La “radiobalistica”, ovvero il raggio della morte dell’ingegner Ulivi

Articolo di Sofia Lincos e Giuseppe Stilo

Inizio agosto del 1913. Davanti al porto francese di Le Havre è ancorato lo yacht “Lady Henriette”, proprietà del ricchissimo signor Moyen. Da qui, alla presenza di osservatori militari, un uomo fa saltare in aria alcune mine poste nell’acqua a 23 chilometri di distanza. Per farlo impiega un apparato di sua invenzione. Sostiene di aver già fatto la stessa cosa tempo prima, davanti al porto di Villers.

Ritratto di un inventore

Quest’uomo, che chiamava il suo sistema radiobalistica e la cui storia s’inserisce a perfezione nella storia del mito dei raggi della morte, era un italiano, studioso anche di occultismo. Era un toscano che viveva a Parigi almeno dal 1907 e che era arrivato nella capitale francese offrendosi come conduttore di automobili, ma prima aveva gestito un piccolissimo laboratorio meccanico in via degli Alfani, nel cuore di Firenze.

Nell’autunno del 1913 era noto non solo in Francia, giacché il settimanale londinese The Sphere il primo novembre di quell’anno gli dedicò un articolo descrivendolo come “l’uomo che promette di rendere impossibile la guerra” e dipingendone il background familiare in toni immaginosi, mescolando fisiognomica, presenza in famiglia di mamma franco-italiana, nonna e madrina francesi, “nome e volto che ne indicano un’origine ebraica” e – per finire – conversazioni che potevano far pensare si trattasse di “un essere di un altro pianeta giunto sulla Terra per qualche strano motivo”.

Costui si chiamava Giulio Ulivi. La sua famiglia, modestissima, si era stabilita a Firenze ma era originaria di Borgo San Lorenzo. Era nato anche lui in quella cittadina, capoluogo del Mugello, nel giugno del 1881, e dunque nel 1913 aveva trentadue anni. All’epoca chiamava la sua invenzione “raggi F”.

Ulivi proclamava di aver realizzato il raggio della morte: un mezzo per far saltare esplosivi a distanza, far spegnere motori di aerei e veicoli con “onde” sconosciute, fondere corazze con emissioni prodotte da marchingegni segreti, appiccare incendi colossali girando una manovella.  I raggi della morte: una pagina interessantissima di storia delle pseudoscienze che caratterizza l’intero Novecento, ma la cui epoca d’oro andò dai primissimi anni del secolo allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Furono figli dell’immaginario scientifico moderno, della cultura di massa e della letteratura d’anticipazione, ma soprattutto discendenti illegittimi di idee malintese e di fantasie sulla colossale novità del tempo: le prime applicazioni pratiche delle onde elettromagnetiche e, ancora di più, delle radiocomunicazioni.

Ulivi nell’estate del 1913 balza agli onori delle cronache francesi. Forse già a fine agosto, però, è in Inghilterra (la cosa sembra confermata dallo Sheffield Evening Journal del 30, ma restano difficoltà a capire quando fece i suoi tentativi in quel Paese) e anche lì, verso la fine di ottobre, avrebbe fatto saltare mine a distanza, collocate su un vecchio incrociatore leggero ormeggiato davanti alla rada di Portsmouth. Le fonti di stampa del tempo, tuttavia, sono assai contraddittorie sulla portata di questo soggiorno inglese, come ha ben documentato William J. Fanning nel suo volume Death Rays and Popular Media, 1876-1939 (McFarland & Co., 2015, pp. 33-40). 

Fra i primi di ottobre e la fine dell’anno, comunque, probabilmente Ulivi si spostò ancora fra Inghilterra, Francia e Italia, con soggiorni nella sua Firenze (The Globe, 6 ottobre e The Standard, 7 ottobre) per poi andare a Roma, ma è difficile seguire i dettagli.

In Italia le notizie su di lui in quelle settimane giungono di riflesso sui giornali, da Oltralpe o da Oltremanica. Tuttavia, fin da subito una testata fiorentina lo promuoverà con entusiasmo: Il Nuovo Giornale. Lo seguirà con l’affetto che si dà ai personaggi locali anche un periodico di Borgo San Lorenzo, Il Messaggero del Mugello. Parecchi articoli sul suo conto tratti proprio da questa testata si trovano qui.

