1947: L’estate dei dischi volanti

Articolo di Giuseppe Stilo

Fine giugno 1947. In maniera inattesa ma non troppo, i Flying saucers fanno la loro comparsa nei cieli degli Stati Uniti occidentali e da lì, ad una rapidità impressionante, nel giro di pochi giorni sono scorti in tutta l’America settentrionale.

Scrivo di una modalità “inattesa ma non troppo”, perché la nascita del fenomeno UFO contemporaneo, uno dei grandi eventi culturali dei nostri tempi, nell’immediato fu preparata dal timore per la bomba atomica, dallo stupore e dalla paura per la comparsa dei missili balistici e degli aerei a reazione e – soprattutto – dal sentimento che una terza guerra mondiale sarebbe stata annunciata da velivoli di un genere completamente diverso da quello cui pure, purtroppo, in molte parti del mondo si era stati abituati ad avvistare negli anni appena trascorsi.

Esiste un gran numero di documenti prodotti da equipaggi di aerei alleati risalenti all’intervallo fra il 1942 e il 1945, che riferiscono i loro avvistamenti di luci e corpi strani in cielo, che li seguivano o che transitavano restando non identificati ma senza recar loro alcuna offesa – e questo anche sull’Italia. Nell’estate e nell’autunno del 1946, invece, i cieli di molti Paesi europei e dell’Africa del nord erano stati solcati da quelli che erano stati descritti come “proiettili razzo” o “missili” che avevano brevemente riacceso i timori per la sperimentazione di nuovi ordigni a lunga portata.

Ma nel caso degli avvistamenti dei piloti alleati, fin quasi alla fine della guerra tutto era rimasto nell’alveo della routine dei rapporti sulle missioni svolte. L’opinione pubblica ne avrà sentore solo a partire dalla metà di dicembre del 1944. Nel caso dei “razzi fantasma”, invece, pur nel clamore generato, tutto sembrava essersi risolto nel giro di pochi mesi, per poi cadere nel dimenticatoio.

Insomma, questo tipo di fatti fino ad allora era segnato o dalla limitatezza del pubblico (i testimoni militari, i comandi, le discussioni interne) o dal carattere effimero dell’apprensione del pubblico e delle autorità (giugno-ottobre 1946: i sovietici stanno sperimentando nei nostri cieli qualcosa, magari – si diceva sulla stampa – dalla vicina Jugoslavia)?

Così non sarà a partire dall’estate 1947. Nel pomeriggio del 24 giugno, l’imprenditore Kenneth Arnold, in volo col suo velivolo sul tratto delle Cascade Mountains dello stato di Washington, nel nord-ovest degli Stati Uniti, avvistò nove “velivoli dall’aspetto peculiare”, la cui natura è ancora oggi sconosciuta. Al suo avvistamento seguirono quelli di migliaia e migliaia di cittadini americani, e nella seconda metà dell’anno furono riferiti episodi simili da almeno altri trentacinque Paesi e territori non indipendenti di ogni singolo continente. Il giorno 8 luglio, in particolare, le notizie degli avvistamenti assunsero la caratteristica di un fenomeno globale. In quelle ore accadde una cosa con pochi precedenti: la gente segnalò in contemporanea dischi volanti in territori come l’Australia, il Sudafrica, la Gran Bretagna, la Danimarca, Portorico, il Brasile…

E così fu pure per l’Italia, l’8 luglio 1947. Dopo appena quattro giorni di preparazione, con le notizie che giungevano da oltre Atlantico, la mattina dell’8 si seppe che i “dischi” erano stati visti due sere prima a Roma sotto forma di una “striscia rossa”.

Era la prima volta che il fenomeno diventava “nostro”. Da quel momento, avvistare i dischi sulle nostre città e sulle nostre campagne diventava un’esperienza possibile, alla portata di tutti, dal carattere “democratico”.

