Jervis nel 1964 nella prefazione italiana alla prima edizione di “Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna” di Jung [4], “la parte maggiore e più nota delle teorie junghiane non solo non ha a che fare con il metodo scientifico, ma neppure, per quanto possa sembrare strano, con lo studio delle leggi che regolano il comportamento umano”; “la teoria junghiana assume anzi un significato restrittivo e propriamente religioso”. Jervis concluse: 

È lecito rammaricarsi del fatto che un giudizio definitivo sulle implicazioni ultime della dottrina junghiana debba ancora essere pronunziato” [4].

Rimarcando il silenzio della comunità junghiana, Dalal, 24 anni dopo aggiungeva: 

è curioso notare la lettura selettiva che è stata fatta delle opere di Jung e, in sé, la cecità selettiva dei junghiani è un fenomeno interessante [3]

Come sottolinea Dalal, nei suoi scritti Jung differenzia sistematicamente gli incontri, l’intelligenza, i comportamenti, le emozioni e i gradi di astrazione del pensiero tra europei e non-europei, assegnando il posto inferiore della sua scala evolutiva all’Africa e poi risalendo, all’Arabia, e all’India.

In generale, il cervello europeo contiene il cervello non-europeo e, riassume Dalal, l’inconscio dell’europeo equivale al conscio del non-europeo.

Nell’inconscio collettivo sei lo stesso di un uomo di un’altra razza, hai gli stessi archetipi, proprio come hai, come lui, gli occhi, un cuore, un fegato e così via. Non conta che la sua pelle sia nera. In una certa misura conta, questo è sicuro – a lui probabilmente manca un intero strato storico. I diversi strati della mente corrispondono alla storia delle razze.

Non ho potuto fare a meno di sentirmi superiore perché in ogni fase mi è stata ricordata la mia natura europea. Ciò era inevitabile: il mio essere europeo mi ha dato una certa prospettiva su queste persone che erano così diversamente costituite rispetto a me. 

Dalal analizza i concetti fondanti della dottrina junghiana a partire da quello di “psiche preistorica”, del “primitivo” che per Jung è sia l’uomo preistorico sia il non-europeo. Jung usa le conversazioni e le osservazioni estemporanee raccolte durante gli incontri con alcuni africani moderni come evidenza generale della teoria dell’uomo preistorico che non è consapevole, non ha individualità, non ha volontà.

un boscimano aveva un figlio piccolo che amava con il tenero amore scimmiesco tipico dei primitivi

Per Jung i primitivi sono dotati di emozioni e di sogni:

i loro sogni spesso adempiono alla funzione del pensiero sulla quale essi non hanno ancora il pieno controllo consapevole.

Sono quasi nell’era omerica … quando il diaframma era la sede dell’attività psichica … il pensiero astratto per loro non esiste.

Alcuni comportamenti vengono considerati da Jung naturali se manifestati dai primitivi. Se un europeo uccide suo figlio viene etichettato come pazzo perché agisce al di fuori delle caratteristiche di purezza attese. Se un africano uccide suo figlio viene considerato non patologico bensì come espressione attesa per la sua natura. Sarebbe patologico se non si manifestasse così in ciascun africano. Una tale conclusione è inevitabile se la premessa è che le razze esistano eppure viene spacciata come il risultato di un processo scientifico di osservazione e deduzione neutrali, tecnica che, secondo Dalal, Jung utilizza ripetutamente.

La spiegazione in termini patologici di un crimine commesso da un occidentale rispetto a quando è commesso da un non-occidentale sopravvive ancora ai nostri giorni, dimostrando come queste teorie si siano sedimentate nella cultura generale.

Jung attribuisce sistematicamente un valore generale alle proprie interpretazioni pregiudiziali.

Per fare questo, spiega Dalal, Jung usa due laboratori: il primo è la psicoanalisi dell’europeo, perché dall’inconscio dell’europeo trae informazioni sul conscio dei non-europei, il secondo è il suo letto, perché i sogni gli permettono di scoprire gli aspetti primitivi dell’inconscio dei non-europei.

La sua mente razzista gli faceva stabilire sia in sogno sia in veglia, sia nel suo studio sia in viaggio, sia in piedi che disteso, solo le connessioni che voleva trovare, identificando le conclusioni con le ipotesi che portavano sempre alla superiorità dell’uomo europeo.

La lettura degli originali risulta davvero opprimente e la lista di citazioni esemplificative del razzismo di Jung può allungarsi ad nauseam, come scrive Dalal, anche se nelle diverse edizioni italiane alcuni passaggi appaiono molto mitigati.

Un ultimo aspetto tra i molti altri da riportare è la contaminazione che può derivare all’europeo quando incontra un non-europeo.

Cosa c’è di più contagioso del vivere fianco a fianco a un popolo piuttosto primitivo? Vai in Africa e guarda cosa accade. Quando è piuttosto ovvio per passarci sopra, lo chiami “going black” [diventare nero]. […] È molto più facile per noi europei diventare esseri immorali, o almeno in minima parte, perché non dobbiamo mantenere lo standard morale contro la pesante spinta degradante della vita primitiva. L’uomo inferiore suscita un’enorme attrazione perché affascina gli strati inferiori della nostra psiche, che ha vissuto attraverso indicibili epoche in condizioni simili… Ci ricorda non tanto la nostra coscienza quanto la nostra mente inconscia – non solo dell’infanzia ma della preistoria, che ci riporterebbe indietro di non più di circa milleduecento anni per quanto riguarda le razze germaniche.

Il rischio di incontrare fisicamente le “razze inferiori” è per Jung quello di essere colpiti da una malattia contagiosa, di essere infettati da quella “razza”.

Senza voler cadere nell’incantesimo del primitivo, ero stato comunque infettato psichicamente. Ciò si manifestò esternamente in un’enterite infettiva”.

Jung considerava preoccupante la situazione degli Stati Uniti, dove gli americani devono:

…convivere con le razze inferiori, in particolare i Negri. Vivere insieme alle razze barbare ha un effetto suggestivo sugli istinti faticosamente soggiogati della razza bianca e la degrada. Quindi sono necessarie misure difensive fortemente sviluppate, che si manifestano nei particolari aspetti della cultura americana”. 

La discriminazione, la segregazione, l’isolamento e il controllo delle razze inferiori diventano quindi per i bianchi misure di protezione dal contagio.