Ulivi a Firenze e il sostegno dell’ammiraglio

Da noi, comunque, Ulivi diventa celebre a livello nazionale più tardi. Il suo caso, infatti, esplode nell’opinione pubblica a metà maggio del 1914, quando è rientrato a Firenze ormai da parecchi mesi (capiremo in dettaglio perché nell’autunno precedente era tornato, in particolare perché aveva lasciato la Francia) e nella capitale toscana fa scintille.

Il 31 dicembre 1913, secondo il Dundee Evening Telegraph, da Parigi, dove si trova, annuncia di voler rientrare definitivamente nel capoluogo toscano. Dagli inizi del ‘14 (Il Messaggero del Mugello, gennaio 1914)  Ulivi è sostenuto da un anziano contrammiraglio della Regia Marina a riposo, Pietro Fornari. Parte delle attrezzature di Ulivi vengono fatte rientrare dalla Francia e trovano ospitalità presso alcuni locali della casa di questa famiglia, in via Fra’ Giovanni Angelico. A metà febbraio il Birmingham Mail parlerà già di “test ufficiali segreti” in quella città.

Seguiteci nel percorso vertiginoso o – se preferite – abissale di questo curioso, sorprendente toscano della belle époque.

Il breve trionfo italiano

Il 15 e il 16 maggio 1914  il Corriere della Sera ne parla con entusiasmo per bocca di uno dei suoi giornalisti di punta, Gino Berri, allora popolarissimo. Qualsiasi contenitore di materiale metallico contenesse dell’esplosivo, spiegava Berri, poteva esser fatto saltare grazie alle invenzioni di questo “figlio della geniale Toscana”.

Aveva studiato in un istituto tecnico di Firenze, ma si era laureato in Germania (così almeno asseriva) e per parecchi anni aveva abitato a Clichy, vicino Parigi, dove aveva impiantato un laboratorio nel quale diceva di aver fatto la scoperta.

L’apparato di Ulivi a bordo dello yacht “Lady Henriette”, da L’Humanité del 22 agosto 1913.

Secondo lui i raggi infrarossi presentavano proprietà fino ad allora sconosciute, che gli avevano permesso di costruire un apparato abbastanza piccolo (poteva essere trasportato da un mulo) in grado di emettere “raggi elettrici” (onde radio, si direbbe); queste si riflettevano sulle masse metalliche che poi Ulivi analizzava dalla sua postazione, tenendo una cuffia in testa. A questo punto, spiegava Berri, Ulivi attivava il generatore di infrarossi, che per l’inventore entravano “in risonanza con i metalli”. Regolando la frequenza, a suo dire, la risonanza finiva per generare scintille che facevano detonare gli esplosivi…

Il nome che dava  a questi fantomatici “raggi” (non si capisce bene se parlasse di infrarossi tout court) adesso non era più quello di raggi F, ma di raggi M. Capiremo fra poco il perché.

A parte che per le notizie sugli spettacoli offerti in Francia e in Inghilterra, nella capitale toscana Ulivi era diventato popolare sostenendo di riuscire a far brillare mine poste nell’acqua dell’Arno. Fu proprio sul fiume che il  9 e il 13 maggio 1914 egli ebbe la sua apoteosi. Suscitò l’entusiasmo generale facendo scoppiare da monte Senario, un’altura a nord della città, quattro cariche parzialmente sommerse nel fiume e rivestite di materiali isolanti di vario tipo (fibra, porcellana, amianto, gomma…), mentre lui si trovava a 17 km di distanza e regolava con la cuffia in testa i raggi M. La folla gremiva i ponti, ingegneri di ogni specialità accompagnavano Ulivi. Un alto ufficiale inviato dal Ministero della Guerra assistette alle esperienze e, a quanto diceva il Corriere, si trattava di un ammiratore dell’inventore.

Un endorsement prematuro

Una cosa che come scettici ci interessa raccontarvi è l’endorsement convinto che Ulivi raccolse in quei giorni da uno scienziato, il sismologo e meteorologo padre Giovanni Battista Alfani (1876-1940), che dirigeva l’Osservatorio Ximeniano di Firenze.  

