Il cranio di Villella per ora resta a Torino

TORNA ALL’INTRODUZIONE DELLO SPECIALE

Dopo mesi di rinvii, è arrivato il giudizio della corte di Catanzaro: il cranio di Giuseppe Villella per ora rimarrà a Torino, nel Museo di Antropologia criminale “Cesare Lombroso” dove è attualmente esposto. La sentenza ribalta totalmente il giudizio di primo grado, che aveva invece dato ragione al comune di Motta Santa Lucia, richiedendo la restituzione dei resti; una sentenza immediatamente impugnata dall’Ateneo torinese.

Il processo d’appello ha visto contrapporsi da un lato l’Università di Torino, convinta che quel teschio, su cui Cesare Lombroso formulò le sue teorie, faccia parte del patrimonio culturale dell’umanità e della storia della scienza; e dall’altra il comune di Motta Santa Lucia, paese calabrese che aveva dato i natali a Giuseppe Villella, che chiedeva di riavere il cranio per seppellirlo; al suo fianco, il Comitato No Lombroso, costituitosi parte civile, impegnato da anni in una battaglia contro un museo considerato razzista e antimeridionalista.

La sentenza di appello, inizialmente prevista per febbraio, aveva subito uno slittamento, anche a causa della comparsa di un terzo contendente a sorpresa: un presunto erede di Giuseppe Villella, che aveva chiesto a sua volta la restituzione del cranio. Anche lui è rimasto deluso, dal momento che i giudici hanno invece dato ragione all’Università di Torino.

Si tratta, comunque, soltanto di una sentenza di secondo grado: i membri del Comitato No Lombroso hanno già annunciato che ricorrerranno in Cassazione (e, se necessario, anche alla Corte Europea), una volta lette le motivazioni della sentenza. Mentre il rettore Gianmaria Ajani, che ha definito la sentenza un atto di giustizia, ha annunciato invece una possibile espansione del Museo, prevista per il 2020, che includerà anche reperti provenienti dal museo di storia naturale (attualmente chiuso).

Lo scheletro nell’armadio: storia di un cranio conteso

La diatriba era iniziata il 27 novembre 2009, con la riapertura del Museo, in un nuovo allestimento all’interno del palazzo che già ospitava due altri musei scientifici dell’Università di Torino. Il “Lombroso”, va detto, non nasceva con intento celebrativo: intendeva invece mettere a disposizione di tutti i visitatori le collezioni di antropologia criminale raccolte dallo studioso. Apriti cielo. Apripista della protesta fu Marisa Ingrosso, in un articolo sul Corriere del Mezzogiorno dal titolo inequivocabile: “I briganti meridionali nella «fossa comune» del Museo Lombroso“. Peccato che i 904 crani ospitati nella collezione di antropologia criminale non fossero affatto catalogati: difficile quindi dire che fossero resti di briganti, piuttosto che di criminali comuni o di ricoverati (è probabile, tra l’altro, che molti provenissero dall’allora manicomio di Collegno).

Ma il sospetto è sufficiente a trasformare un Museo di storia della scienza in un’istituzione antimeridionale. Nel 2010 arrivò al “Lombroso” una delegazione guidata da Domenico Scilipoti e Domenico Iannantuoni, ingegnere di origine pugliesi a capo del partito “Per il Sud”, uno dei tanti piccoli movimenti della galassia neoborbonica. Quest’ultimo fondò il Comitato tecnico scientifico “No Lombroso” e iniziò la sua battaglia per far chiudere il museo: in particolare, la sua attenzione si concentrò sul cranio di Giuseppe Villella, uno dei pochi ad essere effettivamente identificabile, probabilmente a causa della sua importanza nello sviluppo del pensiero lombrosiano. Nel 1871, infatti, lo scienziato veronese aveva elaborato una teoria sull’origine dell’uomo delinquente proprio a partire dal cranio dello sfortunato calabrese, da lui definito “un brigante”. Lombroso aveva scoperto nel cranio di Villella una “fossetta occipitale mediana”, un particolare anatomico presente in diverse specie di scimmie, che per lui costituiva un “atavismo”, cioè ritorno a caratteristiche di lontani progenitori e anche il segno di una particolare propensione alla criminalità. Inutile dire che questa teoria è stata ampiamente smentita dalla scienza: la presenza di una fossetta occipitale più o meno evidente è solo una delle tante variabili dell’anatomia umana, e non esistono particolari fisici che possano far distinguere il criminale occasionale da quello “di natura”, come pensava Lombroso.

