L’idillio marziano di Guglielmo Marconi

L’anno successivo, nel settembre del 1921, la vicenda assunse contorni ancor più incredibili. Secondo una notizia riportata dallo stesso New York Times, J. H. C. Macbeth, manager della sede londinese della Marconi Wireless Telegraph Company Ltd., riportò la convinzione di Marconi sulla natura extraterrestre dei segnali captati. Il tutto venne condito con una certa dose di ottimismo, dichiarando che decifrare i messaggi trasmessi dai marziani era oramai solo questione di tempo. Marconi sembrava basare le sue convinzioni sulla lunghezza d’onda dei segnali registrati, a suo avviso di gran lunga superiore a quella di cui erano capaci gli apparecchi di trasmissione dell’epoca (150000 contro 17000 metri). Questo avrebbe una volta per tutte confutato le ipotesi di disturbi di natura atmosferica. Non solo, Macbeth asserì di aver individuato una lettera dell’alfabeto Morse internazionale che ricorreva durante la trasmissione; si sbilanciò fino a ipotizzare una civiltà più evoluta di quella umana, giacché capace di produrre segnali che richiedevano risorse più avanzate, lasciandosi andare a improbabili descrizioni di scenari di comunicazione tra la sconosciuta forma di vita marziana e l’umanità.

L’esistenza di una civiltà marziana era data per assodata, e la possibilità di comunicare con essa era oramai vista come cosa certa, in un circolo vizioso in cui l’esistenza dei segnali confermava quella dei marziani e viceversa. Anche M. Baillaud, in precedenza dichiaratosi scettico sulla questione, espresse fiducia nella teoria di Marconi. L’inventore del telegrafo, dal canto suo, non cessò mai la ricerca di un contatto con i presunti alieni. Il 15 dicembre 1931, dopo anni di infruttuosa ricerca di prove a supporto della sua teoria, Marconi dichiarò al quotidiano Evening Standard che:

Ammesso che le stelle siano abitate da esseri intelligenti, che abbiano una natura simile alla nostra, non vedo perché non dovremmo comunicare con loro per mezzo delle onde hertziane.

Una posizione, dunque, più prudente di quelle ostentate in precedenza, apparentemente volta a ribadire una possibilità tecnica piuttosto che una convinzione sull’esistenza di una civiltà extraterrestre. Nel frattempo, Tesla aveva imboccato la medesima strada, convinto anch’egli dell’esistenza di civiltà al di fuori della Terra e pronto a scommettere sulla possibilità di poter comunicare con esse, come aveva dichiarato al Time pochi mesi prima, il 20 luglio 1931:

Ho concepito un dispositivo che permetterà all’uomo di trasmettere energia in grandi quantità, migliaia di cavalli, da un pianeta ad un altro, senza alcuna problema di distanza. Penso che nulla sia più importante della comunicazione interplanetaria che di certo un giorno avverrà e la certezza che ci siano altre forme di vita nell’universo, che lavorano, che soffrono, che si struggono, come noi, produrrà un effetto magico sull’umanità, creando una fratellanza universale che durerà finché l’uomo avrà vita.

La storia della ricerca di Tesla si fece molto simile a quella seguita da Marconi. Anche in questo caso, la comunità scientifica accolse con scetticismo tali affermazioni mentre della macchina di cui parlava non è mai stata trovata traccia.

Gli anni Trenta cominciarono ad essere, per Marconi, gli anni di vicinanza al regime fascista. Molte sono le speculazioni che sono state avanzate sul ruolo che lo scienziato ebbe all’interno del regime, ben poche o assenti le prove accertate di un coinvolgimento che andasse oltre il ruolo propagandistico che un premio Nobel di tale fama potesse rivestire. Guglielmo Marconi morì a Roma il 20 luglio 1937, le “sue” onde radio non comunicarono mai ciò che egli cercava su Marte.

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Due famosi esempi di apofenia (pareidolia) riguardanti Marte: un viso apparentemente ricavato sulla superficie del pianeta e le mappe dei canali marziani prodotte da Giovanni Schiaparelli.

Molti anni dopo questi eventi, le informazioni riguardanti le idee di Guglielmo Marconi sull’esistenza di civiltà extraterrestri, e dunque sulla possibilità di comunicare con esse sfruttando le onde radio, sono piuttosto limitate. Non sono nemmeno disponibili registrazioni dei segnali da lui captati e quindi non si può sapere con certezza di che cosa si trattasse: le ipotesi più probabili sono quelle, viste in precedenza, di segnali parassiti o di onde Hertziane proveniente dal Sole o da altri pianeti. Nonostante l’indiscusso genio che lo aveva reso celebre, Marconi prese un abbaglio, complice – forse – il clima di fermento scientifico che all’epoca circondava il Pianeta Rosso. Non c’era, insomma, nessun marziano all’altro capo del telegrafo. Molto probabilmente, l’autosuggestione aveva reso Marconi un’illustre vittima di apofenia, un fenomeno curiosamente ricorrente nell’evoluzione delle conoscenze dell’uomo legate a Marte.

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