L’intervista con Alfani di Gino Berri, inviato del Corriere, ci dà la misura dell’ottimismo che lo scienziato nutriva nei raggi misteriosi. Quest’ultimo esprimeva un solo dubbio, ma macroscopico, che però non bastava a minare la sua fiducia. Come faceva Ulivi, con il suo marchingegno a infrarossi, a inviare il fascio verso le bombe nell’Arno dalla sua postazione montana, se non c’era una linea diretta priva di impedimenti (colline, edifici) che lo ostacolassero? Malgrado questa obiezione, dopo aver visto le bombe esplodere nel fiume dalla torre dell’Osservatorio, Alfani considerava Ulivi “uno dei più grandi scopritori e inventori di fisica”, paragonabile nientemeno che ad Heinrich Hertz, cioè a colui che provò l’esistenza delle onde elettromagnetiche!

Vero è che non si capiva come questi “raggi” giungessero al bersaglio, ma per Alfani sarebbe stata “pazzia” metterne in dubbio la realtà: forse sarebbe stato bene interpellare al riguardo gli studiosi di balistica, non lui…

C’era di più: Alfani rivelava di aver creduto subito che l’importanza delle scoperte di Ulivi fosse “enorme” e di averlo spronato con veemenza a rendersi conto delle implicazioni della sua invenzione, dal punto di vista del progresso della fisica.

Clamori in Parlamento

Il clamore si avviava al massimo, ed è proprio a questa fase che noi guarderemo con più attenzione. Il 18 e il 21 maggio 1914, rispettivamente, i deputati Paolo Bignami e Amedeo Sandrini presentarono alla Camera due interrogazioni con richiesta di risposta scritta ai ministri della Marina, della Guerra e della Pubblica Istruzione. Il tema, naturalmente, era la natura delle affermazioni di Ulivi.

La risposta a Sandrini da parte del sottosegretario alla Marina Augusto Battaglieri per conto del ministro, il 27, fu secca: il ministero aveva concordato con quello della Guerra di mettere a disposizione del fiorentino strumenti e capacità dell’Istituto Militare di Radiotelegrafia di viale Mazzini, a Roma, che avrebbero permesso all’uomo “di eseguire esperienze aventi carattere rigorosamente scientifico”. Ulivi aveva risposto di voler continuare per conto suo, coi suoi mezzi e “con suo personale”. Visto che si trattava di cose preliminari e “private”, il ministero non aveva nulla da aggiungere finché il preteso inventore non avesse consentito di lavorare alla presenza di tecnici dei ministeri. Smentiva però le indiscrezioni di stampa: “nessun delegato della Regia Marina assistette alle esperienze in discorso”.

Si perdeva così l’occasione di verifiche rigorose in ambienti controllati con l’uso di strumenti messi a disposizione da terzi…

Un po’ più articolata, ma in sostanza simile la risposta che diede all’on. Bignami, il 28, lo stesso ministro della Marina, Domenico Grandi. Era dal settembre del ‘13 che un delegato del ministero si era recato da Ulivi per prendere conoscenza del suo lavoro. Si confermava che gli erano stati offerti strumenti e personale dell’Istituto Radiotelegrafico, ma dopo un po’ Ulivi aveva risposto per lettera che preferiva aspettare risultati più completi, che ringraziava, che sarebbe certo venuto a Roma a spiegarsi, ecc., ma al di là delle visite ripetute che un altro delegato aveva fatto a Firenze, non si era riusciti a fargli sperimentare il suo portento davanti a tecnici militari.

Qui e qui, scorrendo le pagine, si possono leggere tutti i documenti sulle interrogazioni parlamentari dell’epoca.

Ulivi si difende

Ma – colpo di scena – a quel punto Ulivi s’indignò. A suo dire non era così che erano andate le cose. Lo scienziato rispose mandando telegrammi all’on. Sandrini e al ministero della Guerra. Il 29 e il 30 maggio uscirono due sue lunghe interviste sulla Stampa e sul Corriere. Se in quelle Ulivi si atteneva alla realtà, quanto disse è interessante per capire alcuni termini della controversia di quei giorni.

La sensazione è che il ministero della Marina e quello della Guerra agli inizi non fossero coordinati nei loro movimenti. Il primo quasi ignorava l’inventore, mentre il secondo gli avrebbe mandato due ufficiali, il col. Torretta e il magg. Buffi, e il più alto in grado dopo qualche tempo lo avrebbe condotto a Roma, dove avrebbe avuto un colloquio col ministro Paolo Spingardi, che era stato a capo del dicastero sino al marzo del 1914.  

