Caramelle avvelenate nei cieli nella Grande Guerra

Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Da fonte autorizzata ci è pervenuta conferma di una circostanza relativa all’ultima incursione di aeroplani austro-ungarici sui territori delle province di Ferrara e Ravenna, alla quale fino ad ora si era rifiutato di prestar fede, attribuendola alla fantasia popolare. Si ha oggi la certezza che gli aeroplani nemici hanno lasciato cadere nel loro percorso confetti micidiali destinati a uccidere chi, raccogliendoli, li avesse mangiati, e forse anche a spargere malattie infettive tra coloro che avessero avuto contatto con le vittime di tale nuovissima e atroce insidia.

Queste le parole di un comunicato del Comando della divisione di Bologna, emesso il 12 marzo 1916 e riportate il giorno seguente dal Corriere della Sera e dal Resto del Carlino.

La Prima Guerra mondiale insanguinava anche l’Italia da dieci mesi e le cose non andavano bene. Il conflitto si era trasformato in una logorante lotta di trincea e l’umore generale era basso. Si diffondevano le voci contrarie alla sua prosecuzione, le diserzioni erano represse con processi e fucilazioni sommarie.  L’11 marzo era iniziata la Quinta battaglia dell’Isonzo, ma la neve ancora presente aveva reso difficili le manovre e il fango aveva messo fuori uso molto del materiale bellico pesante. Da lì a pochi mesi sarebbe comparsa una delle canzoni di protesta più atroci e più note di quegli anni, O Gorizia, tu sei maledetta, nata subito dopo il tentativo di conquistare la città friulana; un’impresa che costerà, fra austro-ungarici e italiani, almeno 90.000 morti.

Fu in questo clima che a fine inverno 1916 cominciarono a diffondersi voci circa improbabili lanci di confetti e di dolciumi avvelenati dagli aerei austriaci.

Il comando della divisione di Bologna spiegava nei dettagli l’episodio che aveva dato il La a questa voce.

In seguito a un’incursione aerea su Codigoro (Ferrara) avvenuta nel pomeriggio del 12 febbraio (e non il 13 come scrivono i due quotidiani), due bambine avevano rinvenuto per terra un “oggetto della forma apparente di un confetto”. La più piccola delle due stava già per metterlo in bocca, quando la più grande era intervenuta per farglielo buttare. Un contadino che aveva visto la scena aveva quindi raccolto il corpo del reato, l’aveva consegnato alle guardie di Magnavacca, a Porto Garibaldi, che a loro volta l’avevano spedito alle autorità militari.

Qualcosa di simile sembrava fosse successo anche Ravenna, oggetto della stessa incursione. Un persona “degnissima di fede” aveva raccontato al Comando di aver visto alcuni ragazzi che si raccoglievano da terra alcuni confetti esclamando: “buttano giù anche le caramelle!” A Candiano, infine, alcuni operai avevano notato a terra “confetti colorati in rosso e turchino, avvolti in carta resistente” e sospettando che fossero stati lanciati da un aereo nemico li avevano raccolti e buttati via per evitare che finissero in mano a qualche bambino.  

Le autorità militari avevano quindi fatto esaminare l’unico reperto giunto nelle loro mani, la caramella di Codigoro. L’analisi chimica non aveva trovato tracce di sostanze velenose. Conteneva solo amido e zucchero. Quello batteriologico invece aveva dato risultati inquietanti: nel confetto erano presenti un gran numero di bacilli pericolosi. Certo, si poteva pensare a una contaminazione accidentale e per di più i germi erano risultati morti. Ma l’esame era avvenuto a cinque giorni dal ritrovamento e c’erano buone ragioni per pensare che gli agenti patogeni fossero stati introdotti vivi nell’impasto. L’uniformità nella distribuzione, poi, lasciava escludere un inquinamento casuale.

La stampa ne approfittava invece per mettere in guardia contro quella che il Resto del Carlino definiva “l’iniquità e l’infamia dei sistemi adoperati dagli austriaci”:

Per quanto, adunque, chi ancora coltivi nell’animo l’idea della guerra lealmente combattuta, come dovrebbe esserla da popolo ed esercito civili, rifugga dal crederlo, pare non possa rimanere dubbio che i confetti caduti a Ravenna e Codigoro contemporaneamente all’incursione aerea austro-ungarica, siano una nuova vilissima arma dei nostri nemici. Ora è bene che si sappia e si ripeta che essi si servono di simili mezzi di distruzione, non solo per attestare la loro infamia, bensì inoltre perché in avvenire le nostre popolazioni avvertite siano poste in grado di non caderne vittime.

Insomma, da leggende metropolitane le caramelle erano diventate strumenti di propaganda bellica.

