L’errore del Politecnico, che apre le porte alla pseudoscienza

Dal prossimo 15 novembre il Politecnico di Milano ospiterà per tre giorni il 35o Convegno internazionale di agricoltura biodinamica, organizzato dall’Associazione per l’agricoltura biodinamica. La professoressa Cattaneo è intervenuta anche su queste pagine per stigmatizzare la decisione del Politecnico, che rischia di tradursi in un avallo di pratiche che non hanno consistenza scientifica.

Per approfondire la questione, abbiamo deciso di intervistare  anche il professor Luigi Mariani, vicepresidente della Società Agraria di Lombardia e condirettore del Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura.

Professor Mariani, perché è inopportuno che istituti accademici o di cultura sponsorizzino eventi che sostengono l’agricoltura biodinamica?

Il biodinamico si fonda su principi fissati dal suo fondatore, Rudolf Steiner, che li esplicitò nelle sue lezioni di agricoltura tenute nel 1924. Tali principi – che fanno riferimento a energie spirituali che agirebbero su animali e vegetali in associazione a energie materiali e a forze cosmiche – non sono mai stati dimostrati sperimentalmente. Questi presupposti si traducono in una serie di tecniche e preparati, che secondo i seguaci di questa agricoltura risolverebbero i problemi delle colture in termini di nutrizione, difesa fitosanitaria, difesa dalle malerbe.

Tutto ciò è senza dubbio molto interessante sul piano etnografico e antropologico, ma se ci chiediamo come si traduca nella pratica agricola il mio giudizio di agronomo è sconfortato. Basti pensare alle grandi colture (frumento, mais, riso, soia, orzo e sorgo), che oggi costituiscono il 70% della produzione agricola mondiale: quando vengono prodotte con i metodi biodinamici e biologici (il biologico nasce per gemmazione dal biodinamico negli anni 40 del XX secolo) la resa è dal 30 al 70% inferiore rispetto a quella offerta da un’agricoltura moderna. La diffusione di tali tecniche avrebbe perciò effetti dirompenti sulla sicurezza alimentare europea e globale. Un esempio molto concreto: la Francia è il primo produttore di grano tenero in Europa e presenta rese annue in granella di 7.3 tonnellate per ettaro. Le rese del grano biologico sono di 2,9 tonnellate per ettaro, il che implica una perdita del 69% della produzione.

Si pensi anche al danno che la diffusione di queste credenze magiche avrebbe nei Paesi in via di sviluppo, nei quali le rese, attualmente bassissime, potrebbero invece essere triplicate utilizzando tecnologie anche genetiche note da tempo

Per questo insieme di motivi, trovo quanto meno inappropriato che si sponsorizzino eventi di tal fatta.

Secondo lei, perché istituti accademici o di cultura lo fanno? Per distrazione, per mancanza di conoscenza specifica o perché si adeguano all’idea che biodinamico è buono e chimico è cattivo?

Non voglio fare processi alle intenzioni. Ho sentito dire che la linea adottata risponde a superiori esigenze di pluralismo. Tuttavia, a mio modesto avviso, sarebbe opportuno riservare il termine pluralismo ad altri ambiti. La scienza è un metodo per discernere la verità dall’errore e come tale porta a sospendere il giudizio di fronte a energie spirituali e forze cosmiche che non hanno alcuna conferma sperimentale. Sospendere il giudizio significa, fra l’altro, astenersi dal partecipare o dal collaborare all’organizzazione di convegni che promuovono queste pratiche, onde evitare di essere strumentalizzati.

Come si è aperta la strada alle pseudoscienze in campo agricolo?

Il problema va inquadrato in chiave storica, nel senso che l’astrologia (influssi astrali su quanto accade sul nostro pianeta) è fenomeno antico quanto l’agricoltura, si pensi alle credenze sugli influssi lunari di cui troviamo tracce già in Le opere e i giorni di Esiodo. Tale approccio all’agricoltura fu peraltro aspramente combattuto dal maggiore agronomo romano, Lucio Giunio Moderato Columella, che sul tema scrisse un trattato, l’Adversus astrologos, andato purtroppo perduto. A ciò si aggiunga che fino al XVIII secolo fu in auge il vitalismo (che in agricoltura si presenta spesso come “umismo”), il quale attribuiva alla materia vivente una “vis vitalis”, barriera insormontabile rispetto al mondo inorganico. Tali credenze vengono superate dalle scoperte dei primi decenni dell’800, ed in particolare da quella di Nicholas Theodore De Saussure (1804: nutrizione carbonica atmosferica e CO2 come mattone fondamentale della materia vivente) e di Friedrich Wöhler (1828: sintesi dell’urea e nascita della chimica organica come chimica dei composti del carbonio). Su queste nuove basi si fonda l’agricoltura della rivoluzione verde, che oggi garantisce la gran parte della produzione mondiale di cibo, grazie a potenti innovazioni nella genetica (applicazione della scoperta di Mendel e poi di quella di Watson e Crick, fino ad arrivare agli OGM) e nelle tecniche colturali. Tutto ciò ha portato, in un secolo, a quintuplicare la produzione agricola, a fronte del quintuplicamento della popolazione. Tale sviluppo non è esente da problemi, così come non lo è stato quello dell’industria energetica o di quella automobilistica. Tuttavia, non è tornando al vitalismo e all’astrologia, come fa il biodinamico, che si può pensare di risolvere i problemi di sicurezza alimentare. Occorre peraltro ricordare che nell’area UE ognuno è libero di produrre come meglio crede, a patto di seguire le normative vigenti in termini di qualità dei prodotti e di tutela dell’ambiente. Pertanto, se un agricoltore vuole seguire il biodinamico è libero di farlo, ma questo non implica che quelle credenze magiche debbano essere applicate al sistema agricolo mondiale.