L’infezione razziale è un problema mentale e morale molto grave dove il primitivo supera numericamente l’uomo bianco. L’America ha questo problema solo in misura relativa, perché i bianchi superano di gran lunga le persone di colore. Apparentemente può assimilare l’influenza primitiva con minimo rischio per sé. Quello che accadrebbe se ci fosse un aumento considerevole della popolazione di colore è un’altra questione”.

Le teorie razziste di Jung oltre a fornire un’ulteriore giustificazione alle disuguaglianze civili, sociali ed economiche hanno avuto come conseguenza diretta quella di escludere i non-bianchi sia come pazienti per la psicoanalisi sia come psicoanalisti.

L’argomento sostanziale di Dalal e di altri psicologi che hanno in seguito approfondito la questione è che il razzismo di Jung non possa essere semplicemente attribuito al fatto che era un uomo del suo tempo, dal momento che è così radicale e alla radice stessa di molte sue teorie da rendere necessaria una presa di distanza dalla sua dottrina.

Per questo motivo, a 30 anni dall’articolo di Dalal, a novembre 2018 sulla rivista British Journal of Psychotherapy è stata pubblicata una lettera aperta [5] firmata da 35 psicoterapeuti junghiani e accademici internazionali, tra i quali cinque italiani.

Una certa risonanza ha avuto l’articolo di “Neuroskeptic”, The Racism of Carl Jung [6].

La lettera è stata tradotta e pubblicata sulla rivista Studi junghiani [7], assieme alle note aggiuntive pubblicate da Andrew Samuels, psicoanalista e professore di psicologia analitica all’Università di Essex.

Samuels è tra i critici più attivi di Jung e ha anche indagato il suo antisemitismo e le sue documentate collaborazioni con psicoterapeuti nazisti [8].

La lettera fa diretto riferimento all’articolo di Dalal:

Purtroppo da allora dall’area della psicologia analitica e dell’analisi junghiana non è stato espresso né un adeguato riconoscimento, né delle scuse per quanto Jung ha scritto e Dalal criticato… Questa lettera vuole porre fine al silenzio, da parte di un gruppo di persone, analisti junghiani, clinici e accademici, che utilizzano i concetti della psicologia analitica. 

I firmatari riconoscono i danni alle persone causati dalle discriminazioni e anche il razzismo insito nella stessa scuola e nelle istituzioni junghiane:

Condividiamo la preoccupazione che le idee coloniali e razziste di Jung – talvolta esplicite e talvolta implicite – abbiano causato sofferenza interiore (per esempio, un senso di inferiorità e un atteggiamento di rinuncia) ed esteriore (conseguenze interpersonali e sociali) nei gruppi, nelle comunità, e negli individui indicati nel paragrafo precedente [persone di origine africana, indiana e dell’Asia meridionale, come di altre popolazioni di colore, e dei popoli indigeni]. Inoltre, è opinione dei firmatari di questa lettera che tali idee abbiamo portato di fatto a espressioni di razzismo istituzionale e strutturale nelle organizzazioni junghiane”.

Ammettono anche che l’assenza di un riconoscimento attivo e di azioni concrete da parte della comunità junghiana ha contribuito a mantenere vive le idee razziste di Jung:

Dubitiamo che i clinici e gli accademici contemporanei nella comunità junghiana e post-junghiana sosterrebbero oggi tali idee, ma la mancanza di una presa di distanza aperta da Jung su queste questioni ha permesso che alcuni pregiudizi impliciti nell’opera di Jung, non esaminati e incontrastati, si perpetuassero.

Non si tratta, tuttavia, di una lettera di condanna di Jung e neppure di una lettera di scuse per il suo operato ma di un’assunzione di responsabilità, dal momento che gli effetti di quelle idee razziste si rintracciano nei fatti, ad esempio nella scarsa diversità dei laureati ammessi alle scuole di specializzazione in psicoterapia e in particolare nelle scuole junghiane.

E dunque, le dichiarazioni qui presenti non intendono rimproverare Jung, ma piuttosto servono ad assumere su noi stessi la responsabilità per i danni provocati in questi 30 anni, in cui poco è stato fatto per correggere gli errori di Jung. Ci rammarichiamo anzi profondamente di aver impiegato così tanto tempo per pubblicare questa dichiarazione. Ci rendiamo conto di quanto sia stato difficile per le persone di discendenza africana e per le altre popolazioni che sono state diffamate in questo modo, contemplare di entrare in analisi e/o nel training analitico junghiano per diventare analisti junghiani; infatti, se è vero che le persone di colore sono in genere sotto-rappresentate nelle scuole di psicoterapia, laddove sono state fatte delle comparazioni i dati suggeriscono che il problema è ancora più marcato nelle comunità cliniche junghiane.

La lunga gestazione della lettera aperta è un segnale delle tiepide attenzioni che suscitò in quegli anni nella comunità junghiana e psicoterapeutica l’articolo di Dalal e che non furono scaldate neppure dalle diverse pubblicazioni successive sul tema, elencate nella bibliografia della lettera.

Come scrive Andrew Samuels nelle note aggiuntive: 

La storia più recente della genesi della Lettera Aperta (LA) rimanda alla sessione finale della conferenza dell’International Association for Analytical Psychology (IAAP) tenutasi a Roma nel dicembre 2015, durante la quale venne proposto e accettato all’unanimità che la IAAP rilasciasse una dichiarazione in merito agli scritti di Jung sulla “razza”. I delegati IAAP, tutti presenti alla conferenza, concordarono sull’opportunità di redigere una bozza. Il documento, rivisto e ampliato successivamente dal Comitato Direttivo IAAP, veniva presentato nella sua versione finale al Congresso di Kyoto del 2016. Dopo un’approfondita e intensa discussione, nel febbraio 2018, la IAAP decideva che non era il momento di emanare alcuna dichiarazione” [6]

Nella traduzione dell’articolo di Samuels [6], tuttavia, ritorna il problema di una versione italiana mitigata, almeno rispetto a quella inglese.

Un’immediata opportunità di verifica è offerta dal paragrafo che contiene una delle citazioni sopra riportate: “un boscimano aveva un figlio piccolo che amava con il tenero amore scimmiesco tipico dei primitivi”.

