Se i ranocchi saltellano in corpo

Articolo di Roberto Labanti, Davide Ermacora, Andrea Marcon

Da alcuni anni a questa parte, l’ultimo sabato di aprile (che quest’anno cade il 29) è celebrato a livello internazionale il Save the Frogs Day. In Italia, la Societas Herpetologica Italica ha contribuito ad organizzato per questi giorni una serie di iniziative mirate alla sensibilizzazione del grande pubblico sul fondamentale ruolo ecologico degli Anfibi, la loro biologia, le cause del loro declino, le attività per la loro conservazione e le specie presenti sul territorio nazionale. Qui su Query Online abbiamo deciso di parlarne da un punto di vista insolito: i ranocchi in corpo.

‘L’acqua fa venire i ranocchi in corpo, e il vino ammazza i vermini’, dice un proverbio pubblicato nella Raccolta di proverbi toscani (1871) dal marchese Gino Capponi (1792-1876). Ma varianti di questo detto si trovano un po’ dappertutto in Europa, e da un capo all’altro delle Penisola, come testimoniano il no te sa che l’aqua fa vignir le cròte ta la panza? del bisiacco goriziano, l’aqua a fa vni le ran-e (o i babiot) ’n tla pansa piemontese e l’àcque fasce le ranòggnue n-guèrpe pugliese.

Ma da dove ha origine questo curioso proverbio che scredita l’acqua per favorire invece il vino? Può essere sorprendente per il lettore, ma per lungo tempo si è raccontato, e creduto, che il bere acqua (di ruscelli, di stagno, di pozzo), specie nei mesi estivi, potesse comportare il rischio di ingoiare delle… rane. Questa credenza si è riflessa nella pratica medica di dottori che si sono trovati a dover curare, con più o meno successo, deliri di persone convinte di avere questi animali dimoranti nello stomaco. Racconta il medico tedesco Malachias Geiger (1606-1671) nel Microcosmus Hypochondriacus (1652):

Molti popolani e campagnoli, di entrambi i sessi, vengono da me spesso cercando consigli e rimedi contro brontolii e moti nel corpo continui e straordinari, risolutamente persuasi di aver bevuto acqua con sperma di rane o altre bestie, da cui, nei loro corpi, tali bestie si sarebbero generate e nutrite, e ciò credono sia la causa dei problemi lamentati. E solo attraverso l’uccisione e l’espulsione [delle creature] attraverso l’intervento del medico sarebbe possibile liberarsi di questi […].

Una paura, quella per l’acqua potenzialmente ‘contaminata’, di cui troviamo traccia anche nella narrativa di intrattenimento. Intorno al 1430-40 una “piacevole novella” di probabile origine provenzale trova posto nelle Istorie fiorentine, un’opera storiografica che Giovanni Cavalcanti (1381-1450) stende nel carcere degli Stinchi, dove si trova imprigionato per debiti:

[…] e fu uno che, per torsi la sete sotto gli ardori del sollione, cacciò il ceffo in un piccolo rio d’acqua; con la quale bevitura gli venne bevuta una ranocchia, la quale, sentendo il caldo dell’umano stomaco, cominciò forte a gracidare. Alle quali voci il bevitore, in sua lingua, disse: Tardi ciantes.

Una trentina di anni prima, in un’altra novella, il lucchese Giovanni Sercambi (1348-1424) narra invece quanto era capitato alla figlia del re di Cipro (un personaggio di fantasia, come tutti i re delle fiabe, non ci sarebbe bisogno di dirlo). Paolo, l’eroe della storia,

[…] sposato in una città dell’isola, nomata Scio, sentìo la figliuola dè’ re Carlo di Cipri nomata Isotta era malata di una malatia, che avea uno ranocchio in corpo; et avendo ella beuta molt’acqua, quello li era tanto a dosso cresciuto che tutta la sustanza li cavava da dosso et era per perderne la persona; e che lo re avea mandato bando che qualunca la guarisse, che a tale con mezzo il suo reame la darè per moglie; e che mai neuno l’avea potuta guarire e molti n’erano stati morti e disfatti che tale fanciulla aveano presa a guarire.