Quale ruolo giocano iniziative pur per altro meritevoli come SlowFood?

Quando Carlo Petrini, fondatore di Slowfood, definisce il bio come l’agricoltura più pura e fa il consulente della Fao e del Papa, dovrebbe riflettere sul fatto che questa supposta purezza si traduce in agricolture del tutto insostenibili sul piano ecologico. Si pensi anzitutto ai danni dovuti all’inquinamento da rame, fungicida tossico per la microflora e microfauna e non biodegradabile, usato in grandi dosi nell’agricoltura biodinamica e biologica a causa del rifiuto dei fitofarmaci organici, che sono invece biodegradabili.

Si pensi poi che il 30-70% in meno delle rese, con una popolazione mondiale in crescita costante, implicherebbe il raddoppio delle terre coltivate, il che porterebbe alla necessità di dissodare una larga parte delle foreste del globo, con effetti dirompenti sull’ecosistema (le emissioni annue del settore agricolo passerebbero da 1,4 GT a 6.4 GT di carbonio) e sul piano economico (produrre la metà con costi di produzione più alti porterebbe a prezzi doppi o tripli per i generi alimentari). Questo scenario è auspicabile? Credo francamente di no.

Che impatto ha secondo lei la semantica? È il termine “bio” che affascina?

Il termine “bio” guida senza dubbio la fascinazione. Non è tuttavia da trascurare il ruolo giocato da tutta una serie di corollari: sostenibile, genuino, naturale, a km 0, equo, ecc.

Quale errore fanno gli scienziati? Perché sono talvolta percepiti come i “cattivi” in queste battaglie?

Penso che chi si occupa di scienza abbia il dovere di trasferire alla collettività i risultati della ricerca scientifica e che debba farlo in modo onesto. Debbo però stigmatizzare il fatto che i media mettano spesso gli scienziati a confronto con persone che non fanno ricorso a argomenti razionali, ma ad appelli emotivi e a volte demagogici. Ad esempio, mesi fa ebbe una certa notorietà mediatica uno studio di un gruppo di ricerca del Collegio Sant’Anna e dell’Università di Pisa coordinato dalla professoressa Laura Ercoli. Lo studio, pubblicato su una rivista scientifica prestigiosa, presentava i risultati di una metanalisi in cui si evidenziava la superiorità dei mais OGM rispetto a quelli convenzionali in termini di produttività, qualità e sicurezza alimentare per il consumatore. In una trasmissione del mattino di Radio 1, che mi capitò di ascoltare, Ercoli fu messa a confronto con Oscar Farinetti, che ironizzò sui risultati ottenuti dalla professoressa parlando dell’eccellenza e della qualità unica del cibo italiano, che sarebbe stata a suo parere messa a repentaglio dall’introduzione degli OGM. Una tesi, quella di Farinetti, che non è fondata su dati reali. Il nostro Paese, infatti, importa il 50% del frumento per pane e pasta in quanto i frumenti esteri sono di qualità superiore, e il 35% degli alimenti zootecnici (mais e soia, spesso OGM) perché i nostri mais sono spesso inquinati da aflatossine (con distruzione di latte, problemi alla salute delle bovine, ecc.) e le rese annue del nostro mais sono ormai decisamente inferiori rispetto a quanto sarebbe ottenibile adottando gli OGM.

Le evidenze che non sostengono le bio-cose sono difficili da capire?