Nell’articolo di Dalal la citazione di Jung è così riportata:

An incident in the life of a bushman may illustrate what I mean. A bushman had a little son whom he loved with the tender monkey-love characteristic of primitives. Psychologically, this love is completely auto erotic – that is to say the subject loves himself in the object. The object serves as a sort of erotic mirror. One day the bushman came home in a rage; he had been fishing as usual, and caught nothing. As usual the little fellow came to meet him, but his father seized hold of him and wrung his neck on the spot. Afterwards, of course, he mourned for the dead child with the same unthinking abandon that had brought about his death (CW, Vol. vi, p. 239).

Nella traduzione di Monica Luci si legge, invece:

Quanto sopra può essere chiarito da un episodio tratto dalla vita dei boscimani. Un boscimano aveva un figlioletto che amava teneramente dell’amore insensato proprio dei primitivi. Va da sé che questo amore è psicologicamente del tutto autoerotico: il soggetto cioè ama se stesso nell’oggetto, il quale in certo senso serve da specchio erotico. Un giorno il boscimano torna a casa dalla pesca irritato, perché non aveva preso nulla. Come sempre, il bimbo gli va incontro saltellando gioioso. Ma il padre lo afferra e così su due piedi lo strozza. In seguito, naturalmente egli pianse il figliolo con la stessa mancanza di controllo con la quale prima lo aveva ucciso (Jung, 1921, p. 243. Paragrafo scritto nel 1921 che compare in tutte le successive edizioni dei Tipi psicologici)”. 

Una traduzione più fedele delle opere di Jung dovrebbe allora essere altrettanto prioritaria della discussione all’interno della comunità junghiana, se non si vuole continuare a presentare le teorie di Jung in modo distorto e clemente.

Proprio su questo brano Samuels ricorda che a Jung non mancarono i critici, come l’antropologo Paul Radin che era uno junghiano e che scrisse: 

Che un esempio come quello citato da Jung possa essere in buona fede considerato esemplare della reazione normale o persino anormale di un uomo primitivo a una determinata situazione emotiva, mostra la profondità dell’ignoranza che ancora esiste su questo argomento (Radin, 1927-2017, pp. 39 e 63).

Samuels ritiene sia quindi “facile e sbrigativo” etichettare Jung solo come un uomo del suo tempo, proprio perché i suoi scritti erano diffusi ma non condivisi da tutti gli studiosi ed erano criticati, senza per questo indurlo a delle correzioni nelle successive edizioni delle sue opere.

La dottrina di Jung, come quella di altri psicoanalisti, ha contribuito a radicare negli anni la convinzione di una supremazia biologica e psicologica del mondo occidentale.

Come nelle scienze psicologiche, dove, in risposta a una profonda crisi di metodo, ricercatori e accademici sono stati chiamati alla responsabilità di riconoscere e fare i conti con gli errori propri, dei loro colleghi o predecessori e hanno dato vita a un generale rinnovamento delle pratiche scientifiche, così nella psicoanalisi è tempo di ridefinire le teorie di riferimento, concorrendo in tal modo a dare nuovi fondamenti alla cultura occidentale. Tale compito è tanto più cruciale per chi pratica la psicoterapia prendendosi cura delle persone senza più distinguerle per sesso, età, colore della pelle, per chi insegna agli studenti universitari senza ulteriori discriminazioni nella valutazione e nella carriera e per chi scrive i manuali di psicologia.

I pensatori europei ci dissero che le loro culture erano migliori, che erano i proprietari del pensiero e della ragione e sposarono queste convinzioni con l’idea di appartenere a una razza superiore. Queste divennero le nostre realtà.

La verità è un’altra [1].

  

Note

  1. Angela Saini. Superior: The Return of Race Science. 4th Estate 2019
  2. Jonathan Marks. Is Science Racist?. Polity 2017
  3. Farhad Dalal.  The racism of Jung. Race and Class, 29, 3: 1-22, 1988
  4. Carl Gustav Jung. Il problema dell’inconscio nella psicologia moderna. Einaudi 1994
  5. D. Baird et al. Open letter from a group of Jungians on the question of Jung’s writings on and theories about Africans. British Journal of Psychotherapy 34, 4: 673-678, 2018
  6. Neuroskeptic. The Racism of Carl Jung. Discover Magazine, agosto 2019, http://blogs.discovermagazine.com/neuroskeptic/2019/08/20/the-racism-of-carl-jung/#.XWvi1vZuLIU
  7. Andrew Samuels. Note sulla Lettera Aperta “Jung e gli africani”. Studi Junghiani, 1, 2019, http://ojs.francoangeli.it/_ojs/index.php/jun/article/view/7910
  8. Andrew Samuels. New material concerning Jung, Anti-Semitism, and the Nazis. Journal of Analytical Psychology, 38: 463-470, 2019

15 thoughts on “Il razzismo di Jung e i suoi effetti

  • 10 Ottobre 2019 in 11:21
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    Bell’ Articolo, grazie. Il Problema del Razzismo all’ interno della “Comunità Scientifica” è risolvibile quanto quello delle responsabilità degli Scienziati nell’ Inquinamento del Pianeta. Ovvero non lo è. Il Razzismo non sparirà mai perché gli Uomini non sono uguali. Possiamo non definirle “razze” umane, ma le comunità che gli Uomini formano “evolvono” in differenze che spesso si esprimono anche nel colore della pelle, nelle forme dei corpi. E, quindi, di troppo facile “visione”, facili da estrapolare verso il cervello e le sue “capacità”.E le Comunità più ricche e meglio armate non possono non cadere nella tentazione di dominare le più deboli, sostenendosi anche con costruzioni filosofiche, religiose, scientifiche (pseudo? ). Non voglio più disturbare le Vostre Weltanschauungen ma voglio dirVi la verità, cioè che tutto partì quando Dio volle incaricare delle creature Angeliche di aiutare ad evolversi (sia materialmente che spiritualmente) creature arretrate (spiritualmente) rispetto a loro, anche perché decadute allontanandosi dalla Missione e dal Ruolo. Temo che, al punto in cui siamo, possiamo aiutare le comunità Umane che si ritrovano in condizioni di debolezza rispetto a noi solo se diamo retta ai Profeti e obbediamo a Dio. Altrimenti vedremo le differenze con le nostre chiavi di lettura e ci sembrerà sempre più comodo sfruttarle. E non occorre piegarli, la Scienza ed il Metodo Scientifico (dopo tutto Occidentali anche questi) alle nostre idee per trovare riscontri, perché le differenze esistono, così come esistono uomini alti e bassi, lenti o veloci a camminare.