Fu l’esordio di molte cose. In primo luogo di ciò che accadde in Italia da lì sino agli ultimi giorni di agosto, ossia della prima ondata di avvistamenti. Sin da quel primo momento, il fenomeno UFO fu caratterizzato da variazioni intensissime nel numero di avvistamenti riferiti per unità di tempo. Per quanto riguarda il 1947, finora sono riuscito a raccogliere per il nostro Paese fonti relative a cento casi esatti. Almeno in un sistema di media tradizionali come quello, di norma la crescita del numero dei casi riferiti si accompagnava alla comparsa di una serie di commenti, di riflessioni, teorie, personaggi bislacchi, elucubrazioni di intellettuali, utilizzi di ogni genere dell’argomento (pubblicità, musica, umorismo, cinema…) la cui analisi è oggi parte integrante della ricerca storiografica sugli UFO. Fra i primi intellettuali italiani a dire qualcosa sui dischi, nel luglio del 1947, ci saranno gli scrittori Giovannino Guareschi, sul “Candido” e Dino Buzzati, sul “Corriere d’Informazione”, l’edizione serale del “Corriere della Sera”.

Oggi è evidente che i casi italiani del 1947 o erano descritti in maniera tanto succinta da non poter esprimere nessuna valutazione sulle loro cause, oppure che erano dovuti a bolidi, a palloni, ai primi scherzi o ad aerei convenzionali scambiati per chissà che cosa. Però, anche così fra i racconti emersero quasi subito pure alcune narrazioni più articolate, quelle che davvero ebbero per conseguenza il fatto di attirare l’attenzione di qualche curioso.

Ne citerò due. Il 13 luglio 1947, a titoli vistosi, sulla prima pagina di un effimero quotidiano emiliano, “Reggio Democratica”, fu descritta per la prima volta con dovizia di particolari una formazione di dischi volanti. Due giovani pastori di una borgata di Castelnuovo ne’ Monti, sull’Appennino, avevano visto un’intera fila di grandi “padelle volanti” color argento, lucide, che passavano sopra di loro, “grandi come la Luna d’agosto”, emettendo un sibilo.

Non abbiamo i nomi completi di quei due ragazzi (“Tonin” e Mario), ma conosciamo invece le generalità delle testimoni di un altro caso interessante reso pubblico quell’anno, stavolta nel numero di dicembre di “Coelum”, la rivista edita dall’Osservatorio Astronomico di Bologna-Loiano. Sembra sia stata una delle due, Camilla Laviosa, una signora abitante a Bologna, a raccontare al direttore di “Coelum” e dell’osservatorio, l’astronomo Guido Horn d’Arturo, ciò che aveva visto intorno al Ferragosto mentre si trovava in una frazione di Salsomaggiore, nel parmense. Lei e una sua parente avevano visto due grossi dischi multicolori, posti in senso perpendicolare rispetto al suolo, procedere appaiati e parzialmente sovrapposti in cielo fino ad allontanarsi.

Horn d’Arturo era rimasto perplesso dal resoconto: dubitava potesse trattarsi di un fenomeno astronomico.

Ora, questa vicenda è interessante per due motivi. Il primo è che si tratta della prima fonte che possediamo in relazione ad un notevole, sia pur prudentissimo interesse per i dischi volanti che Horn d’Arturo manifesterà sino alla sua morte. Il secondo è che – per quanto ne so – Camilla Laviosa fu la prima persona, in Italia, ad interpretare ciò che aveva visto come una possibile manifestazione “proveniente da altri pianeti”. Da ciò che sono riuscito a ricostruire, Laviosa ebbe degli scambi con un giornalista che lavorava a Bologna, Arnaldo Bueri, che a sua volta sarà il primo ad enunciare in maniera chiara la teoria extraterrestre per i dischi volanti, nel luglio 1948, con un articolo sul settimanale “Tempo”.

Per quanto curioso possa sembrare, pare che sia stato a Bologna, fra l’autunno del ’47 e l’estate del ’48, che alcuni italiani – in modo in apparenza del tutto autonomo da ciò che di analogo succedeva negli Stati Uniti – svilupparono la convinzione che i dischi volanti fossero velivoli che giungevano da altri mondi, ossia la linea portante che da lì in poi sosterrà l’intera mitologia ufologica.

