La società della pseudoscienza

La società della pseudoscienza
di Giuseppe Tipaldo
Il Mulino, 2019
pp. 311, € 22

C’era una volta un medico buono, un “Mastro Geppetto della medicina”, che riceveva i malati nella sua umile casetta e somministrava loro miracolosi unguenti per farli guarire da malattie terribili e incurabili. Un giorno, la notizia di quella cura miracolosa si diffuse in tutto il paese e un magistrato buono e generoso ordinò che venisse messa a disposizione di tutti i malati che ne avessero bisogno. La notizia giunse fino alla Capitale, dove gli uomini del Governo, chiusi nei loro tetri palazzi a ordire piani per preservare il loro potere, ordinarono che la somministrazione venisse bloccata, asserendo che si trattasse di un inganno. Ma i malati insorsero e con loro il buon magistrato che aveva preso a cuore la causa del Mastro Geppetto, sostenendoli nella dura battaglia contro il Governo e i poteri forti che esso aveva scatenato per mettere a tacere per sempre la storia. Tale l’indignazione del popolo, che i ministri cedettero e accettarono di nominare una commissione di grandi dottori per studiare la cura; il buon vecchio medico avvertì che si trattava di una trappola, di un tentativo di screditarlo, e contestò i risultati che dichiarano privo di effetti il suo unguento miracoloso. Povero e screditato, il vecchio medico morì quattro anni dopo. Ma a preservarne la memoria fu un giullare che un giorno sarebbe diventato lo spauracchio dei poteri forti, il quale, tra la folla, continuava a cantarne e ricordarne la storia: “È tempo di eretici, e io lo sono, urliamo assieme. Chi è un eretico? Il professor Di Bella lo è!”.

Giuseppe Tipaldo, rigoroso ricercatore di Sociologia all’Università di Torino, ci perdonerà il ricorso allo storytelling, ma in realtà è lui stesso, nel suo libro La società della pseudoscienza, edito dal Mulino, a mettere in luce le strutture morfologiche delle teorie pseudoscientifiche usando le categorie rese celebri dagli studi sulle fiabe e le storie di folklore di Vladimir Propp raccolti nel suo Morfologia della fiaba. In questo caso, la storia del controverso metodo Di Bella è esemplare. Lo pseudoscienziato è il protagonista-eroe, “dal passato ignoto e/o fallimentare ma mitizzato retrospettivamente”, e il paziente la principessa da salvare; la magistratura e i media giocano il ruolo degli aiutanti magici dell’eroe, mentre l’expertise ufficiale e la politica costituiscono gli antagonisti, a volte aiutati dalla magistratura inquirente (i “poteri forti”, o “l’establishment”, per essere chiari). Dopo aver subito un grave smacco dagli antagonisti, il protagonista-eroe ritorna al retroscena, portando avanti le sue gesta in autonomia e clandestinità, sfuggendo la visibilità. Segue una fase di radicalizzazione, in cui i pochi seguaci del protagonista lo idealizzano trasformandolo in eroe e martire, utilizzando la “retorica del complotto per sanare dissonanze cognitive e imputare i fallimenti agli antagonisti”.

Questa struttura può applicarsi, spiega Tipaldo, a tutti i casi di NIMBO, neologismo da lui coniato che ricalca il celebre NIMBY (acronimo di Not In My Back Yard, non nel mio cortile) e sta per Not In My Body (non nel mio corpo), che “emerge alla confluenza tra una reazione di evitamento – «sono convinto che il vaccino provochi l’autismo, mi rifiuto di vaccinare i miei figli» – e una percezione di privazione di chance offerte da alternative eretiche rispetto all’expertise («ho il diritto di scegliere liberamente come curarmi, se la somatostatina non si trova, non me la danno o è troppo cara, mi rivolgo a un giudice per ottenerla»)”. Nel primo caso ricadono alcune delle vicende di cui Tipaldo ricostruisce la genealogia, incluse nel capitolo “La pseudoscienza in tavola”: in particolare, la celebre controversia sull’olio di palma, con la conseguente isteria collettiva che ha costretto tutti i maggiori produttori di dolciumi (Nutella esclusa) a cambiare le proprie ricette e inondare i supermercati di nuovi packaging in cui la dicitura “senza olio di palma” compare a grandi lettere, e quella relativa alle carni rosse dichiarate dall’Organizzazione mondiale della sanità potenzialmente cancerogene. Nel secondo caso rientrano vicende ugualmente celebri, ricostruite in dettaglio nel capitolo “Capre, grilli e iene: la pseudoscienza in medicina”, come il caso del siero Bonifacio, il metodo Di Bella e il caso Stamina.