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    • 21 Aprile 2020 in 13:40
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      Premesso che non sono un esperto di scienze psicologiche, ma soltanto un giovane lettore, sia pur vorace, e in particolare delle opere di Jung, mi sembra che quest’articolo sia stato scritto da qualcuno che conosce uno dei più grandi psicologi della storia solo per sentito dire. Affermare che il lavoro di Jung è teso a dimostrare la superiorità degli occidentali! Jung, il più profondo critico (più ancora di Freud) della nostra civiltà e del suo presunto, psicologicamente analfabeta, primato sulle altre! In un’epoca nella quale dominavano razzismo e razionalismo, nazionalismo e riduzionismo, Jung ebbe il coraggio di rivolgere le sue indagini a civiltà più antiche della nostra: non solo la greco-romana e la medievale-rinascimentale, ma anche quella giudaica, cinese e indiana, i nativi americani come i Pueblos, presso i quali soggiornò a lungo, gli indigeni del Kenya, secondo lei tanto disprezzati, di cui descrisse con commoventi parole la profonda religiosità nella sua autobiografia. Nella mitologia e nel pensiero di tutti questi popoli, antichi e moderni, egli seppe trovare non solo un sapere psicologico da noi disconosciuto, ma anche dei modi più profondi, autentici e psicologicamente salutari, di concepire e vivere l’esistenza umana. È razzista dire che nella psiche dei primitivi (dei primitivi, non dei “neri”) coscienza e inconscio non sono ancora perfettamente separati, e che essi pertanto vivono, com’è ampiamente dimostrato, nel mondo degli istinti incontrollabili, degli dei e degli spiriti? Non mi pare proprio, tanto più che il cuore pulsante del pensiero e della pratica psicoterapeutica di Jung è proprio la critica della nostra opposta unilateralità, che consiste nell’ignoranza e nella lontananza da quelle radici psichiche, rendendoci vulnerabili alle suggestioni da parte di ogni sorta di idea aberrante. Facendoci decadere in un primitivismo ben più devastante. E la profondità e il rispetto con cui trattò quelle culture è comprovata dall’influenza che ebbe su illustri studiosi come Dodds e Kerenyi. Jung simpatizzante dei nazisti! Lui, che giustamente riconobbe come “epidemie psichiche” non solo il nazismo, ma anche il comunismo sovietico e ogni forma di nazionalismo, e definì “psicosi di massa” le guerre e le dittature, scaturite da queste ideologie, che insanguinarono l’epoca in cui visse. Lui, che ebbe il merito di riconoscere e descrivere il malsano meccanismo di proiezione dei propri difetti e delle proprie colpe sull’altro e sul diverso. Potrei andare avanti ancor più ad nauseam dell’autore citato nell’articolo, e se avessi lo spazio riporterei per intero i capitoli da cui sono tratte quelle citazioni tendenziose, e la cui estesa lettura farebbe cadere nel ridicolo qualsisasi accusa di razzismo. Per concludere, condivido in pieno le osservazioni del dottor Giulio Caselli e aggiungo: prima di infangare la memoria di un uomo più grande di lei, e di accostarlo a infimi mascalzoni come Richard Lynn, legga alcune delle splendide raccolte della Bollati-Boringheri, come “Il periodo tra le due guerre” e “Dopo la catastrofe” oppure un’opera fondamentale come “Simboli e trasformazioni della libido” in cui tra gli altri temi affrontati ci sono ampi e illuminanti paragrafi dedicati alla mitologia dei nativi americani e più in generale alla psiche primitiva. Mi spiace solo che molte persone interessate a Jung e al suo fertile pensiero leggeranno il suo articolo prima dell’autore, ne saranno scoraggiati e rinunceranno. Quale perdita, mentre i veri razzisti prosperano…

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      • 19 Maggio 2020 in 22:50
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        Bellissima risposta! Sono anch’io una vorace lettrice di Jung e questo articolo non ha nessuna utilità, essendo stato Jung uno degli Autori più profondamente umani che siamo mai esistiti. Leggete Jung, c’è solo da imparare!