Ostentando zelo, Ulivi ammise di aver rifiutato di lavorare all’Istituto di Radiotelegrafia, ma solo per non “esporsi alle critiche inevitabili di lavorare con soldi pubblici”. Spiegò che aveva sperimentato a Firenze con immediato successo sin dal 13 febbraio 1914 e che il capo di stato maggiore della Marina, ammiraglio Paolo Thaon di Revel aveva chiesto al suo mentore, l’ammiraglio Fornari, di condurlo da lui a Roma il giorno 25.

Secondo Ulivi però il colloquio sarebbe stato un mezzo disastro – e si capisce il perché dalle sue stesse parole. Assai più critico dei colleghi della Guerra, Revel fece sottoporre all’uomo “un foglio da firmare con non so quali impegni”. Non ne conosciamo i dettagli, ma “naturalmente” lui rifiutò di sottoscriverli, dato che non capiva come mai gli chiedessero delle firme che all’altro ministero non volevano…

Questa temporanea scollatura fra i due organismi fu ben impiegata dall’uomo, che intanto con La Stampa parlava di un interesse del governo inglese per la sua scoperta (era stato a Londra pochi mesi prima). Però si spingeva oltre. Aveva saputo che la Marina aveva tentato per conto suo esperimenti di radiobalistica alla Spezia, ma siccome non avevano funzionato (e quel ministero si era irrigidito) lui della Marina “non se ne era occupato più”.

E poi, usava l’argomento retorico principe delle pseudo-scienze, negando di voler dire quanto in realtà stava suggerendo:

Io non giungerò ad affermare, come fanno alcuni, che sul ministero della Marina premono più fortemente che su quello della Guerra i grandi interessi delle ditte siderurgiche fornitrici, a cui la mia invenzione viene a dare un così grave colpo”. 

…e contrattacca

Però Ulivi nella versione dell’intervista comparsa sul Corriere del 30 esagerava davvero. Visto l’atteggiamento insinuante del ministero, confessava di aver avuto la tentazione di dare una lezione alla Regia Marina, magari azionando il suo sistema da San Pancrazio, a Parma, dov’era la casa dell’ammiraglio Fornari, facendo saltare in aria qualcuno dei siluri elettrici che quella Forza Armata conservava nei depositi dell’isola della Palmaria, presso La Spezia…

Giulio Ulivi col contrammiraglio Pietro Fornari, dal Corriere della Sera del 16 maggio 1914

E non basta: il 1° giugno Giuseppe Antonio Andriulli pubblicò su La Stampa un’altra chilometrica intervista a Ulivi. Il giornalista colse due punti essenziali dell’immaginario dei raggi della morte. Erano certo la versione novecentesca del mito degli specchi ustori di Archimede ma, al contempo, l’arma definitiva, quella che per la sua letalità avrebbe reso impossibili le guerre.

Andriulli spiegava che Ulivi sosteneva di aver trovato il modo per localizzare qualsiasi massa metallica grazie agli infrarossi, poi di poterne dirigere il fascio, poi di accendere le scintille per infiammare gli esplosivi contenuti nelle masse metalliche…  Il mago si metteva in testa una cuffia telefonica, azionava un interruttore che comandava la produzione degli infrarossi con una mano dirigendo poi in varie direzioni l’antenna a forma di riflettore alla ricerca delle masse metalliche. Diversi tipi di ronzii, secondo lui, gli mostravano posizione e distanza delle masse. Infine lanciava gli infrarossi che giungevano sull’oggetto – fino a venti chilometri, per il momento, ma presto si sarebbe fatto meglio – e che producevano “scintille” che facevano esplodere il tutto:

Come poi i raggi infrarossi si producano e come si armonizzi l’azione loro con quella del proiettore, del telefono senza fili e di tutte le altre parti dell’apparecchio, questo costituisce naturalmente il segreto dell’inventore. Pure ci sono alcuni particolari che anche tra i profani hanno dato luogo ad obbiezioni… 

Quisquilie: Ulivi asseriva di poter localizzare le bombe con un margine d’incertezza di cento metri su diecimila (cioè col 99% di precisione!). I suoi raggi funzionavano soltanto a distanze superiori ai 250 metri dall’obiettivo, ma ora lavorava a nuovi strumenti in grado di colpire a distanze maggiori di quelle finora raggiunte, sui 20 kilometri. Del resto, ricordiamolo, un paio di giorni prima, stando al Corriere, aveva detto di aver pensato a una dimostrazione che da Parma colpisse sul mare prospiciente La Spezia…

La caduta

La sera del 5 giugno 1914 una folla imponente accolse Ulivi a Genova, a Palazzo San Giorgio (La Stampa, 6 giugno). La sua fama era al culmine.