A questi casi, Tipaldo aggiunge quelli delle sindromi NIMBY e BANANA, acronimo che sta per Build Absolutely Nothing Anywhere Near Anything (“non costruire assolutamente niente da nessuna parte vicino a qualsiasi cosa”), la versione estrema del NIMBY, che esce dalle proteste locali per diventare fenomeno collettivo di opposizione alle grandi opere, considerate, di per sé, dannose. Un caso di scuola, analizzato dall’autore, è quello dell’Alta velocità in val di Susa, esempio di “maturazione del modello Nimby verso il più universalistico e radicale assetto Banana”. L’aspetto fondamentale che emerge da questa comparazione tra temi diversi è lo stretto legame che intercorre tra movimenti di protesta e di opposizione a sfondo politico e la condivisione di credenze pseudoscientifiche. Apparentemente, infatti, il fenomeno No-TAV non ha nulla a che vedere col caso Stamina, dal momento che nel primo la credenza in concezioni scientifiche errate è irrilevante (è già, invece, più rilevante nel caso dell’opposizione alla costruzione dei termovalorizzatori durante l’emergenza rifiuti a Napoli). In realtà, tutti questi fenomeni trovano spiegazione nella contrapposizione verso un expertise tecnocratico considerato legato a interessi e motivazioni di tipo politico più che scientifico. Il rigetto delle opinioni degli “esperti” è ciò che accomuna l’opposizione al termovalorizzatore e alla Gronda di Genova al consenso popolare intorno al metodo Di Bella o al rischio dell’olio di palma, nonostante gli studi dicano tutt’altro.

Responsabili dell’errore, afferma Tipaldo, sono proprio gli esperti e i “tecnocrati”, rei di puntare su una scientizzazione della policy, ossia “il tentativo da parte della politica di annullare il dibattito e il conflitto democratico sulle issues di pubblica rilevanza, ricorrendo alla scienza e all’expertise come vati forieri di Verità”. Esempio paradigmatico nel contesto italiano, vero e proprio spartiacque della nostra storia politica, è quello del governo Monti, basato sull’idea che i tecnici, in quanto esperti, potessero rendere meno oppositiva l’accettazione, da parte dei cittadini, di scelte politiche impopolari. A far da contraltare a questo fenomeno è quello della politicizzazione mediatica della scienza, vale a dire “l’appropriazione da parte dell’expertise di spazi mediatici la cui gestione in passato era esercizio esclusivo del rapporto media-politica”. Esempio è il ricorso a esperti tuttologi nelle trasmissioni televisive, a cui viene demandato il compito di dispensatori di verità, come nel caso dell’oncologo Umberto Veronesi che, chiamato a esprimersi sui rischi del termovalorizzatore di Acerra, liquidò la vicenda mimando con le dita il numero “zero”, per poi confessare di non saperne nulla. Non si tratta di decidere chi ha ragione – sul piano scientifico, Veronesi non era molto lontano dalla verità – ma di spostare il focus sul modo in cui la comunicazione massmediale ha creato veri e propri casi. Tipaldo menziona il ben noto problema dell’agenda-setting dei media per evidenziare, dati alla mano, in che modo i canali d’informazione manipolano l’attenzione mediatica verso vicende che altrimenti non sarebbero mai salite alla ribalta, come appunto il siero Bonifacio o il metodo Di Bella, la cui somministrazione “fai-da-te” era andata avanti per anni e decenni prima di finire sotto le luci della ribalta.