        Rispondi
  • 25 Ottobre 2019 in 16:27
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    ho risposto :
    Buongiorno, la mia risposta si intitola : “Fake-news e loro effetti”.
    Sono medico specializzato in psichiatria e ho effettuato anche il training dell’Associazione Italiana di Psicologia Analitica per formarmi come analista e psicoterapeuta.
    Il mio pensiero è che l’intero contenuto del suo articolo sia frutto di disinformazione, distorsione, ignoranza.
    Vorrei iniziare riflettendo sulla lettura del suo curriculum che lei allega all’articolo; noto infatti le sue competenze nelle discipline di : Neuropsicologia, Scienze Neurologiche, Psicofisiologia, Neuroscienze, Psicometria, Epilettologia. Non vedo traccia di nessuna esperienza nel campo della psicoterapia, il cui esercizio le ricordo essere normato dal Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca e dal Servizio Sanitario Nazionale.
    La psicologia analitica è un orientamento psicoterapeutico basato sull’epistemologia e sulla metodologia proposte da Jung e dagli altri analisti che hanno proseguito a formarsi all’interno della International Association for Analytical Psychology, l’organizzazione transnazionale che raggruppa le varie società junghiane nel mondo.
    La prima critica che le rivolgo quindi è quella di scrivere un articolo nel quale esprime opinioni tecniche senza avere alcuna competenza in merito.
    Sarebbe quindi come se io scrivessi un articolo di argomenti del quale non ho nessuna contezza professionale nè amatoriale, come l’ingegneria elettrica, la cucina indonesiana o il gioco del poker. Le sue sono opinioni personali, espresse senza la conoscenza di alcuno studio accademico e pertanto, a nessun titolo.
    Noto inoltre che la rivista che ha ospitato il suo scritto è organo del CICAP, aspetto che rende intellettualmente ancora più grave la sua performance.
    La metodologia di verifica di teorie scientifiche passa infatti per attente verifiche ripetute, letture, bibliografie, riproducibilità, empiria, conoscenza della storia della scienza. Lei ha basato il suo articolo solamente su un testo critico di un unico autore di un unico parere, ignorando la grande quantità di testi e articoli prodotti sull’argomento da svariati anni da autori e studiosi di molteplici discipline.
    Sarebbe come proporre una innovativa pratica medica curativa basandosi solo uno studio clinico che dà risultati positivi.
    Un po’ come dire che la terra è piatta perchè si vede che è piatta e che i vaccini fanno venire l’autismo perchè un articolo lo dice.
    Bastano queste due argomentazioni che ho posto per chiudere in maniera scientifica la questione che lei ha portato.
    Entrerò comunque brevemente nel merito di ciò che lei ha scritto. Sottolineo brevemente perchè una risposta approfondita presuppone la lettura e lo studio approfondito dell’opera in molti volumi di Jung e i molti lavori degli analisti che hanno continuando a seguire e trasformare il suo insegnamento.
    Un lavoro che considerando il suo scritto ho l’impressione che lei abbia colpevolmente tralasciato; mi piace spesso citare il cantante Rino Gaetano : “mio fratello è figlio unico perchè non ha mai criticato un film senza prima vederlo”.
    UN focus importante quindi risiede nel cuore dell’ìnsegnamento junghiano : l’antropologia e la psicologia dell’inconscio. Estrapolate dal contesto di un’ampia argomentazione appaiono come affermazioni razziste frasi che in realtà non lo sono.
    Proporrò un esempio molto conosciuto nella comunità junghiana; la seguente è un affermazione decontestualizzata nella quale risuonano falsamente idee razziste : “L’ebreo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai. L’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello giudaico”. La seguente è la stessa affermazione all’interno del contesto argomentativo : “In virtù della loro civiltà, più del doppio antica della nostra, essi presentano una consapevolezza molto maggiore rispetto alle debolezze umane e ai lati dell’Ombra, e perciò sono sotto questo aspetto molto meno vulnerabili. Grazie all’esperienza ereditata dalla loro antichissima civiltà essi sono capaci di vivere, con piena coscienza, in benevola, amichevole e tollerante prossimità dei loro difetti, mentre noi siamo ancora troppo giovani per non nutrire qualche “illusione” su noi stessi… Il giudeo, quale appartenente a una razza che dispone di una civiltà di circa tremila anni, possiede, come il cinese colto, un più ampio spettro di consapevolezza psichica rispetto a noi. Il giudeo, che è una specie di nomade, non ha mai creato una forma propria di civiltà, e probabilmente non lo farà mai, poiché tutti gli istinti e i suoi talenti presuppongono, per potersi sviluppare, un popolo che li ospiti, dotato di un grado più o meno elevato di civiltà. La religione giudaica nel suo insieme possiede perciò – per l’esperienza che me ne sono fatta – un inconscio che si può paragonare solo con alcune riserve a quello ariano. Eccezion fatta per alcuni individui creativi, possiamo dire che il giudeo medio è già molto più consapevole e raffinato per covare ancora in sé le tensioni di un futuro non nato. L’inconscio ariano dispone di un potenziale più elevato di quello giudaico, il che costituisce al tempo stesso il vantaggio e lo svantaggio di una giovane età che non si è ancora completamente distaccata dall’elemento barbarico”.
    In questo esempio ho mostrato come sia possibile falsificare un pensiero complesso come quello di Jung.
    E’ quindi fondamentale specificare che quando Jung parla di coppie discorsive come alto/basso, nero/bianco, superiore/inferiore, civile/barbaro, non si sta riferendo a categorie morali nè tantomeno eugenetiche, quanto alla maniera in cui la psiche esprime l’umano in termini di dualità compensative, in maniera simbolica e immaginale.
    Questo lei non è in grado di capirlo perchè non ha eseguito studi di antropologia e/o psicoanalisi.
    Lei è in totale errore nell’interpretare Jung come nel suo articolo; l’insegnamento di Jung va infatti nella direzione opposta. Le specificità della psicologia analitica junghiana risiedono proprio nei concetti di “archetipo” e “inconscio collettivo”, elementi propri di tutta l’umanità in maniera transcontinentale e multiculturale. L’insegnamento junghiano si basa proprio sull’opposto di ciò che lei ha scritto : una base comune nella psiche di tutti gli uomini indipendentemente dall’etnia, dalla classe sociale, dal colore della pelle, e persino del genere sessuale.
    Mi rende invece più sospettoso questo accanimento unilaterale e molto poco relazionale che lei dimostra verso Jung, mi chiedo se lei non abbia scritto quest’articolo sotto un’influenza emotiva di alcuni suoi complessi irrisolti, le consiglio pertanto di approfondire nella sede adeguata aspetti di questo tipo; potrebbe essere un’occasione per iniziare proprio un percorso analitico.
    Le consiglio inoltre vivamente di non utilizzare più per articoli di questo tipo la sua affiliazione all’ ”Ospedale Meyer” di Firenze, le ricordo che lei scrive a titolo assolutamente personale. Ho scritto immediatamente alla direzione sanitaria della struttura ospedaliera per segnalare questo suo articolo.

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    • 21 Aprile 2020 in 18:32
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      Sottoscrivo le sue critiche. A differenza delle opinioni di questo articolo, sono accurate e pertinenti. Meno male che ci sono ancora psichiatri che hanno fatto tesoro del lavoro di Jung.

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  • 8 Gennaio 2020 in 18:28
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    Di qui a un pò sarà accusato di razzismo anche Pinocchio perché la sua fatina turchina è bianca di carnagione e perché non incontra personaggi di etnia africana o perché il can barbone che fa da servitore alla fatina è nero o perché ci sono i conigli neri a spaventarlo perché non vuole prendere la medicina.