Il coagularsi di questa convinzione in alcuni italiani però sarà possibile soltanto per un motivo: perché l’“estate dei dischi” non si rivelerà un fuoco di paglia. Sebbene con la fine del caldo le notizie e gli avvistamenti fossero andati attenuandosi, al contrario che per altre manie il richiamo del fenomeno perdurerà, sotterraneo, anche da noi. Ogni tanto ricomparirà in modo sporadico sino alla fine del 1949, quando a partire dagli Stati Uniti, proprio negli ultimi giorni di dicembre, l’attenzione del mondo e degli italiani sarà attirato in maniera ipnotica dal lungo servizio per il mensile “True” preparato da un giornalista che fino ad allora si era occupato di questioni belliche, Donald Keyhoe. Per lui era chiaro a sufficienza che la Terra era sottoposta ad un’operazione di ricognizione da parte di astronavi extraterrestri le cui intenzioni rimanevano ambigue e, forse, sospette.

Da quel momento in avanti, l’ipotesi extraterrestre dilagò facendo passare rapidamente in secondo piano qualsiasi altra lettura popolare del fenomeno. Il 1950 sarà segnato da una nuova serie di grandi ondate di avvistamenti in tutto il mondo, soprattutto in Italia, e stavolta su vasta scala.

I dischi volanti erano sopravvissuti alla calda, folle estate di settant’anni fa. Paradossalmente, ci erano riusciti perché, in modo oscuro, avevano preso a lavorare nella coscienza di tante persone di tutto il mondo non le letture razionali e in quel momento del tutto prevalenti (nuovi aerei delle grandi potenze, fenomeni naturali sconosciuti, una psicosi collettiva), ma quelle minoritarie, marginali, non legate al mainstream culturale, scientifico e intellettuale.

Questo è un fatto di particolare rilievo. Quando i dischi volanti fecero la loro comparsa, nell’ultima settimana di giugno del 1947, intorno ad essi si attivò subito, soprattutto negli Stati Uniti, una serie di gruppi e di individui orbitanti da anni o da decenni in particolare nell’ambito delle correnti teosofiche del tempo, dell’occultismo, dell’interesse “alternativo” per i fenomeni celesti insoliti. Per quanto presenti sulla stampa fin quasi dal primo momento, si trattava però di inclinazioni quantitativamente assai ridotte e di modestissima presa sulle élites politiche, intellettuali, militari, scientifiche, quelle deputate a risolvere il problema.

“Round Robin”,  8/07/1947

Eppure, fu proprio da quelle persone che nacque il grosso degli appassionati di dischi volanti e l’attenzione per essi.

Insieme ad alcuni studiosi di orientamento razionale, volti a cercare spiegazioni plausibili per la scienza del tempo – compresa anche la possibilità che si trattasse di velivoli di provenienza extraterrestre – furono gli “occultisti” a sostenere e alimentare la passione per eventi che avrebbero potuto rilevarsi effimeri.

L’estate del 1947 rimarrà per sempre un periodo cruciale per la storia culturale dell’Occidente contemporaneo. Tanto celebri quanto poco studiati, i “dischi volanti” nati quell’anno caratterizzano la seconda metà del XX secolo in modo inconfondibile. In quell’estate, manifestarono una efficacissima capacità di “sopravvivenza”. Nonostante tutti i dubbi più che concreti sul fenomeno, si direbbe che quella lontana resilienza riverberi ancora i suoi effetti su di noi.

Giuseppe Stilo si interessa da lungo tempo degli anni cruciali dei primordi dell’ufologia. Il suo ultimo sforzo in quel senso è un volume in via di pubblicazione dedicato, in specie nell’ottica della storia delle idee, al periodo fra il 1947 e il 1949. S’intitola “Un cielo rosso scuro”, ed è edito dalla cooperativa UPIAR di Torino, il “braccio editoriale” del Centro Italiano Studi Ufologici.

Immagine di copertina: Kenneth Arnold mostra un disco volante a forma di mezzaluna (via Project 1947)

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