La storia ha, come ovvio, un lieto fine: il nostro eroe, che da un drago aveva ottenuto la facoltà di intendere il linguaggio degli animali, con uno stratagemma riesce a scoprire come scacciare lo sgradito ospite e sposa la principessa:

E fatto venire Isotta fuora della città intorno a’ fossi, — là u’ Paulo solo colla giovana andavano su per li fossi —, e mentre andavano, lo ranocchio cominciò a cantare. Quelli ch’erano innell’acqua comincionno a rispondere, dicendo: “O cattivo isventurato che stai in cotesto corpo rinchiuso, e noi stiamo a vedere l’aire e diamoci piacere innell’acqua e godiamo!” Lo ranocchio ch’è innel corpo di Isotta dice: “Io mangio di buone confezioni e latte, e sto caldo e godo senza paura; e voi, cattivelli che state innell’acqua e mangiate male e bevete peggio, et oltra ciò vivete in sospetto d’esser dalle serpi mangiati! Et io mi riposo senza affanno e non ho paura d’esser morto, ma continuo ogni dì mi sono date migliore vivande l’uno dì più che l’altro”. Li ranocchi dicono: “Se lo re o chi l’hae a governare facesse a nostro senno, tu non vi staresti un’ora e come cattivo innel fuoco ti farenno ardere, che hai preso a volere far morire sì bella giovana”. [lacuna] Lo ranocchio rinchiuso: “Cotesto non è neuno che saper lo possa e però io mi goderò sempre e voi vi starete innella mota come degni sete”. Paulo, che tutto hae inteso, subito partitosi di quine et innella terra intrato, faccendo quello che inteso da’ ranocchi avea, la giovana libera dalla infermità fu, posto che debile rimanesse; lo re mandato per medici e medicine, in poghi giorni tornò più bella e più forte che mai fusse.

Per una lacuna del testo, non sappiamo quale sia stato effettivamente il metodo utilizzato, nella finzione letteraria, per risolvere il problema. Sappiamo però come, nella vita reale, i medici dell’epoca intervenivano in casi come questi. Racconta infatti l’archiatra pontificio bresciano Guglielmo Corvi (c. 1250-1326), nella sua Practica:

[…] vidi due uomini – uno dei quali ebbi in cura – che ritenevano di aver ingerito durante il periodo estivo delle piccole rane, e che queste stazionassero nei loro stomaci. Non fui in grado di liberarli da questa falsa impressione. Ne curai uno prescrivendogli dieta e purganti, riportando lo stomaco alla sua natura. Flatulenza e flegma in eccesso erano la causa. Nella pancia aveva un rumore come il gracidare di una rana. Si sentiva di frequente una voce chiamare una voce, come la gazzarra delle rane [?]: a volte il gorgoglio era grande nel suo stomaco.

Per il paziente, più che la flatulenza e la flegma dell’illustre medico, doveva davvero sembrare che “’n corpo mi gorgoglia una ranocchia”, “ne debbo avere el corpo pieno, ché gorgogliar gli sento”, come efficacemente dissero con la lingua dei poeti, rispettivamente, Burchiello (1404-1449) ed un giovane Lorenzo de’ Medici (1449-1492), entrambi fiorentini. E a quel punto poteva capitare, come sembra successe – ce lo racconta Marco Gattinara (c. 1442-1496) nella Practica uberrima (1509) – al medico milanese Giovanni Marliani (1420-1483), di dover assecondare l’ipotesi del malato per poi far apparire nella ciotola in cui questo si era “svuotato” alcune rane. Un trucco praticato fin dagli albori della psichiatria e davvero degno di un illusionista (ma poveri anfibi!):