L’attivismo di Iannantuoni si concentrò quindi sulla chiusura del Museo e sulla restituzione del cranio di Villella, nativo di Motta Santa Lucia, in Calabria: tra il 2010 e il 2014 il leader del Comitato depositò diverse denunce alla Procura della Repubblica contro il “Lombroso”, tra le quali una per violazione di cadavere; invitò nel Comitato personaggi della politica e dello spettacolo, tra cui ebbe l’appoggio di Al Bano e Povia; fece appello agli arcivescovi di Torino e di Napoli, e riuscì a ottenere il pubblico sostegno anche da parte di diversi consigli comunali, compreso, nel 2013, quello della Città di Torino.

Al Comitato aderì anche Amedeo Colacino, sindaco di Motta Santa Lucia e avvocato presso il Tribunale di Lamezia, che nel 2012 fece causa al Museo per ottenere la restituzione del cranio: la sentenza di primo grado, come abbiamo visto, gli aveva dato ragione, mentre quella di secondo grado ha ribaltato il giudizio.

Lombroso tra pseudostoria e razzismo

Se è pur vero che le teorie di Lombroso in merito all’origine della delinquenza sono da considerarsi pseudoscienza, è altrettanto vero che molti dei crimini attribuiti allo scienziato sono frutto di una riscrittura delle sue teorie a fini politici.

Negli anni, infatti, il Comitato No Lombroso ha costruito una vera e propria “storia alternativa”, non immune da tentazioni antisemite e complottistiche, in cui un fumettistico Cesare Lombroso sembra incarnare lo stereotipo dello scienziato malvagio: in questa storia alternativa lo sfruttamento del cranio di un brigante sulla base di pregiudizi antimeridionali diventa il pretesto per la repressione e il “genocidio meridionale” operati dallo stato sabaudo.
Peccato che la storia sia diversa: la calabrese Maria Teresa Milicia, antropologa e ricercatrice dell’Università di Padova, ha individuato diversi documenti negli archivi della Calabria che ci permettono di saperne di più sull’ormai dimenticato Villella e li ha descritti in un bel libro intitolato Lombroso il brigante. Storia di un cranio conteso (Salerno, 2014). Sappiamo, per esempio, che Villella non fu un brigante nel senso stretto del termine: probabilmente Lombroso usò quel termine come sinonimo di “criminale”, un errore comune all’epoca. Ma Villella non venne processato negli appositi tribunali fatti istituire dalla legge Pica, bensì condannato da un tribunale ordinario per crimini comuni. Era un semplice pastore, morto in carcere a Pavia nel 1864, e i suoi reati (furto e incendio) sembrano avere molto più a che fare con la fame così diffusa all’epoca che con le rivendicazioni territoriali del brigantaggio.

Inoltre, è sbagliato considerare Lombroso il teorico dell’inferiorità “genetica” dei meridionali: questo pregiudizio elevato a scienza venne invece formulato da un suo allievo, Alfredo Niceforo, curiosamente di origini siciliane.
Infine, difficile poter sostenere che le repressioni del brigantaggio vennero scatenate dalle teorie lombrosiane: la “scoperta” nel cranio di Villella risale al 1871, mentre la legge Pica è del 1863, e molti dei processi per questo reato si collocano tra il 1860 e il 1870; il fenomeno, insomma, era ormai in calo quando Lombroso formulava le sue ipotesi sugli atavismi.

Ipotesi sicuramente sbagliate, come la storia ha dimostrato. Ma, come afferma l’esposizione del museo “Lombroso”, «La scienza procede anche per errori». Finché una corte non deciderà il contrario, il cranio di Villella rimarrà a Torino a ricordarcelo.

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