Di confetti avvelenati si tornò a parlare a fine mese, il 31 marzo 1916, quando La Stampa raccontò che qualcosa di simile ai fatti di Codigoro era avvenuto anche a Verona. La mattina del 27 un raid dell’aviazione austriaca aveva visto il lancio di bombe sulla città. Erano crollati alcuni muri e cornicioni, e molti ordigni erano finiti nei campi o nell’Adige. Fortunatamente non si lamentavano vittime, ma solo alcuni feriti. In quell’occasione, però, erano stati rinvenuti nuovamente i “confetti avvelenati”, che l’Ufficio chimico municipale ora stava esaminando. Il sindaco aveva pubblicato un manifesto per mettere in guardia i cittadini contro questa nuova minaccia.

Voci analoghe si riaffacciarono periodicamente sulla stampa italiana.

Già a marzo del ‘16, peraltro, a Bassano del Grappa due uomini avevano rischiato il linciaggio perché erano stati visti distribuire dolci ai bambini dopo un raid aereo. L’episodio che ci pare di maggior interesse, tuttavia, è degli inizi del mese successivo.

Nel pomeriggio del 3 aprile aerei austriaci bombardarono il centro di Ancona. Ci furono tre morti e una decina di feriti e tre velivoli nemici furono abbattuti. Il giorno dopo, nel darne notizia, oltre a prendere in giro l’inefficacia del raid sia sul piano pratico sia su quello psicologico, Il Resto del Carlino così chiudeva la sua cronaca:

A conferma del sospetto che i confetti avvelenati rinvenuti a Codigoro fossero una inattesa arma austriaca, vi aggiungo che anche durante l’odierna incursione sono caduti sulla città, fra una bomba e l’altra dei cioccolatini, evidentemente avvelenati avvolti in carta contrassegnata con la parola “Français”. 

La storia della cioccolata al veleno fu però ridimensionata – una volta tanto – dallo stesso Carlino già il giorno seguente, 5 aprile.

Iersera le vie furon fin tardi brulicanti di gente che si narrava i particolari drammatici della lotta. I marinai tornati dalla caccia col sottomarino, con le spagnolette (termine arcaico per “sigarette”, NdA) sulle labbra raccontavano la battaglia sostenuta e scherzavano disputandosi le tavolette di cioccolato trovate a bordo del biplano nemico (catturato quasi intatto dopo esser caduto al suolo, N.d.A.).

Curiosa scritta su quelle tavolette: “Fabrication française”!

Che sia quella cioccolata “a base di microbi”?

Essi ne ridevano. Ma che microbi. Ottima! E l’hanno mangiata tranquillamente.

La storia dunque era oggetto di scetticismo e persino di aperta irrisione.

Lo stesso 5 aprile il Corriere della Sera, che aveva anch’esso accennato all’episodio nell’edizione del 4, pubblicò un lungo commento sul fatto di Ancona e, più in generale, su quel tipo di notizie. Usava dei toni molto interessanti e metteva in dubbio – il maggior quotidiano del tempo, in piena follia bellica – la realtà delle storia dei “lanci”. L’articolo, piuttosto esteso, purtroppo non è firmato ma il titolo da solo dovrebbe dire qualcosa: “Cioccolatini e misterini”.

Dopo aver ripetuto che “bombe e cioccolatini” erano piovuti su Ancona e che bombe e confetti erano caduti sulla Romagna e su Verona, spiegava con apparente ottimismo:

Non è più possibile mettere in dubbio la notizia. Una diceria vaga si può diffondere una volta o due, non può diventare una leggenda in tempi di scetticismo, di giornalismo e di zelo delle autorità militari e civili. 

Ma poi cambiava tono sottilmente:

Fosse anche una leggenda, a quest’ora la curiosità di controllarne il valore si dovrebbe essere svegliata in coloro che hanno ufficio e obbligo di controllo anche per le dicerie, e che a volte tale ufficio e obbligo esercitano per cose di molto minore importanza… Or bene, sarebbe ora che si sapesse qualche cosa di più. Queste dolcezze piovute dal cielo sono innocue o insidiose? 

E imboccava, per così dire, una terza via che andava oltre la dicotomia vero/falso.

Potrebbero benissimo essere innocue. Non bisogna dimenticare che il Comando austriaco e coloro che ad esso si ispirano sono talvolta in vena d’arguzia. E’ una vena di gusto discutibile, ma, insomma, non si deve pretendere troppo dagli austriaci in uniforme… I dolciumi sono cari ai tedeschi di Vienna, carissimi ai tedeschi di Berlino, che ne sentono la scarsezza nel profondo del cuore; privarne sé e i padroni per venirne a offrire cittadini italiani è quindi quasi un gesto di abnegazione…

E se sono avvelenati, che cosa si aspetta a darne notizia ufficiale? Le nostre autorità pensano a tutto – e talora, dicono i maligni, anche a qualche cosa di più – è possibile che non abbiano pensato a un’analisi chimica di queste “delicatezze” austriache?…

I confetti avvelenati non ci sorprenderebbero.