Ma il destino cinico e baro era in agguato. La sera prima del 16 luglio 1914, giorno in cui Giulio Ulivi avrebbe dovuto far scoppiare a distanza altre quattro bombe “una delle quali fabbricata con tutte le garanzie della più rigorosa scienza” e di controlli a quanto pare promessi a vari conoscenti, l’uomo scomparve da Firenze – oltretutto nell’imminenza delle nozze con la figlia dell’ammiraglio Fornari, Maria, cui la famiglia di lei si opponeva e che era era fidanzata di Giulio da appena un mese.

Cos’era successo? Sembra che la fiducia collettiva e soprattutto dell’entourage dell’uomo fosse precipitata dopo le nuove, ben più dure parole rispetto a quelle del mese prima che stavolta erano state pronunciate dal ministro della Marina Grandi al Senato, in occasione di un’ulteriore interpellanza – in questo caso ad opera di un senatore importante, Emanuele Paternò, ordinario di chimica organica all’Università di Roma.

La fermezza di Grandi sulla questione aveva suscitato sgomento in amici e ammiratori di Ulivi, che subito iniziarono a pressarlo perché desse dimostrazioni inoppugnabili. Stando al Corriere del 18 luglio Fornari aveva fatto osservare a Ulivi che le bombe da lui usate erano di sua stessa costruzione e gli aveva intimato di impiegare ordigni forniti da terzi. A quel punto anche padre Alfani, che pure si era dimostrato entusiasta, vedendo la preoccupazione di Fornari cercò di mediare e approntò un solo ordigno, preparato da lui. Ulivi accettò – si era a quattro-cinque giorni dalla giornata fatidica del 17 luglio – ma l’esperimento controllato non ebbe mai luogo. La sua macchina, spiegò Ulivi, aveva avuto un guasto.

Intanto però all’inventore erano arrivate anche sottoscrizioni in denaro. A quanto pare alla fine di giugno 1914 quattro o cinque persone gli avevano versato 20.000 lire a testa purché gli esperimenti continuassero. Tre industriali milanesi si erano fatti avanti, ma chiedevano di far esplodere bombe da loro preparate e sigillate.

Il 14 luglio sulla rivista di divulgazione tecnico-scientifico Sapientia il tecnico Vittorio Guadagno fece uscire un lungo articolo in cui dimostrava l’inconsistenza tecnica dei discorsi del toscano e rivelava i restroscena del girovagare francese e inglese di Ulivi prima di approdare a Firenze. Guadagno spiegava pure degli esplosivi di sicurezza già in uso sui proiettili di artiglieria che ne avrebbero impedito lo scoppio tramite le misteriose “scintille” dei raggi M – che oltretutto non si capiva come superassero gli ostacoli senza poter essere diretti da stazioni intermedie verso oggetti piccoli come gli obiettivi, cioè verso le bombe. Guadagno spedì subito copia del suo articolo all’inventore, che probabilmente si rese conto che il clima stava diventando complicato.

La fuga e lo scandalo

Il 16 luglio 1914, come dicevamo, Giulio Ulivi aveva lasciato di nascosto Firenze insieme a Maria Fornari per dirigersi in auto a Milano. Il 13 agosto sposerà in quella città la sua fidanzata. Uno dei suoi testimoni di nozze sarà uno dei suoi finanziatori milanesi, Aldo Pallavicini.

Nel frattempo però la situazione a Firenze era definitivamente precipitata.

Il 18 luglio i quotidiani riempivano pagine e pagine di piombo con le notizie sullo scandalo. Nei mesi precedenti – adesso era chiaro – Ulivi aveva raccolto ben 80.000 lire tra cinque finanziatori fiorentini, e tra questi uno dei noti nobili della città, il conte Piero Capponi, e anche grazie a quei denari aveva affittato un villino ed era andato a Parigi per “perfezionare la sua macchina”. Aveva rifiutato al corrispondente de La Stampa esperimenti fatti davanti a tecnici selezionati dal quotidiano e, in più, nell’officina abbandonata in fretta era stato trovato del sodio – sostanza sul cui ruolo diremo fra poco – per tacere di altre contraddizioni e reticenze denunciate dal giornale torinese (La Stampa, 18 luglio 1914)…

Da lì in poi sarà una frana. Padre Alfani rilasciò dichiarazioni imbarazzate a Gino Berri (Corriere della Sera, 18 luglio), spiegando come negli ultimi due mesi fosse andato perdendo la fiducia iniziale nell’uomo dopo aver constatato che a fronte del crescente interesse pubblico di militari, tecnici, politici, Ulivi era andato isolandosi. Ormai deluso, Alfani era giunto a sconsigliare a Fornari il matrimonio della figlia con l’inventore. Ulivi gli avrebbe ribattuto addirittura che un giorno si sarebbe fatto frate!