Gli argomenti che ho portato fin qui mi paiono alla portata di tutti. Il problema è quando alla riflessione fondata sulla letteratura scientifica si sostituisce lo slogan, il cui terreno di coltura è, a mio avviso, l’Inurbamento massiccio avvenuto fra gli anni 50 e 70, che ha determinato la perdita di contatto con la realtà rurale. Gli agricoltori che allora abbandonarono la terra provenivano dalle aree più marginali del paese e lasciarono l’agricoltura perché le rese erano insufficienti e l’impiego di tecnologica bassissimo. Da questo inurbamento, con l’abbandono di un’agricoltura che garantiva solo fame, malattie e arretratezza, provengono le “ondate infinite di nostalgia” che si sostanziano nell’odio per la chimica (vedi gli attacchi ai “pesticidi”) e per la biologia (vedi gli OGM) e l’idealizzazione di un passato posticcio, con il corollario di slogan conseguenti. Si deve altresì considerare che il mondo urbano è oggi culturalmente vincente, per cui impone i propri riti e miti al mondo rurale. Lo ha ben dimostrato Expo 2015, che di tale “superiorità urbana” è stato il punto più alto, un evento nel quale hanno avuto molto spazio persone come Carlo Petrini, Oscar Farinetti e Vandana Shiva.

Potremmo qui anche parlare del ruolo delle ideologie politiche in tale deriva, ma la cosa ci porterebbe lontano (voglio però almeno ricordare l’interesse del nazismo per il vitalismo e l’odio del comunismo per la genetica borghese, incarnata da Mendel, e la conseguente adesione alla genetica staliniana di Trofim Lysenko).

Personalmente, mi spiace soprattutto vedere che l’agricoltore moderno, invece di essere visto come una figura positiva, che produce cibo impiegando le migliori tecnologie in suo possesso, venga sempre più spesso visto come un avvelenatore seriale e un attentatore alla salute pubblica.

C’e’ una narrazione positiva che è possibile offrire?

Quella dell’agricoltore e dell’agronomo che operano utilizzando le migliori tecnologie, con etica e senso della responsabilità, analogamente a quanto fa il medico usando medicinali e altri rimedi. Nel nostro caso, i medicinali si chiamano fitofarmaci o farmaci veterinari e i nutrienti si chiamano concimi o alimenti zootecnici.

La politica gioca un ruolo? 

Credo che la politica abbia da tempo abdicato alla sua funzione di cinghia di trasmissione fra scienza e collettività, il che è un errore strategico enorme, anche se magari sembra pagare nel breve periodo.

L’immagine del piccolo contadino Davide contro la grossa multinazionale Golia ha effetto?

È anche questo un aspetto della realtà con cui confrontarsi. Per interpretare correttamente il fenomeno, debbo tuttavia ricordare che una proprietà fondiaria polverizzata porta ad agricolture di sussistenza, che non risolvono il problema della sicurezza alimentare e che condannano gli agricoltori ad una vita grama, che spesso si conclude con la fuga dalle campagne. Da ciò, la necessità di creare sviluppo agricolo anche favorendo i processi di aggregazione fondiaria, evitando al contempo i fenomeni di accaparramento totale della terra da parte di pochi. Più in là non mi spingo, in quanto siamo di fronte ad un sistema di una complessità enorme (590 milioni di aziende sono oggi attive a livello mondiale) e dunque le questioni vanno analizzate caso per caso, paese per paese, regione per regione. Voglio solo citare un esempio emblematico, che riguarda l’olio di palma, specie domesticata in Africa circa 5000 anni fa e coltivata in Africa, Asia e Africa da migliaia di anni. Credo sarebbe utile riflettere sugli effetti provocati dalla campagna di boicottaggio decretata da organizzazioni ambientalistiche, e a cui hanno aderito larghe fette della nostra industria e della grande distribuzione come Esselunga, sulle comunità che vivono di questa agricoltura.

Può raccontare a chi ci legge gli scopi e le attività del Museo che dirige e spiegare in che modo questa attività museale può contribuire a rendere visibile il punto di vista scientifico su questi argomenti?

La responsabilità di condirettore del Museo Lombardo di Storia dell’Agricoltura (Mulsa), che condivido con l’amico Osvaldo Failla, e l’insegnamento di storia dell’agricoltura, cui sono approdato dopo avere insegnato agrometeorologia e agronomia generale per anni, ha portato ad aumentare in me la coscienza dell’importanza dell’innovazione per garantire sicurezza alimentare all’umanità. Peraltro, nella mia riflessione mi riallaccio a una corrente di pensiero nell’ambito della storia dell’agricoltura italiana che ha come personaggi più rappresentativi i professori Gaetano Forni e Antonio Saltini, con cui sono in stretto contatto. Al riguardo voglio ricordare che l’Italia non è stata solo patria di Galileo Galilei, ma anche di Giambattista Vico, secondo il quale non si può pretendere di interpretare un fenomeno se non se ne analizza l’origine e l’evoluzione nel tempo. L’agricoltura ha almeno diecimila anni di storia, una storia che agricoltori e agronomi meriterebbero di conoscere, anche per non cadere nelle trappole delle pseudoscienze. Ad una tale missione obbediscono il Mulsa e la stessa Società agraria di Lombardia, ente fondato nel 1861 con scopi di divulgazione scientifica e tecnologia in ambito agricolo e a cui mi onoro di appartenere.

 

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