Ma se i confetti e i cioccolatini non erano avvelenati, non è degno di noi lasciar correre e rafforzarsi una tale leggenda. Dobbiamo serbarci superiori ai nemici…

Suvvia, ancora – per le autorità politiche, come per le questure – la fatale raccomandazione: un po’ più di curiosità… 

È un intervento talmente netto, sul principale organo della borghesia italiana del tempo, da far pensare che possa esser stato deciso a tavolino dalla sua direzione, magari come larvata protesta razionale contro le troppe dicerie che stavano circolando da quasi un mese al nord, in specie lungo la costa adriatica nella parte centrale della pianura padana.

In tutto ciò, l’idea che i lanci fossero reali ma fatti a fini cavallereschi, da guascone, è interessante. Del resto, che cosa farà acquistare fama immensa a D’Annunzio, due anni dopo, se non una provocazione “inutile” come il volo su Vienna di di dodici aerei da bombardamento che invece di sganciare bombe faranno piovere volantini in italiano – nemmeno in tedesco?

Eppure fu proprio il Corriere della Sera il 23 maggio 1917 a pubblicare una notizia datata “Ferrara, 22 maggio sera” col titolo “Nuovo mostruoso attacco austriaco”. Il sindaco del comune di Codigoro aveva, a quanto pare, pubblicato un manifesto che riproduceva un telegramma-espresso del generale Edoardo Escard (1852-1942), allora comandante del Corpo d’Armata di Bologna al comando della difesa antiaerea di quel paese:

Si avverte questo Comando che i confetti lanciati dagli aviatori austriaci nell’incursione dell’11 corr. vennero sottoposti ad analisi presso il gabinetto di patologia medica della locale R. Università, e si è già riscontrato che essi contengono i bacilli del colera, nè si esclude che, con ulteriori processi analitici, possano rivelarsi altri germi patogeni. Firmato: Gen. E. Escard.

Il manifesto, secondo il quotidiano proseguiva facendo “viva raccomandazione a chiunque di usare le maggiori cautele sia nel raccogliere come nel maneggiare i confetti, che dovranno essere subito consegnati al locale Comando di presidio” e prescrivendo “che tutti i pozzi all’aperto siano protetti con una copertura”.  Il colera era una malattia ancora molto temuta: gli italiani avevano ancora nella mente le epidemie del 1910 in Puglia e del 1911 in Sicilia, e non ultimi i disordini e le paure che avevano scatenato fra il popolo. E certo a Codigoro si ricordava ancora l’epidemia del 1885.

Il quotidiano diceva che “è la seconda volta che si tenta il mostruoso delitto”, ma in effetti, oggi non è chiaro se si trattasse o meno di un rilancio tardivo di quanto sarebbe avvenuto nel febbraio dell’anno precedente. Il Corriere della Sera del giorno successivo brandirà comunque la cosa come una mazza per ricordare che il nemico era disumano. Questa era la miglior risposta, secondo il giornale, ai “fautori della pace frettolosa” e ai “sovvertitori della resistenza nazionale” che facevano propaganda contro la guerra e si ostinavano a dire che i nemici tutto sommato erano “brava gente”. Niente di più falso! O si voleva forse credere che le caramelle al colera fossero un’invenzione del generale Escard?

Ma, a parte le illazioni che abbiamo visto, che cosa dire di tutti questi racconti? Qui possiamo solo accennare al fatto che le voci sul lancio dal cielo di veleni, di germi, di bacilli nacquero prima dell’impiego bellico dell’aeroplano, che all’epoca dei nostri fatti era iniziato da appena cinque anni, proprio ad opera di noi italiani, nella guerra che muovemmo alla Turchia e che portò alla nostra conquista della Libia. A parte l’uso dei palloni meteorologici, il primo grande impiego dei palloni per la pianificazione sui campi di battaglia fu quello proprio di Unionisti e Confederati durante la Guerra Civile americana del 1861-65. E allora le nostre voci erano già nate. A metà Ottocento in Italia i contadini del Sud vedevano razzi e palloni incendiari scoppiare in cielo o cadere a terra per diffondere i germi del colera.

Durante la Grande Guerra metodi per diffondere la peste o altre epidemie furono in effetti pensati da diversi Paesi, ma non risulta che nessuno li abbia mai impiegati.

