Nuova Medicina Germanica: condannata la dottoressa Germana Durando

Si è concluso in questi giorni il processo di primo grado al medico torinese Germana Durando, condannata a 2 anni e 6 mesi di reclusione per omicidio colposo: la donna è stata riconosciuta colpevole di non aver fatto quanto possibile per impedire la morte di una paziente affetta da melanoma, consigliandole terapie inefficaci al posto di quelle più indicate per la sua malattia.

Un caso, scoppiato lo scorso anno, che ha portato al centro dell’attenzione pubblica il problema della medicina hameriana, a cui la dottoressa, secondo quanto ha ricostruito l’accusa, si ispirava.

Ripercorriamo tutta la storia: nel 2005 la cinquantatreenne Marina Lallo nota il cambiamento di forma e il progressivo ingrandirsi di un neo sulla spalla, e decide di chiedere il parere della dottoressa Durando. Dagli esami il problema viene ricondotto a un melanoma, un tumore della pelle abbastanza curabile se preso in tempo. Come riporta il sito dell’AIRC (Associazione italiana per la Ricerca sul Cancro), infatti:

La prognosi può essere molto diversa in base allo spessore della lesione: è ottima per melanomi inferiori a 1 mm e peggiora progressivamente con l’aumentare dello spessore.

E’ a questo punto che la dottoressa, secondo le accuse, avrebbe suggerito alla paziente una terapia a base di gocce omeopatiche e riconciliazione: la malattia, secondo quanto prescrive la cosiddetta Medicina Hameriana o Nuova medicina germanica (NMG), non era altro che una manifestazione fisica legata ai difficili rapporti con l’ex-partner, da cui aveva avuto una figlia.

Elaborata negli anni Ottanta da Ryke Geer Hamer, medico tedesco radiato dall’albo e attualmente latitante, questa “pratica medica” sostiene infatti che tutte le malattie, comprese gravi patologie quali i tumori, sono la manifestazione di un conflitto interiore, e che il paziente guarirà da solo una volta che lo avrà risolto. Un’intuizione ricevuta in sogno dal figlio morto, che Hamer condensò in cinque “leggi biologiche” e con cui a partire dal 1981 iniziò a curare i primi malati, tra cui la propria moglie, morta poi di cancro. Negli anni successivi Hamer aprì cliniche basate sul suo metodo in Germania e Austria, tutte chiuse dalle autorità per le condizioni inumane cui erano costretti i paziente e per manifesta inefficacia della “terapia”, e venne espulso dall’ordine dei medici nel 1986. Seguirono poi diverse condanne per omissione di soccorso, infrazione della legislazione sulle medicine non convenzionali ed esercizio abusivo della professione medica.

Nonostante l’assoluta mancanza di prove sull’efficacia del suo metodo e l’infondatezza della teoria, le tesi di Hamer hanno fatto proseliti. Ci sono stati medici che ne hanno abbracciato totalmente i metodi, altri che li hanno accettati solo in parte, integrando le teorie sull’insorgenza delle malattie con metodi di cura differenti come omeopatia e naturopatia (la stessa Germana Durando ha negato di seguire la Nuova Medicina Germanica, ma dal dibattimento è emerso che ne condivide le teorie sull’origine dei tumori). Non sono mancati neanche i pazienti che, affidandosi a loro invece che alla medicina basata sulla ricerca scientifica e sperimentazione, sono andati incontro alla morte dopo aver patito notevoli sofferenze (solo a Torino ci sarebbero stati almeno altri due decessi negli ultimi tre anni). In alcuni casi è stata dimostrata la colpevolezza dei medici che li avevano indirizzati verso questa pericolosa pratica, e si sono avute alcune condanne. Proprio in questi giorni è stato pubblicato un libro del giornalista Ilario D’Amato, Dossier Hamer : Inchiesta su una tragica promessa di cura contro il cancro (Mondadori, Milano, 2017), che fornisce una panoramica completa della storia e dei crimini della Nuova Medicina Germanica e che consigliamo a chiunque voglia approfondire l’argomento.

L’estrema pericolosità della Nuova Medicina Germanica, comunque, risiede nel suo rifiuto di ogni forma di terapia convenzionale: secondo Hamer la morfina e la chemioterapia sono le principali cause di morte tra coloro che si affidano alla medicina ufficiale, e quindi vengono categoricamente rifiutate da chi decide di seguire il suo metodo.

E’ proprio quanto sarebbe successo a Marina Lallo, secondo la ricostruzione del tribunale di Torino. La donna, pur avendo un fratello medico, si era affidata completamente alle cure della Durando, che definiva “un faro nel buio”, e si colpevolizzava per non essere in grado di risolvere i suoi conflitti e quindi arrestare la malattia; mentre la dottoressa la incoraggiava a perseverare, nonostante il tumore fosse ormai cresciuto da pochi millimetri a 11 centimetri, e i linfonodi ormai compromessi dalle metastasi.

Questa tragica vicenda non è stata la prima occasione in cui l’attività medica della Durando è stata oggetto di scrutinio da parte della Magistratura: nel 2005 era stata accusata della morte di una bambina di 14 mesi colpita da meningite, ai cui genitori, residenti in Sardegna, aveva consigliato telefonicamente un antipiretico omeopatico. La vicenda si concluse con la prescrizione, prima ancora che si arrivasse a un dibattimento.

Nel corso del processo per la morte di Marina Lallo, ha pesato la testimonianza di una cognata della vittima, che alla dottoressa aveva chiesto consigli per il figlio:

Con le dottoresse parlai della possibilità di sottoporre mio figlio, malato di leucemia, a una terapia di supporto alternativa basata sui principi dell’omeopatia. Mi dissero che dovevo scegliere fra la cura tradizionale e la loro. E mi fecero sentire non adeguata nel ruolo di madre: se avessi scelto la chemioterapia, sarei stata una madre cattiva.

Per fortuna, a differenza della cognata, la donna continuò ad affidarsi ai medici dell’ospedale Santa Margherita di Torino, e il bambino è attualmente cresciuto e in salute.

L’ordine dei medici di Torino (OMCeO), che si è costituito parte civile nel processo, ha commentato così la sentenza:

Complementare o no, ciascun medico dovrà sempre rispondere di fronte al cittadino, alle leggi dello Stato e alla propria coscienza medica, a una sola domanda: sto suggerendo e praticando un intervento terapeutico clinicamente appropriato ed eticamente proporzionato dal quale ci si possa attendere un effettivo beneficio per chi mi affida la sua salute? La sentenza per la paziente Marina Lallo ha risposto no.

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