La grande bufala del Gran Capo Cervo bianco

Articolo di Paola Dassori, tratto da Query 28

Era il 1924, e il fascismo passava un momento di crisi. L’assassinio di Giacomo Matteotti aveva scosso l’opinione pubblica sia italiana che estera.

Giunse a fagiolo, come si dice, la visita di un importantissimo capotribù pellerossa: Cervo Bianco (White Elk) della Nazione Irochese, venuto in Europa per esporre presso la Società delle Nazioni le rivendicazioni del suo popolo; a Londra aveva pronunciato un applauditissimo discorso per sollecitare l’ammissione dei giovani nativi americani nelle università inglesi, a Parigi aveva tenuto affollatissime conferenze sugli usi e costumi della sua tribù, a Bruxelles aveva deposto solennemente una corona di fiori sulla tomba del Milite Ignoto.

Da Nizza, infine, aveva fatto sapere che intendeva visitare l’Italia e rendere omaggio a Mussolini e al fascismo di cui era fervente ammiratore. La notizia fu accolta con grande favore, specie in quel particolare momento in cui le manifestazioni di stima dall’estero erano molto scarse. Certo, il capo White Elk non aveva l’importanza di un Chamberlain, tuttavia si trattava di uno dei più potenti capi della sua stirpe, oltretutto ricchissimo: nel natio Canada possedeva vasti giacimenti petroliferi, immense tenute e grandi allevamenti di cavalli.

Era un uomo sui trent’anni, di aspetto gradevole benché i suoi tratti non fossero molto da “pellerossa”; girava sempre vestito da capotribù col caratteristico copricapo di piume in testa e i mocassini di cuoio intrecciato.

Gli onori tributati al Capo Cervo Bianco furono entusiasmanti. Al suo arrivo a Venezia il porto era gremito di popolo festante, con il console americano e il federale che gli rendevano gli onori: si formò un corteo di gondole mentre le campane di San Marco suonavano a festa. Ad Ancona, il giorno successivo, la banda suonava gli inni nazionali e la “Marcia dei Pellirosse” composta per l’occasione dall’Esimio Maestro Cavalier Peracchi. A Bari un incrociatore ancorato in porto sparò a salve per salutarlo, lui a bordo di una lussuosa automobile lanciava manciate di monete ai ragazzini che lo seguivano, e le stesse scene si ripeterono a Genova, a Napoli, a Torino.

Infine Cervo Bianco si recò a Roma dove aveva sollecitato un’udienza dal capo del governo, al quale aveva inviato un telegramma così concepito: “Principe White Elk desidera conferire con V.E. stop. è benefattore di vari fasci italiani stop. Saluta fascisticamente”. L’udienza fu subito accordata e il 28 agosto il Capo Cervo Bianco si recò a Palazzo Venezia, ma un improvviso impegno di Mussolini mandò a monte il ricevimento, risparmiandogli così una brutta figura. Ci fu però chi sostenne che il Capo fu effettivamente ricevuto dal duce, il quale gli espresse la sua simpatia per le oppresse tribù irochesi.

Vero o no, l’eccezionale evento rese sempre più popolare il singolare camerata, che non perdeva occasione per manifestare la sua dedizione all’Italia fascista. A Firenze, per esempio, si affacciava dal balcone dell’Hotel Baglioni lanciando alla folla dei vibranti “alalà”, e un cantastorie fiorentino in cambio gli dedicò uno stornello che diceva: Fior di mughetto/Al Prence canadese il sottoscritto/ grida Eja eja alalà con gran rispetto.

Purtroppo, “cosa bella e mortal passa e non dura”: sulla testa piumata di Cervo Bianco si abbatté una denuncia per truffa, falso e millantato credito, sporta dalle contesse Kevenhuller. Il Capo era accusato di aver spillato alle due signore una forte somma (circa un milione di lire) da lui sperperata in beneficenze e bagordi, spacciandosi per principe.

In realtà il Capo Cervo Bianco era un poveraccio di nome Edgar Laplante, nato nel 1888 nello stato di Rhode Island da un muratore canadese e una nativa americana; dopo aver girato l’America vendendo “olio di serpente” aveva lavorato come comparsa nei film western, sempre nella parte del pellerossa, finché la Paramount non lo aveva ingaggiato per fare propaganda ad un nuovo film, La Carovana verso l’Ovest, in Europa. Così Edgar varcò l’oceano e pian piano entrò talmente bene nella parte che, quando il giro di propaganda finì, decise di restare in Europa contando sulla propria intraprendenza. Durante un soggiorno a Nizza incontrò due signore dell’alta aristocrazia austriaca, le contesse Kevenhuller madre e figlia, le quali si infatuarono di lui al punto da sovvenzionarlo, attraverso prestiti che lui assicurava avrebbe restituito non appena il governo canadese lo avesse rimborsato di certi fantomatici crediti. Ma questi rimborsi non arrivavano mai e le contesse, stanche di sborsare denaro, decisero di fare un’inchiesta apprendendo la cruda realtà.

Cervo Bianco non era né principe, né pellerossa, né tanto meno proprietario di giacimenti petroliferi: si trattava soltanto di un mistificatore e truffatore.

Edgar Laplante fu condannato a cinque anni di reclusione dal Tribunale di Torino; nel 1929, uscito di prigione, fu rispedito negli Stati Uniti dove morì a Phoenix nel 1944.

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