Queste storie sono inquadrabili senza soverchie difficoltà nella lunga tradizione di leggende simili, che proseguiranno nella Seconda Guerra Mondiale e poi ancora dopo. Nell’estate del 1941, ad esempio, si raccontava che i sovietici avessero lanciato formaggini, scatole di carne e gallette infette sulla Romania. In Italia, gli Alleati furono accusati dal governo repubblichino di buttare dagli aerei dolciumi avvelenati, giocattoli e penne esplosive. Più recentemente, voci simili hanno riguardato la guerra in Iraq e le guerre arabo-israeliane, e questo senza contare i “bombardamenti” di dorifore delle patate particolarmente in voga nel blocco sovietico durante la Guerra Fredda.

Nella Grande Guerra l’Italia non fu certo il solo Paese al centro di questa leggenda. Il 23 febbraio 1918 il settimanale inglese Chemist and Druggist riferiva che nelle incursioni aeree i tedeschi avevano lanciato confetti avvelenati su Londra.

Episodi simili avrebbero riguardato anche Bucarest ai primi di ottobre del 1916. La Romania era entrata in guerra contro gli Imperi centrali (con esiti catastrofici) il 27 agosto.

Mentre il Paese balcanico era ormai travolto e Bucarest stava per cadere, in Italia ne parlò il 24 novembre – riprendendo Le Figaro di due giorni prima – La Stampa: secondo lettere che giungevano con fatica in Francia, gli aerei lanciavano sulla Romania matite, uniformi, fazzoletti, uniformi rumene e zucchero “infettati con microbi della peste e del tifo”. Su vari paesetti, invece, caramelle infettate per i bambini.

Negli stessi giorni un’infermiera scozzese rientrata dalla Romania dichiarerà che gli aerei tedeschi hanno sganciato di tutto sulla capitale: giocattoli velenosi, dolci avvelenati che hanno anche ucciso bambini, penne esplosive… (Poverty Bay Herald, Nuova Zelanda, 20 dicembre 1916).

Si tratta di una leggenda ricorrente, dunque, assai diffusa e puntualmente riciclata in conflitti diversi, ma che nel caso della Prima Guerra Mondiale sembra aver avuto speciale diffusione nel corso del 1916 (e si potrebbe continuare a lungo con esempi inglesi, francesi, ecc.). La ragione del suo successo poggia sulla disumanizzazione del nemico, in parte operata in maniera spontanea in parte frutto di propaganda volta a far credere che si stesse combattendo contro creature sleali, in grado di impiegare mezzi culturalmente inammissibili e devianti (le vittime di questi “lanci”, ricordiamolo, sono spesso i bambini).

Infine, queste voci su “lanci dal cielo” possono essere collocate in un contesto mitologico assai più vasto.

A partire dal 1907 (per tacere degli anni precedenti)  il mondo era stato investito da vere e proprie ondate di avvistamenti di “dirigibili”, “palloni” e poi di “aerei” misteriosi e non identificati che di norma venivano ricondotti ad azioni spionistiche di potenziali nemici. Una piccola serie di casi simili si ebbe in Italia nel 1909-1910. Di qualche “dirigibile” visto nei cieli piemontesi e che è legato a quella stagione abbiamo parlato sul sito del CICAP Piemonte.

Questi racconti facevano leva sul nuovo terrore che si era diffuso a partire dall’inizio del Novecento, quello del “pericolo che viene dal cielo”. Come accade sovente, l’immaginario che si sviluppa è quello che l’uso delle nuove tecnologie possa condurre a crudeltà senza precedenti. Grazie agli aerei, che ogni anno compivano nuovi progressi (nel 1909 per la prima volta fu superata la Manica, mostrando così che era possibile raggiungere con “il più pesante dell’aria” i centri industriali inglesi) il nemico poteva colpire anche zone ben distanti dai confini nazionali, arrivando direttamente al cuore di una nazione. La gente cominciava a scrutare i cieli per scorgere l’arrivo degli incursori. Stelle e pianeti cominciarono ad essere scambiati in maniera massiccia per dirigibili o aeroplani nemici.

La stampa soffiava in maniera isterica sul fuoco paventando lanci di ordigni carichi di gas velenosi dal cielo (in un certo senso i “nonni” delle scie chimiche). Un terrore che, con nuove ondate di “aerei fantasma” dominerà l’immaginario aeronautico e di massa (anche nel cinema: vi consigliamo la visione di La vita futura) degli anni ‘30 del XX secolo, il decennio che condurrà a un terrore assai più concreto, ossia quello della nuova, incommensurabile carneficina della Seconda Guerra Mondiale.

Da tutto ciò a credere alle “caramelle velenose”, il passo era breve.  

Immagine di copertina: Prima guerra mondiale. Un manifesto britannico di propaganda anti-tedesca: i diavoli si lamentano col Kaiser per non avergli lasciato più nulla da fare.

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