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  • 21 Aprile 2020 in 16:08
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    Sono sempre l’anonimo del precedente commento. Vorrei condividere un’ulteriore considerazione che mi è venuta in mente rileggendo l’articolo, e in particolare l’accusa di non scientificità mossa a Jung. Un’accusa datata, che parte dalla pretesa che si possa usare un linguaggio e un approccio esclusivamente razionalistico per trattare gli aspetti più complessi della psiche umana. Un po’ come farebbe un letterato che cercasse di interpretare i contenuti di un poema basandosi esclusivamente sulla grammatica. Se la psiche più profonda si esprime in forme mitologiche, mi sembra giusto che qualcuno abbia avuto il coraggio di parlarne in un linguaggio appropriato, anziché limitarsi a studiarne la superficie cosciente o le basi biologiche, solo perché più facilmente indagabili dalla ragione. Mi sembra inoltre ingenerosa, per non dire diffamatoria, l’affermazione che Jung elevava a sistema le singole osservazioni personali. Al contrario, le importanti scoperte che fece sulla psiche umana (dagli orientamenti della personalità come l’introversione e l’estroversione, alla differenziazione tra complessi e forme collettive innate di rappresentazione) furono basate sullo sterminato insieme di dati raccolti nel corso della sua pratica clinica, e corroborate dall’analisi di testi di innumerevoli epoche e culture, niente affatto filtrate dalla “sua mente razzista” come si legge nell’articolo, ma trattate con raro rispetto e persino con ammirazione, e soprattutto senza il pregiudizio, deleterio per la psicologia, di scartare tutto ciò che è irrazionale o di spiegarlo in modo razionale e riduzionistico. Jung non è latore di verità religiose. Jung indaga miti e religioni di ogni provenienza per riconoscere al “mondo degli dei” il suo valore, che non è metafisico (o comunque non possiamo saperlo) bensì psicologico, e le sue manifestazioni sono visibili tanto nei sogni e nelle psicosi, quanto nella mitologia e nelle religioni. Fa tristezza vedere che in un sito legato a un’organizzazione di livello intellettuale solitamente alto come il Cicap si faccia confusione su questi argomenti.

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  • 21 Aprile 2020 in 16:21
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    Inoltre vorrei aggiungere: Jung non tentò mai, come sembra evincersi dall’articolo, di usare dei riferimenti culturali o mitologico-religiosi per comprovare la superiorità della propria “razza” sulle altre. Anzi, semmai li usò per denunciare l’unilateralità del nostro sviluppo storico e le sue paurose deficienze. Ad esempio Il “going black” a cui si fa riferimento in uno dei passagi citati non riguarda una presunta corruzione portata da razze inferiori, ma una profonda fascinazione dell’uomo moderno verso quelle popolazioni che vivono in modo più arcaico e naturale, e con una morale e una religiosità legata alla natura (un po’ come le antiche tribù germaniche citate) che allora erano assai più diffuse mentre oggi sono in via d’estinzione. Una fascinazione che, se disconosciuta per via dei nostri pregiudizi, rischia di diventare suggestione inconscia in grado di trasformarci nostro malgrado nella peggiore versione del barbaro primitivo, com’è accaduto ai colonialisti, presunti civilizzatori, in realtà barbarici oppressori senza alcuna morale, in preda a un animalesca frenesia di dominio e depredazione. Questa era l’argomentazione completa di Jung. Non so proprio come Dalal abbia potuto sentirsi superiore in quanto europeo, leggendo Jung. Io mi sono piuttosto sentito nevrotico e ignorante.

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  • 21 Aprile 2020 in 16:29
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    Infine, riguardo all’accusa rivolta a Jung di essere autore di affermazioni razziste e colonialiste, propongo ai lettori un’altra citazione riguardante noi europei e la nostra cosiddetta civiltà, nella quale egli riporta le sue reazioni al colloquio con un indiano Pueblo:

    “M’immersi in una lunga meditazione. Per la prima volta nella mia vita, così mi sembrava, qualcuno mi aveva tratteggiato l’immagine del vero uomo bianco […]. Ciò che noi dal nostro punto di vista chiamiamo colonizzazione, missioni per la conversione de pagani, diffusione della civiltà e via dicendo, ha anche un’altra faccia, la faccia di un uccello da preda, crudelmente intento a spiare una preda lontana. Una faccia degna di una razza di pirati e predoni. Tutte le aquile e le altre fiere che adornano i nostri stemmi mi parvero gli adatti rappresentanti psicologici della nostra vera natura” (C.G. Jung, Ricordi, Sogni, Riflessioni, 6 ed Bur Saggi, Viaggi, p. 303-304).

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  • 15 Gennaio 2021 in 16:04
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    Un buon articolo i cui contenuti riassumono un dibattito scientifico su un problema sempre più urgente, anche se poco percepito (mi pare) nel nostro Paese. E’ preoccupante constatare come ciò sia tuttavia sfuggito all’attenzione di diversi lettori che hanno lasciato i loro commenti, nei quali tale dibattito, apparso in riviste peer review e portato avanti da diversi analisti junghiani, è strategicamente ridotto a “opinioni” dell’autrice, al fine di screditarle e screditarla per partito preso. Non vedo infatti come sia possibile, oggi che sulla biodiversità umana e sull’inesistenza delle razze umane ne sappiamo molto di più grazie alla genetica, continuare a difendere le reiterate affermazioni razziali di Jung se non per partito preso.
    Questo atteggiamento risulta anti-scientifico, dal momento in cui una qualsiasi proposizione sulla razza scritta da Jung è considerabile scientifica non perché l’abbia scritta lui lui ma solo se falsificabile in linea di principio, altrimenti diventa un dogma a cui credere. Gli studi sulla biodiversità umana hanno da tempo falsificato le proposizioni razziali, e di ciò se ne deve tener conto se si vuole rivendicare una credibilità scientifica.
    Questo atteggiamento risulta inoltre poco inclusivo e democratico, dal momento in cui vengono misconosciuti gli effetti, documentati e studiati, di esclusione che comportano le teorie razziste applicate allo studio e alla cura della mente. Effetti messi in evidenza a partire dagli studi pionieristici, anni ’50, dello psichiatra Fanon sulla psichiatrizzazione del non-europeo da parte dell’europeo come infantile, e sulla conseguente interiorizzazione di uno stato di inferiorità e di rifiuto di sé da parte del non-europeo. Una terapia che sia efficace sul piano psicologico e sociale dell’inclusione e del rispetto del paziente, a cui non vengono attribuite caratteristiche razziali ereditarie o infezioni razziali, non può ignorare 70 anni di studi sulla decolonizzazione.