Anche questo è curiosissimo e contraddittorio: almeno stando alle fonti giornalistiche, l’inventore fiorentino era un massone, maestro di grado 30, membro della loggia “Giuseppe Mazzini” di Roma della Gran Loggia d’Italia e il 24 giugno aveva tenuto una conferenza pubblica sulle sue elucubrazioni presso la sede romana della sua loggia, in piazza del Gesù (dettaglio curioso: il senatore Paternò, che con la sua interpellanza contribuì ad affossare Ulivi, era un esponente del Grande Oriente d’Italia, dal quale l’obbedienza cui apparteneva Ulivi si era scissa sei anni prima fra grandi polemiche).

Come avvenivano le esplosioni?

Comunque sia, per Alfani in sostanza era ormai chiaro che scopo del supposto genio era di ostacolare qualsiasi verifica sulla sua pretesa invenzione. Primo fra tutti, Alfani sostenne che “era possibile” che Ulivi praticasse fori impercettibili nell’involucro delle sue bombe in cui l’acqua del mare o dei fiumi in cui le immergeva penetrava lentamente. Ulivi, spiegava lo scienziato, nella sua officina disponeva di sodio che, posto negli involucri, a contatto con l’acqua, avrebbe potuto provocare la deflagrazione degli ordigni, il che di solito avveniva dopo 15-20 minuti dall’immersione (anche La Stampa, 20 luglio 1914).

Va detto per completezza che uno degli industriali di Milano, Aldo Pallavicini, aveva esaminato di persona almeno uno degli ordigni fatti poi esplodere da Ulivi e non aveva trovato niente di sospetto. Come vedremo, tuttavia, più tardi Pallavicini e altri associati entreranno anche loro in conflitto giudiziario con l’uomo…

Anche uno dei maggiori fisici italiani del tempo, il prof. Augusto Righi, il 17 luglio sul Resto del Carlino aveva parlato di incomprensibilità fisiche dei discorsi di Ulivi.

…quanto alle spiegazioni non mi perito di asserire che quelle da lui messe avanti finora sono in gran parte inaccettabili…. Ai raggi elettromagnetici… attribuisce effetti che richiamano un poco quelli dei raggi adoperati dagli abitanti di Marte in un noto romanzo fantastico di Wells… 

Probabilmente in maggio il regista Della Valle, uno dei pionieri della cinematografia italiana, fu richiesto da Ulivi di girare un documentario che mostrasse le fasi del funzionamento della macchina a raggi M. Ebbene, dopo il crollo generale, si apprese che un giornalista presente, Giosuè Borsi, direttore del Nuovo Giornale di Firenze, si era accorto che le cartucce d’arma da fuoco che Ulivi faceva esplodere nel filmato erano state collegate a un filo elettrico che le aveva innescate al momento della ripresa. Interrogato da Borsi e dagli altri, l’inventore si sarebbe giustificato dicendo che si trattava di far vedere meglio al pubblico come funzionava il suo ordigno… (La Stampa, 18 e 20 luglio 1914).

Il 18 luglio, sul Nuovo Giornale, Borsi fece pubblica ammenda per il sostegno che il suo giornale (al contrario dell’altro quotidiano importante di Firenze, La Nazione) aveva dato ad Ulivi, scrivendo di aver “sbagliato e basta”, pur aggiungendo in corner che “Ulivi non è uno di quegli uomini di cui si possa dare un giudizio spicciativo”.

Fu anche chiarito (Corriere della Sera, 19 luglio) che le bombe usate da Ulivi erano nient’altro che grossi ordigni pirotecnici commissionati da lui alla ditta “Pietro Fantappiè” di Firenze e che lui poi poneva in suoi contenitori metallici, di sua manifattura.