L’autore rifiuta la concezione tradizionale e paternalistica di una comunicazione della scienza che dovrebbe limitarsi a far crescere l’alfabetizzazione scientifica dei cittadini, panacea di tutti i mali della pseudoscienza. Chi si mostra scettico e ostile non è necessariamente “ignorante”. Intanto perché tutte le statistiche mostrano che i livelli di alfabetizzazione scientifica sono da anni in aumento nei paesi europei e tra questi anche l’Italia, che non fa eccezione (sebbene Tipaldo conservi qualche lecito dubbio sulla formulazione dei quesiti per rilevare l’alfabetizzazione scientifica dei cittadini). In secondo luogo, sondaggi del Censis nel caso dell’opposizione ai vaccini hanno rilevato che proprio i più istruiti preferiscono affidarsi a informazioni trovate in Rete anziché agli esperti per decidere la loro posizione in merito ai vaccini (e in generale sui temi di salute), e ciò in base alla convinzione che “il solo fatto di aver frequentato una qualche università” li metta in condizione di “poter interagire alla pari con qualsiasi esperto”.

Per cercare di rintracciare delle cause della moderna società della pseudoscienza, Tipaldo analizza il problema della fiducia. Quello che emerge dall’analisi è che, laddove in passato forme antiscientifiche emergevano in seguito a un evento catalizzatore reale che spingeva la società a mettere in questione la fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” tecno-scientifiche – un caso di scuola è l’incidente di Chernobyl come evento catalizzatore della diffusa sfiducia sociale nei confronti del nucleare – oggi la fiducia di partenza della società nei confronti della scienza non esiste più. Non c’è quindi bisogno di un evento catalizzatore per disperdere il capitale fiduciario posseduto dalla comunità scientifica: quel capitale è già stato del tutto dilapidato, come risultato di una diffusa crisi di legittimazione dell’expertise che coinvolge tutte le democrazie avanzate, non necessariamente per errori propri della scienza, ma per il ruolo determinate delle rappresentazioni nell’epoca della post-verità, rappresentazioni che, come profezie che si autoadempiono, dispiegano i loro effetti reali sulla collettività. Si crede nella pseudoscienza perché non si crede più nei sistemi esperti, e ogni “bufala” può essere trasformata in verità.

È su questa base che si costruiscono i “canovacci” ricorrenti che, sul modello della morfologia delle fiabe di Propp, possono essere rintracciati alla base di ogni vicenda moderna di credenza pseudoscientifica. L’aspetto grave è che, in questo clima di sfiducia generalizzata, la “falsificazione” in senso popperiano della credenza pseudoscientifica – dimostrare, per esempio, che il metodo Stamina non funziona – non comporta la completa destituzione di fondamento di quella credenza. Si ingenera infatti un meccanismo complottista nel quale la spiegazione viene rintracciata in un complotto dei poteri forti per manipolare le sperimentazioni e nascondere la verità; un fenomeno analogo, aggiungiamo noi, a quello che ha portato per esempio i believers degli UFO a ricorrere alle teorie del complotto e del Nuovo Ordine Mondiale per spiegare l’assenza di prove scientifiche determinanti del nesso UFO-civiltà extraterrestri nel corso di decenni di presunti avvistamenti e incontri ravvicinati. In tal modo, la credenza pseudoscientifica viene messa al riparo da qualsiasi possibilità di verifica empirica.

In conclusione, La società della pseudoscienza di Giuseppe Tipaldo non è solo un’utilissima summa delle controversie pseudoscientifiche contemporanee, ma costituisce un accorato e ben documentato grido d’allarme nei confronti del “baratro di sfiducia verso il quale le società europee si stanno incamminando, quella italiana a passo più svelto delle altre”, e che sta trasformando “una banale influenza in una piaga pandemica”. Per invertire la tendenza, occorrono strumenti e strategie nuove. Per dirla con Saint-Just: “Ci vuole ancora qualche colpo di genio per salvarci”.

Roberto Paura

Dottore di ricerca in Fisica, con specializzazione in comunicazione della scienza, laurea in Relazioni Internazionali, è giornalista scientifico per diverse testate ed è stato consulente per la comunicazione della Città della Scienza di Napoli. Dal 2013 è presidente dell'Italian Institute for the Future. Socio CICAP dal 2011.

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