L’utero di Michelangelo

Dopo il codice Da Vinci, il codice Michelangelo. Ma questa volta la teoria sui messaggi segreti occultati nelle opere d’arte non arriva da un romanzo, bensì dal mondo della ricerca.

Uno studio brasiliano pubblicato sulla rivista Clinical Anatomy, di Deivis de Campos e collaboratori, avrebbe infatti identificato tre “simboli di femminilità” nascosti da Michelangelo nelle Cappelle medicee di Firenze: nello specifico, i crani cornuti di bovino e ariete, due sfere collegate da un cordone, e una conchiglia, scolpiti ai lati delle tombe di Giuliano e Lorenzo de’ Medici nella Sagrestia Nuova della Basilica di San Lorenzo. Forme che, secondo i ricercatori, alluderebbero all’utero e alle tube di Falloppio, a rappresentare “la capacità di rinascita e rigenerazione tra la vita e la morte”.

Nel comunicato stampa, Deivis de Campos ha commentato:

Numerosi studi hanno dimostrato che varie opere d’arte del Rinascimento contengono simboli nascosti che potrebbero avere un significato religioso, matematico o pagano, e perfino allusioni all’anatomia.

L’autore dello studio non è nuovo a questo genere di “scoperte”: già lo scorso anno, sempre su Clinical Anatomy, aveva interpretato come allusioni all’utero e alle tube di Falloppio alcuni particolari della Cappella Sistina di Roma (tra cui, di nuovo, il cranio di un ariete).

Il rischio della simbologia, però, è sempre quello di leggere in un’opera più di quanto l’artista volesse rappresentare. E in questo caso l’analogia di forme sembra davvero un po’ tirata per i capelli; ma soprattutto, molto poco coerente con la storia e lo sviluppo degli studi anatomici.

Per quanto ormai la rappresentazione dell’apparato riproduttivo femminile si trovi su qualunque sussidiario di scienze, infatti, ben difficilmente un pittore del XV secolo lo avrebbe trovato sui libri di anatomia. Le tube di Falloppio prendono il nome, potete immaginarlo, da Gabriele Falloppio, un medico del Rinascimento che pubblicò un’accurata descrizione del sistema riproduttivo femminile nelle sue Observationes anatomicae del 1561. I teschi nelle cappelle medicee e gli affreschi incriminati della Cappella Sistina, invece, risalgono alla prima metà del Cinquecento.

L’utero secondo Andrea Vesalio

Helen King, esperta di storia della medicina, considera le rappresentazioni usate da Deivis de Campos per evidenziare la somiglianza con il teschio di ariete particolarmente anacronistiche. Come ha spiegato su Forbes, all’epoca il libro anatomico “di riferimento” era il De humani corporis fabrica, scritto dal medico fiammingo Andrea Vesalio (Andreas Van Wesel): nei suoi diagrammi l’utero viene rapprentato quasi come una versione “ribaltata” dell’apparato sessuale maschile, mostrando “un utero molto diverso dalle immagini dei nostri libri di testo”, che con la vagina andava a formare un “canale” unico.

E lo stesso vale per gli altri libri che circolavano all’epoca, come l’Isagogae breves di Berengario da Carpi, pubblicato nel 1522. All’epoca di Michelangelo, insomma, l’anatomia femminile era ancora qualcosa di abbastanza misterioso, non ancora del tutto studiato, e per di più oggetto di teorie abbastanza curiose (per secoli l’utero è stato visto come un “animale vivente“, in grado di andarsene a zonzo nel corpo delle donne e di reagire ai profumi dell’ambiente circostante).

Ma allora, cosa voleva rappresentare davvero Michelangelo con quei teschi di ariete? Un indizio ce lo dà Kristina Killgrove, bioarcheologa all’University of West Florida:

L’autore suggerisce che “nell’antichità, il teschio di toro/ariete e le corna venivano viste come un simbolo femminile, dal momento che la forma del teschio ricorda l’utero e le corna le tube di Falloppio”. Come archeologa classica, quest’affermazione, che non è supportata da alcuna citazione, mi suona particolarmente strana, perché riconosco questo simbolo, chiamato bucranium (al plurale, bucrania), presente in innumerevoli siti del mondo antico.

Il bucranium, in effetti, è una rappresentazione che si trova in numerosi bassorilievi e sculture, dal Neolitico all’Impero Romano, probabilmente come riferimento alle offerte votive rivolte agli dei pagani. Nel corso del Rinascimento, i bucrania ebbero un improvviso ritorno di popolarità, nel clima di generale riscoperta dei classici, venendo utilizzati come elementi decorativi in innumerrevoli affreschi e opere di architettura. La loro presenza si ritrova nell’arte fino all’epoca Barocca e Neoclassica. Nel corso di tutto questo periodo, però, nessuno si azzardò mai a considerarle un simbolo legato alla femminilità o alla riproduzione; tutt’al più un memento mori, e come tale rappresentato in molte opere funerarie.

Se la teoria di Deivis de Campos non regge alla prova della storia, bisogna dire che però si inserisce in un lungo filone di “ritrovamenti anatomici” michelangioleschi portati avanti negli ultimi anni. Nel 2010, ad esempio, i ricercatori Ian Suk e Rafael Tamargo avevano pubblicato su Neurosurgery un articolo in cui raccontavano di aver identificato nella Separazione della luce e delle tenebre la rappresentazione del tronco encefalico (anch’essa abbastanza anacronistica, visto che le prime rappresentazioni anatomiche accurate sono di cent’anni posteriori all’affresco). Nel 1990, invece, era stato Frank Lynn Meshberger a “scoprire” l’anatomia di un cervello nel dipinto della Creazione di Adamo. C’è invece chi ha visto nello stesso particolare un utero, e chi ha identificato dei reni nell’affresco della Separazione della terra e delle acque.

I dipinti di Michelangelo, insomma, stanno diventando sempre più una tavola di Rorschach, in cui grazie alla pareidolia ognuno può leggerci ciò che più gli aggrada, interpretando con occhi moderni l’opera di un artista morto nel 1564. E invece bisognerebbe poter ammettere che, qualche volta, un teschio di ariete è solo un teschio di ariete.

Immagine di copertina tratta dallo studio di Deivis de Campos et al.

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