C’era un tal melanconico di Milano che riteneva di avere delle rane all’interno del proprio corpo, e i dottori dicevano che non era vero: perciò egli stesso non voleva ancora essere liberato né seguire le prescrizioni dei medici. Quindi, chiamato Marlianus, quando gli chiese cosa avesse, lui rispose che aveva le rane nel suo corpo; Marlianus replicò: “Dici il vero e so che ne hai molte nel tuo corpo, ma se mi obbedisci, io riuscirò ad estrarle”. E lui acconsentí alla cura con grande piacere. E quando Marlianus si predispose a spurgarlo, ordinò ai suoi assistenti, quando avessero mostrato l’evacuazione, di porre in vista alcune rane vive nel vaso, e [il melanconico], quando questo fu eseguito, fu cosí liberato grazie a questa buona prescrizione.

Non furono però solo i popolani e i campagnoli di Geiger a credere possibile che i ranocchi potessero sopravvivere nello stomaco. Anche illustri filosofi naturali ritenevano la cosa accertata. Proprio contro questi, con la sua consueta prosa caustica, se la prende Antonio Vallisneri, medico presso lo Studio di Padova, nel 1710:

Mi stupisco [del danese Holger Jacobsen (1650-1701)], il quale in un Trattatello fatto a bella posta sopra la nascita, e natura delle Rane, acconsente anchesso a questa strana generazione delle medesime nellumano stomaco, stando sulla fede degli altri, e ricorre, come tutti con occhi chiusi alle acque bevute piene duova di Rane […]. [D]ovea pur sapere, che le uova delle Rane, prima, che nascano i Girini, stanno tutte ravviluppate, e involte in un grande, e tenace ammassamento di lubrico muco; che avvisa subito i sitibondi a non ingoiarlo, distinguendosi cogli occhi, col tatto, col palato dallacqua, e sfuggendo subito dalle mani. E dato anche, che ingoiassero inavvertentemente qualche poco di quellammassamento, detto dagli Scrittori volgarmente Ranarum Sperma, per la sua sfuggevole lubricità, o sarebbe facilmente stato rivomitato, o disceso per glintestini fuora del corpo; o se fosse restato, come invischiato nelle rughe del ventricolo, si sarebbe subito corrotto, e sciolto stando fuora del suo naturale elemento, e le infelici Ranuzze, nate sotto la figura de Girini, essendo d’una tenerissima tenerezza, sarebbono state infallibilmente digerite, e stritolate dal nostro attivissimo, e maraviglioso fermento, digerendo Ostriche crude, ed altre sorti di crostacei cavati freschi, e ancor viventi dalla loro buccia, come continuamente per delizia fanno in Venezia.

Ma Vallisneri o non Vallisneri, fino a tempi molto recenti ci fu chi, pur colto, continuò a dar credito alla possibilità che le rane potessero vivere nello stomaco. Ben oltre i rigorosi esperimenti, forse non troppo adatti al Save the Frogs Day, dello zoologo tedesco Arnold Adolph Berthold (1803-1861) che nel 1849-1850 dimostrò sperimentalmente l’impossibilità del fatto.

A noi forse, a questo punto, stupisce un po’ meno quel detto trasmesso dalla sapienza popolare. Del resto, nel vino di certo le rane, anche quelle di fantasia, non possono vivere. Oppure sì?

Stiamo lavorando ad un corpus commentato che raccolga tutte le storie antiche e medievali di animali viventi all’interno del corpo umano, di cui quelle sulle rane sono solo un sottoinsieme. Per chi volesse saperne di più, rimandiamo all’articolo Towards a Critical Anthology of Pre-Modern Bosom Serpent Folklore, pubblicato in Folklore 127(3), dicembre 2016, pp. 286-304. Qui, in occasione di questa giornata, abbiamo presentato in anteprima alcuni degli esempi italiani del Trecento-Quattrocento che abbiamo rinvenuto e che saranno studiati più in dettaglio nel corpus stesso, oppure nel libro che uno di noi (DE) sta preparando.

Nota: le traduzioni dal latino di Corvi, Gattinara, Geiger sono nostre.
Immagine in evidenza: Rana italica (astolinto, CC BY 3.0, via commons.wikimedia.com)

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