Altarini svelati

Ulivi quasi di certo non era ingegnere. Il 19 luglio il vecchio padre, che abitava una casetta nel centro di Firenze, dichiarò alla Stampa che il figlio era passato dall’istituto tecnico di Firenze, senza finirlo, alla Scuola industriale di Verona, da dove uscivano ottimi tecnici, ma anche lì sembrava non avesse terminato gli studi (La Nazione, 19 luglio). Poi era andato in Inghilterra e in Francia.

Le brutte notizie proseguivano implacabili. La Stampa spiegava che già il 23 agosto 1913, cioè quasi un anno prima, il quotidiano Paris-Midi aveva raccolto le dichiarazioni del capitano di Marina Lefleuve, che due settimane prima aveva partecipato agli esperimenti tentati da Ulivi nel porto di Le Havre. Le sue bombe erano saltate, quelle fornite da Lefleuve no. Ulivi aveva addotto anche allora un guasto della macchina. Poi così proseguiva, ilare, il cap. Lefleuve:

Ho esaminato attentamente le scatole metalliche che erano state preparate per le esperienze: esse tradiscono semplicemente la grande immaginazione dell’inventore che è al tempo stesso un ottimo calcolatore. Io non vi svelerò il suo trucco: sono caritatevole ed egli potrà forse ripetere le sue esibizioni sopra una scena di prestidigitazione: lascio senz’altro le sue combinazioni d’orologeria… al borato di potassio. 

Una batosta dietro l’altra: per La Stampa del 20 luglio Ulivi indossava una cuffia amplificatrice per sordi per sentire a distanza lo scoppio delle bombe e poterlo annunciare come avvenuto, non certo per decodificare i “ronzii” delle onde e far partire i raggi M.

Il declino e l’addio ai “raggi M”

Si era ormai alla fase dei tribunali.

Il 22 aprile 1915 i giornali annunciavano che Ulivi aveva querelato attraverso il suo avvocato milanese, Gino Trespioli (tenete a mente questo nome!) diverse testate fra le quali Il Giornale d’Italia di Roma che avevano ritenuto un trucco i suoi esperimenti. In agosto fu denunciato perché in suo laboratorio di via Kramer, 35, a Milano, dove ormai abitava, aveva installato antenne ed apparati radioelettrici senza autorizzazione, cosa allora grave – tanto più che si era in tempo di guerra – ma lui si difendeva dicendo che si trattava di un nuovo  capitolo della sua radiobalistica (Corriere della Sera, 15 e 16 agosto 1915).

In realtà, Trespioli, oltre che suo avvocato, era un socio di Ulivi (Corriere della Sera, 13 maggio 1916), convinto che sulla genuinità delle “scoperte” non fosse stata detta l’ultima parola. Fu comunque prosciolto.   

Sette anni dopo, nell’estate del 1923, il ricordo di Ulivi non era sbiadito. Quando grazie al corrispondente dalla Germania del Chicago Daily News  giunsero voci circa un convoglio  di automobili fermato presso Berlino grazie all’azione di misteriose onde radio, sul Corriere della Sera (18 agosto) comparve la lettera di uno spiritista assai attivo a Milano in quegli anni con un circolo medianico.

Beh, costui non era altri che l’avvocato Gino Trespioli (1873?-1939), cioè il difensore di Ulivi nei guai giudiziari del 1915 e suo associato!

Nel 1923 sul Corriere Trespioli sostenne di essersi imbattuto in Ulivi a Milano subito dopo una celebre incursione aerea austriaca sulla città – quella del 14 febbraio 1916 – ma le fonti di stampa dicono, come visto, che Trespioli era suo avvocato almeno dall’aprile dell’anno prima. Comunque sia, lamentandosi, Ulivi gli avrebbe detto che solo il fatto di aver avuto tanti nemici gli aveva impedito di dare all’Italia l’invenzione per far fermare i motori dei velivoli nemici in guerra. Ulivi avrebbe condotto Trespioli nella sua officina posta in un sotterraneo di via Kramer 4, dove gli avrebbe offerto lo spettacolo della sua “macchinetta… uno strumento della forza meschina di un mezzo cavallo” che, messa in azione, faceva vedere agli ospiti un nuovissimo motore della Hudson arrestarsi mentre gli attrezzi dell’officina emettevano vistose scintille azzurre.

