“Se fa così freddo, non c’è nessun riscaldamento globale”. Sarà vero?

In un contesto in cui molti parlano di “riscaldamento globale”, può essere molto difficile comprendere quale sia la reale situazione climatica, soprattutto al freddo delle forti gelate d’inverno. Dichiarazioni di politici e personaggi influenti da tutto il mondo, talvolta inneggiando al complotto, sollevano questioni contrarie all’esistenza di un “global warming” e delle possibili responsabilità che l’uomo possa avere in relazione al progressivo aumento delle temperature del pianeta. Ma sarà vero che, se fa freddo, non ci può essere un riscaldamento globale?

Risposta: FALSO

Confronto di più studi sull’andamento della temperatura media terrestre dal 1880 a oggi. (credit: NASA)

Le condizioni atmosferiche locali e/o transitorie non indicano di per sé l’andamento del clima globale.   Localmente il tempo meteorologico varia in misura molto maggiore di quanto vari nel corso del tempo per le modificazioni climatiche. Gli episodi di caldo estremo aumentano di frequenza ed intensità, ma è perfettamente plausibile avere localmente inverni molto freddi anche quando la temperatura globale del pianeta si sta innalzando. Anzi, alcuni fenomeni atmosferici tipici degli inverni più rigidi – come le bufere di neve che hanno colpito gli Stati Uniti in questi giorni, o l’intensità degli uragani – possono essere paradossalmente correlate all’aumento delle temperature.

Per esempio, nel caso specifico delle tempeste di nevi statunitensi, l’ondata “anomala” di maltempo di questo inverno dipende dall’alterazione di un’area di bassa pressione, chiamata “vortice polare”, un flusso circolare di correnti d’aria che si trova sopra all’artico; analogo a quella sul polo terrestre opposto, è particolarmente attivo durante le stagioni fredde. Il progressivo riscaldamento della stratosfera in area polare provoca un comportamento più caotico del flusso di correnti, costringendolo a cambi di direzione o il rallentamento delle correnti, che “spezzano” il circolo e spingono flussi di aria fredda in lobi d’aria diretti verso le aree tropicali. Proprio basandosi all’analisi del vortice polare artico, I meteorologi avevano stimato l’arrivo di temperature rigide e tempeste di neve (in particolare) negli Stati Uniti nel corso di questo inverno. Lo stesso fenomeno causa anche un anomalo riscaldamento delle regioni polari, raggiunte da aria calda che in sua assenza sarebbe rimasta a latitudini minori. In concomitanza con e ondate di gelo nordamericane si sono registrate al polo temperature di fino a 20 gradi sopra le medie stagionali.

Quindi, il freddo intenso osservato costituisce un fenomeno locale, compensato da un caldo anomalo presente in altre regioni. Globalmente, gli ultimi 4 anni sono i più caldi mai misurati da quando esistono registrazioni globali di temperatura.

Il contesto

Joseph Fourier.

La meteorologia, la scienza che studia le condizioni dell’atmosfera e il loro possibile andamento in un periodo di pochissimi giorni, permette di raccogliere molti dati, ad esempio temperature, nuvolosità e precipitazioni. Nel lungo periodo, queste informazioni permettono di redigere modelli complessi per comprendere l’andamento storico del clima, sia a livello locale (affinando ulteriormente la capacità di prevedere le condizioni atmosferiche) che planetario. Le informazioni relative alle condizioni atmosferiche sono oggi tecnologicamente molto evolute, confrontando dati di stazioni meteorologiche a terra e in mare, e dai rilevamenti provenienti dalle sonde aerostatiche e dai satelliti in orbita. La climatologia, ben diversa dalla meteorologia, è invece la scienza che, utilizzando tutte queste informazioni e confrontandole con le analisi storiche, il contesto geologico e l’evoluzione del territorio, permette di comprendere l’andamento storico del clima locale e planetario.

Louis Agassiz nel 1865.

La climatologia non è per nulla antica: la comprensione che il clima terrestre abbia subito radicali variazioni globali nel corso delle ere geologiche si è sviluppata solo dal XIX secolo. Ad esempio, l’esistenza del “effetto serra” deriva dall’intuizione del fisico e matematico francese Joseph Fourier, che nel 1822 pubblica l’opera “Théorie analytique de la chaleur” (Teoria analitica del calore), grazie al quale, due anni più tardi, calcola la dimensione della terra e la sua distanza dal sole dovrebbero mantenere sul nostro pianeta un clima più freddo di quello che abbiamo effettivamente. Sussiste quindi un sistema in grado di conservare il calore nell’atmosfera: appunto, la caratteristica dell’atmosfera di trattenere l’energia del sole. Non molti anni più tardi, nel 1837, lo zoologo svizzero Louis Agassiz teorizza per primo, attraverso l’analisi geologica, l’avvenimento di una “era glaciale” nella preistoria; è fra i primi a mettere in dubbio la costanza del clima planetario, ritenuta fino ad allora un dato di fatto. Il lavoro di Fourier e Agassiz, insieme ad altri, avvia quindi alla nascita della climatologia.