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  • 14 Febbraio 2021 in 15:59
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    Alcune delle frasi di Jung quotate nell’articolo, viste con gli occhi odierni, appaiono indubbiamente razziste, come quella sull”amore scimmiesco”. Ma Jung, malgrado l’originalita’ di molte delle sue idee, era pur sempre un uomo del suo tempo (come siamo tutti del resto) e come tale era influenzato dalle idee e attitudini dell’epoca. Jung non era un biologo, quindi non e’ sorprendente che accettasse le idee prevalenti nelle discipline biologiche dell’epoca. Detto cio’, Jung ha avuto una lunga carriera e probabilmente il suo pensiero e’ evoluto nel tempo. Ritengo che prendere alcune frasi isolate dal contesto non sia sufficiente per giudicare un autore, come Giulio Caselli fa notare.
    Jung a parte, ci sono alcuni problemi sulla visione di “scienza” espressa dall’articolo. L’articolo di Metitieri e’ un’apologia del libro di Angela Saini. Saini e’ una giornalista con una laurea in Ingegneria e una in “Science and Security” dal dipartimento di War Studies al King’s College. Quindi non e’ una biologa o genetista e non ha mai fatto ricerca o pubblicato articoli in quei campi (o almeno non sono riuscito a trovarne alcuna evidenza). Le sue pubblicazioni riguardano aspetti sociali, etici e politici della scienza. Sia che si accettino o no le sue posizioni, esse, o almeno l’interpretazione che ne fa la Metitieri (non ho letto il libro della Saini), contengono diverse affermazioni incorrette. Per esempio: Lynn ha dedicato la sua carriera a dimostrare che gli europei e in generale le popolazioni nord-occidentali abbiano un’intelligenza superiore in termini di Quoziente Intellettivo (QI), rispetto all’Europa meridionale e orientale, e di seguito all’Asia e all’Africa. Ma Lynn aveva asserito che gli Est Asiatici avrebbero un IQ superiore agli Europei.
    Inoltre l’articolo, come un altro simile pubblicato tempo fa dal Cicap (Che razza di “razze”!), proclama “l’inesistenza delle razze”, sostiene la posizione che il concetto di “razza” e’ puramente sociale e non ha alcuna base biologica, e che cio’ rappresenterebbe il consenso scientifico. Ma allo stesso tempo lamenta che molti scienziati accettano ancora questo concetto, e che questo e’ dovuto al razzismo di tali studiosi, che vorrebbero propagare l’idea della superiorita’ degli Europei. A tale scopo Metitieri cita anche “Is Science racist?” di Jonathan Marks. Infatti l’opinione degli scienziati (e con questo intendo i biologi, non gli antropologi culturali o i sociologi) sulle basi biologiche del concetto di razza, intesa non come gruppi umani idealizzati perfettamente distinti e “puri”, ma come popolazioni evolute in ambienti diversi e separate da distanze geografiche e barriere naturali che hanno limitato o impedito il gene flow, non e’ affatto unanime. Questo neppure nei paesi anglosassoni, dove “l’ipotesi sociale” e’ piu’ diffusa (vedi per esempio Ann Morning, “Everyone Knows It’s a Social Construct”: Contemporary Science and the Nature of Race, 2007). Non e’ neppure vero che “La Fallacia di Lewontin” e’ rigettata dal consenso scientifico, invece ha un vario grado di supporto tra gli scienziati. Anche Richard Dawkins non e’ d’accordo con le conclusioni di Lewontin sulla tassonomia umana: “However small the racial partition of the total variation may be, if such racial characteristics as there are highly correlate with other racial characteristics, they are by definition informative, and therefore of taxonomic significance.” (The Ancestor Tale: a pilgrimage to the Dawn of Evolution). Non posso qui esprimermi sul concetto di IQ, che comunque non descrive tutte le facolta’ mentali di una persona, e sulla neutralita’ dei test rispetto a fattori socio-economici e culturali. Ma quelli che sostengono che una parte delle differenze in IQ tra popolazioni umane avrebbero una base genetica presuppongono che l’adattamento a diverse condizioni ambientali, oltre a produrre evidenti differenze fisiche in pigmentazione, conformazione cranica, fisiognomia ecc abbia influenzato anche il cervello e certe funzioni cognitive e attitudinali. Questa e’ anche la posizione di James Watson. Non mi pronuncio sulla validita’ di questa ipotesi, perche’ la psicologia (di cui fanno parte le teorie sull’IQ) non e’ una “hard science” e non e’ il mio campo, e le nostre conoscenze sulle relazioni tra genetica e facolta’ mentali non sono ancora complete. Tuttavia dal punto di vista biologico ed evolutivo tale ipotesi non e’ di per se’ irragionevole (premetto che sono anch’io un biologo). Secondo l’articolo tuttavia coloro che sostengono tale ipotesi, o anche solo l’esistenza di significative, identificabili differenze fisiche tra gruppi umani, sarebbero automaticamente pseudoscienziati corrotti da bias razzisti, o addirittura promotori di un’agenza di White Supremacy. Mentre quelli che rigettano tali ipotesi sarebbero i veri scienziati (anche se molti sono esperti di discipline sociali e non di scienze naturali). Naturalmente i bias sono sempre presenti nella scienza. Tuttavia i bias non funzionano a senso unico. Se vivessimo negli anni ’30, o anche negli anni ’50, sarebbe ragionevole supporre che molti scienziati siano affetti da bias razzisti. Ma viviamo nel XXI secolo. Mentre e’ certo probabile che alcuni scienziati abbiano ancora bias razzisti, l’atmosfera culturale e politica in accademia e’ oggi molto diversa. In occidente, particolarmente in America, la grande maggioranza degli accademici hanno un orientamento liberale. Il mondo accademico in questi paesi e’ fortemente influenzato dall’ideologia della “Critical Social Justice”, di cui la “Critical Race Theory” fa parte. Questa e’ un’ideologia ispirata da concetti neo-marxisti e dalla filosofia post-moderna. La Critical Theory neo-marxista ha avuto e ha ancora una grande influenza in accademia (vedi per esempio la voce relativa su Encyclopedia Britannica). A questo punto e’ legittimo chiedersi, sono gli scienziati come Watson che sono affetti da pregiudizi razzisti (e forse nascondono sinistre agende supremaciste – cioe’ cospirazioni?) o sono i loro detrattori che sono affetti dai bias delle ideologie e orientamenti politici e culturali oggi dominanti in accademia e in gran parte della societa’? O magari sono tutti affetti da bias? E che ne e’ di Lewontin, il cui lavoro degli anni ’70 (che in genetica e’ preistoria) viene ancora citato da certi come prova dell’ “inesistenza delle razze?” e che e’ stato un dichiarato Marxista? Il punto e’ che qui non stiamo piu’ discutendo di fatti scientifici ma di ideologie, e l’opinione degli scienziati su argomenti che possono avere un significato sociale e politico viene filtrata sulle basi di paradigmi ideologici e politici.
    In realta’ da un punto di vista puramente scientifico la discussione sull’ (in)esistenza della rezze non ha molto senso, dato che la scienza rigetta l’essenzialismo. Ovviamente le categorie tassonomiche non hanno un’esistenza “reale”, sono concetti astratti e le classificazioni sono modi convenienti per organizzare la nostra conoscenza. Per esempio, se usiamo una tassonomia cladistica tecnicamente i mammiferi (quindi pure noi) sarebbero sinapsidi, mentre nella tassonomia tradizionale linneiana sono considerati un gruppo distinto. Non avrebbe molto senso dire che una delle due classificazioni e’ piu “vera” dell’altra.
    La preoccupazione che affermare l’esistenza di differenze biologiche tra gruppi umani promuove il razzismo puo’ essere legittima, ma non e’ un problema scientifico. Essa ignora anche il fatto che tali differenze possono avere un significato medico, e una semplice ricerca su Pubmed puo’ mostrare che studi biomedici e genetici su diversi gruppi razziali sono ancora vivi e vegeti, con l’intento di fare luce su patologie che sembrano colpire certi gruppi in maniera disproporzionata. In ogni caso, nessuna classificazione tassonomica potrebbe giustificare scientificamente la “superiorita’” o “inferiorita’” di una “razza” o popolazione umana , perche’ questi sono concetti culturali, non scientifici. E anche se si dimostrasse che le differenze in IQ tra certi gruppi razziali hanno una base genetica, questa conclusione avrebbe solo un valore statistico, e non stabilirebbe a priori l’intelligenza di un individuo (e comunque IQ non e’ necessariamente sinonimo di “intelligenza”). Inoltre anche individui all’interno di una stessa popolazione hanno IQ differenti, e nessuno oggi penserebbe che uno scienziato con un IQ di 140 sia “superiore” e piu’ meritevole di diritti umani che un manovale con un IQ di 90. Eppure non credo che qualcuno possa seriamente pensare che non esistano fattori genetici nelle differenze intellettuali e attitudinali tra gli individui; che ognuno al concepimento sia un potenziale Mozart o Einstein e che solo fattori socio-economici e culturali siano la causa del mancato raggiungimento dei vertici del successo artistico o scientifico.
    Mi scuso per la lunghezza del commento, ma ritengo sia importante. La posizione ufficiale del Cicap e’ che l’associazione e’ apolitica, aconfessionale ecc e studia affermazioni “straordinarie”, spesso di natura paranormale, che possono essere dimostrate o rigettate sulla base di fatti basati sulla scienza. Questo e’ spiegato chiaramente in un altro articolo che tratta dell’attitudine del Cicap nei confronti delle fedi religiose. Per esempio, io personalmente ritengo che le religioni contengano molti aspetti irrazionali e che alcune siano state e in alcuni casi ancora siano dannose (no offense to you Aldo 😉 ); ma il Cicap non sarebbe il posto per discutere questa opinione, perche’ non e’ basata su fatti incontrovertibili o chiaramente dimostrabili. Penso che lo stesso dovrebbe valere per altri argomenti di carattere politico, ideologico e morale, specie quando si rischia di distorcere fatti scientifici per sostenere la propria agenda, quale che sia.

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  • 15 Febbraio 2021 in 14:57
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    Secondo me basta la definizione, tuttora presente nei testi di Medicina, di Talassemia, per metter dubbi (…La talassemia è nota anche come Anemia Mediterranea a causa della distribuzione geografica: la talassemia si verifica più spesso nelle persone di origine italiana, greca, medio-orientale, sud-asiatica ed africana…) Secondo me sarebbe più scientifico affermare che: “Esistono differenze genetiche tra gli Uomini, così come ne esistono tra i Maschi e Le Femmine, sempre parlando degli Uomini. Ma non è scientifico basarsi su queste differenze per permettere ai Giapeti di sfruttare i Camiti e i Semiti, e ai Maschi di dominare le Femmine”.

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  • 16 Febbraio 2021 in 17:55
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    Sono d’accordo Aldo (anche se non ricordo bene cosa siano i Giapeti e i Camiti), la scienza non potra’ mai giustificare lo sfruttamento di un gruppo da parte di un’altro, anche se alcune persone cercano, o hanno cercato, di usarla, a tali scopi. Questioni politiche o etiche sono al di fuori della sfera scientifica. Questo non significa che la scienza non possa offrire dati utili per prendere decisioni politiche. Il riscaldamento globale e’ un esempio. Gli scienziati non solo hanno mostrato che la causa principale e’ antropogenica, ma possono anche suggerire possibili soluzioni (come la geoingegneria). Ma alla fine le decisioni appartengono pur sempre alla sfera politica.

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  • 1 Marzo 2021 in 06:57
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    Il professor Jung non era razzista, aveva totalmente ragione e il suo pensiero rimarrà per sempre scolpito sulla pietra della conoscenza, nonostante questi tetri tempi di “modernità liquida”.

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  • 1 Marzo 2021 in 12:22
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    Non solo Jung è superato ed obsoleto nel suo pensiero chiaramente troppo esoterico e veramente poco scientifico. Ma trovo che non si abbia il coraggio di ritenerlo appunto appartenente alle filosofie del passato piene di spirito religioso e pseudoscientifico. Potremmo ascriverlo tra i fautori del mesmerismo e dei rimedi elettromeopatici, e di tutte quelle pseudoterapie che non hanno nulla a che fare con la medicina scientifica, ma molto con le arti magiche dello stregone. I difensori di queste pseudoscienze hanno un grave difetto che salta agli occhi che consiste nella loro insisponibilità al revisionismo degli errori. La scienza ha in più che gode di questo revisionismo, mentre il loro tessuto sapienziale soffre di un certo dogmatismo. Espressioni come quella di Jung, prima credevo mentre ora io so, mi sembra in linea con questa mentalità del sapere dogmatico. Essere certi di qualcosa che non si è ampiamente dimostrato se non unicamente a livello soggettivo, mi sembra più il frutto del narcisismo personale piuttosto che una scoperta condivisibile.
    A mio avviso il tanto osannato Jung mi sembra, nel suo pensiero, avere davvero molte falle sul piano epistemologico.

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