Due anni dopo, nel 1925, un libro di un autore che si firmava “professor Porretti” e che è oggi assai citato dagli studiosi di prestidigitazione e illusionismo, “Dilettevoli esperienze: 310 esperimenti di fisica, elettricità, magnetismo…” (Lavagnolo, Torino), irrideva il “ciurmatore” Ulivi concludendo che le bombe erano fatte esplodere portando a contatto acqua con sodio o potassio, anche se probabilmente chi scriveva non faceva altro che riassumere quanto emerso già nel 1913-14, prima in Francia e poi in Italia.  

Ulivi espatriato e conclusione della storia

Il declino di Ulivi comunque proseguì. Quando, nel 1926, il Tribunale di Milano lo condannò in contumacia a un anno e mezzo di reclusione, a una multa e al risarcimento dei danni ai suoi ex-soci milanesi che gli avevano fatto causa e, fra questi, il suo testimone di nozze Aldo Pallavicini (Corriere della Sera, 23 gennaio 1926), lui, dopo altri passaggi in Toscana e in Liguria, viveva già a Roma. Sembra nel 1917 avesse fatto ancora dei tentativi con i raggi M a Lomazzo, nel Comasco, dove per qualche mese ebbe un’officina presso il Cotonificio Somaini, dove per qualche tempo ebbe la fiducia del direttore, Adolfo Hilzinger (William J. Fanning, cit., p. 40). Di qualsiasi cosa si trattasse, nel mese di settembre Hilzinger si trovò a redigere una relazione per il Comando generale del Genio sui copiosi danni agli apparati elettrici della ditta e dei dintorni provocati dagli aggeggi di Ulivi, che probabilmente in quel momento comportavano l’impiego di altissime tensioni. Alla fine di luglio l’inventore fu costretto a smontare il tutto, ma comunque presentò per iscritto la sua difesa della radiobalistica versione 1917. 

Poi, nel 1929, espatriò definitivamente in Belgio, anche fra vicende familiari complicate.

In quel Paese brevetterà varie invenzioni, ma niente più raggi M. Morirà presso Bruxelles nel 1948, a sessantasette anni.

Chi ha un interesse scettico per la storia delle pseudoscienze e del paranormale nel senso più generale del termine sovente si accorge che anche figure marginali, lontane nel tempo, magari vissute in luoghi improbabili, continuano a ricevere attenzione, a volte una vera e propria ammirazione da parte di alcuni. Nel caso del nostro scopritore dei raggi della morte possiamo menzionare il bibliotecario americano Charles R. Anderson e il suo libro Giulio Ulivi: The Inventor Who Might Have Ended Wars (2013).

D’altro lato, la “radiobalistica” è servita da ispirazione letteraria anche in tempi recenti. Nel romanzo del 1999 The Trigger, Arthur C. Clarke e Michael P. Kube-Dowell discutono le conseguenze dell’invenzione casuale, a metà del XXI secolo, di un apparato in grado di far esplodere qualsiasi tipo di munizione a base di nitrati che si trovi nei suoi pressi.

Ad essere generosissimi, si può supporre che Ulivi avesse intuito qualcosa – come altri, in quella fase – sulle potenzialità delle microonde per la rilevazione di corpi a distanza, cosa che una ventina d’anni dopo condurrà alla nascita del radar, ma il complesso delle sue elucubrazioni risulta difficile anche soltanto da seguire.

Quanto alle sue pretese di far saltare gli esplosivi da centinaia di chilometri di distanza, le fonti del tempo sono impietose su come in realtà sarebbero andate le cose. La cosa più interessante però è che Giulio Ulivi rimane una delle figure più originali della prima fase della storia del mito dei raggi della morte e del mondo che accompagnò queste idee.

Come sempre, valutare gli uomini e le loro vite sarebbe errato. Come scettici, quello che ci interessa è cercare di suggerire qualcosa su come le persone possono ragionare, e confrontarci con i metodi del pensiero scientifico, della ragione, delle conoscenze fondate su basi solide e controllabili.

Questo è quanto abbiamo provato a fare pure con lo sfortunato e sotto tanti profili simpatico inventore dei raggi M. Nella primavera del 1914 gli aveva cambiato nome da raggi F in raggi M in omaggio a Maria, la figlia del vecchio ammiraglio. In fondo, se non possiamo ricordarlo per le sue invenzioni, si può almeno ricordarlo per il suo romanticismo.

Immagine in evidenza: il “raggio della morte” dell’inglese Harry Grindell-Matthews (1924). [Wikimedia Commons]

(Si ringrazia Roberto Labanti per la collaborazione e per le fonti fornite)

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