Svante Arrhenius, premio Nobel per la Chimica.

La teoria del riscaldamento globale si è sviluppata nel secolo scorso, pur trovando alcune prime teorie già alla fine del XIX secolo: il fisico e chimico svedese Svante Arrhenius (futuro premio Nobel per la chimica per i suoi studi sulla dissociazione ionica degli elettroliti) ipotizza, nel 1896, che il biossido di carbonio (conosciuto colloquialmente come “anidride carbonica”) influenzi l’andamento delle temperature del globo, e valuta persino l’influenza di quello prodotta dalle attività umane pur considerandolo poi non rilevante, almeno alle condizioni a lui contemporanee. Le teorie di Arrhenius vengono riprese con più convinzione negli anni ’40, quando la spettrografia a infrarossi permette di rilevare che l’aumento di CO2 nell’atmosfera causa un maggiore assorbimento della radiazione infrarossa; un fenomeno affiancato all’attività delle macchie solari e delle emissioni vulcaniche. Negli anni ’50, il termine “riscaldamento globale” viene citato per la prima volta dalla stampa, anche se fin dall’inizio viene contestata. .  Già nel 1957 un articolo pubblicato da un dipendente di Shell sosteneva l’impossibilità che le attività umane potessero influenzare in qualche modo il ciclo del carbonio del pianeta.

Tra gli anni ’60 e ’70, di fronte ad un periodo in cui il riscaldamento si era arrestato, c’è chi parla persino di “raffreddamento globale”, ma nei decenni successivi vengono sviluppati i primi modelli quaantitativi del fenomeno, e cresce il consenso sull’esistenza del global warming, anche e soprattutto di fronte alla ormai rapida ascesa delle temperature del pianeta.  I dati meteorologici disponibili oggi mostrano ancor di più questa crescita improvvisa e sempre più rapida  delle temperature; la comunità scientifica è praticamente unanime sull’esistenza del fenomeno, con una buona parte di essa convinta della responsabilità dell’uomo, ma esiste anche una componente (oggi molto minoritaria) di scienziati convinti che i dati mostrino solo un andamento ciclico già avvenuto nella storia del pianeta, e che l’uomo non abbia alcuna responsabilità in esso. Su Queryonline abbiamo già affrontato il tema del consenso dei climatologi sulla questione del riscaldamento globale.

Lo scioglimento dei ghiacci nelle calotte polari è correlato al riscaldamento globale.

Dagli  anni ’80 che la questione si accende, quando l’amministrazione repubblicana di Reagan prende una posizione politica sulla questione, osteggiando i finanziamenti dedicati allo studio dei cambiamenti climatici. La politicizzazione dell’argomento ha portato la discussione al di fuori del contesto scientifico. Se oggi sono noti esempi di politici che esprimono apertamente considerazioni prive di valore scientifico sull’argomento, e se, come già detto, ci sono ancora accademici contrari alla teoria del global warming (e soprattutto alla possibile responsabilità umana), è anche interessante notare come numerosi siti notoriamente legati alla “informazione alternativa” e alla disinformazione1 siano oggi fortemente schierati fra i negazionisti del riscaldamento globale.

In breve

  • La meteorologia è la scienza che si occupa di prevedere il possibile andamento del clima a breve termine, la climatologia studia invece gli andamenti a lungo termine.
  • Le condizioni meteorologiche locali non sono direttamente collegate all’andamento del clima: un inverno mediamente più caldo può avere episodi meteorologici legati a basse temperature e tempeste di neve, anche di grande entità.
  • Va sempre considerato l’andamento complessivo del clima. Episodi di clima rigido in alcune zone sono di solito collegati a temperature molto più alte in altre. I cambiamenti climatici sono inoltre visibili su periodi lunghi, dell’ordine del decennio.
  • La teoria del riscaldamento globale è sostenuta dalla maggior parte della comunità scientifica, anche tramite organi quali la NASA, l’American Association for the Advancement of Science, l’American Geophysical Union, l’American Meteorological Society, l’American Physical Society, la Geological Society of America, la U.S. National Academy of Sciences, lo U.S. Global Change Research Program e l’Intergovernmental Panel on Climate Change.
  • La responsabilità dell’attività umana nel riscaldamento globale in atto è comunque largamente sostenuta dalla comunità scientifica; il governo della California ha dedicato una pagina all’elenco delle organizzazioni scientifiche internazionali a sostegno della teoria. Relativamente all’Italia, è presente l’Accademia Nazionale dei Lincei, la più antica accademia scientifica al mondo.

Note

1. Esempi:

Tutte le foto mostrate nell’articolo sono di Pubblico Dominio o con licenza CC senza obbligo di attribuzione, salvo quando diversamente indicato nella didascalia. Si ringrazia Gianni Comoretto per l’esteso supporto dato nella redazione e nella revisione dell’articolo.

3 pensieri riguardo ““Se fa così freddo, non c’è nessun riscaldamento globale”. Sarà vero?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *