Sull’origine di (non delle) bufale

Un lettore di quotidiani italiani della fine dell’Ottocento non avrebbe trovato sul proprio giornale termini oggi ormai divenuti centrali del dibattito politico e culturale, come bufala o fake news. Come abbiamo visto qui su Query Online qualche tempo fa, col senso di ‘fandonia, frottola’ o di ‘notizia inventata’ avrebbe forse invece incontrato carota: una parola che, con quel significato, oggi è quasi “dimenticata” ma che aveva già una certa fortuna tra gli umanisti quando fu registrata come utilizzata dal volgo per ‘menzogna, bugia’ da Francesco Sansovino nel suo Orthographia delle voci della lingua nostra (apparso a Venezia nel 1568).

Se la cosa può essere comprensibile per l’inglese fake news (documentato dalla fine dell’Ottocento, vero, ma oltreoceano), può sembrare invece sorprendente per bufala. Davvero non era conosciuta nel XIX secolo? Non proprio: la bufala (o bufola) era però, sostanzialmente, solo, infatti, la femmina del bufalo, la forma di allevamento del Bubalus bubalis dell’Asia meridionale. Una specie presumibilmente introdotta in Italia in tempi storici, oggi protagonista di una delle eccellenze alimentari del Made in Italy: la mozzarella di bufala campana D.O.P.

Della storia di come il nome dell’animale abbia assunto anche il senso attuale — una storia, diciamocelo subito, ancora non chiara e che necessita di ulteriori indagini — si è occupato Riccardo Cimaglia, uno storico della lingua formatosi a Roma Tre con Paolo D’Achille, che ha ben raccontato i risultati delle sue ricerche prima in un articolo apparso nel 2010 su Lingua Nostra (LXXI, 1-2, pp. 52-53) poi, in questi giorni, in un intervento sul sito web dell’Accademia della Crusca:

[…] l’accezione figurata di _bufala_, sia come ‘notizia falsa’ sia come ‘produzione artistica di scarso valore’, è relativamente recente e ha sicuramente origine a Roma, anche se è stata registrata solo tardivamente nella lessicografia romanesca. […]

Secondo lo studioso, infatti, le più vecchie attestazioni del nostro significato individuate dai lessicografi sono tre, di area più o meno romana e risalgono al periodo 1956-1960 [1]. La prima e l’ultima si riferiscono al secondo significato, mentre quella di mezzo, del 1959, avrebbe avuto il senso di ‘fregatura’ [2]. La più antica, descritta nell’articolo del 2010, è in un passaggio del romanzo Un amore a Roma (Milano, Bompiani, 1956) dello scrittore catanese (ma trapiantato a Roma) Ercole Patti (1904-1976) che posso citare dall’edizione del 1972:

La ragazza, pur conservando l’accento veneto, non appena il discorso era passato al cinematografo, aveva cominciato ad esprimersi in termini romaneschi. “Non ha visto il Pozzo dei miracoli? Meglio così. Una vera bufala.” “Una?” chiese Marcello. “Una bufala. Si dice così a Roma quando si vuole alludere ad un film brutto e noioso.”

Però, ha scritto l’italianista Stefano Volpe in un commento sulla pagina Facebook della Crusca, il senso figurato di bufala “[s]icuramente […] è anteriore al 1956 (Roma; piazza Vittorio: ricordi di famiglia)”.

Ho creduto utile svolgere qualche limitatissima esplorazione ulteriore, sfruttando per quanto possibile le fonti digitalizzate [3]. La “pesca” ha portato a recuperare un certo numero di attestazioni, anche precedenti al romanzo di Patti, che finora non risultavano essere state censite. Vediamole un po’ (le potete trovare per esteso nel box in fondo).

L’Unità, 3 febbraio 1951, p. 5

Bufala come “falso” o “notizia falsa” [1951]. Questa accezione è quella che presenta gli esempi più antichi repertoriati: se ne trova traccia sulla romana L’Unità del 3 febbraio 1951, dove Randolfo Pacciardi, ministro della Difesa dell’epoca, è definito due volte “ministro delle « bufale »”, in relazione a quella che il quotidiano definisce una “balla”. Lo stesso quotidiano, nella sua edizione romana del 21 aprile del 1953, nel descrivere il contenuto di alcuni manifesti di un partito avversario, sbotta “Che « bufole », mamma mia!”. Sul milanese (ma con una redazione romana) Cinema del 10 agosto del 1954, poi, “Il postiglione” (uno pseudonimo collettivo dietro cui, a turno, si nascondeva il redattore che doveva occuparsi della posta dei lettori), nel descrivere una falsa lettera pubblicata da una rivista romana di cinema (evidentemente concorrente) dice di essere “curioso di vedere […] l’impunito che ha combinato, come si dice a Roma, la “bufala””. Infine, nell’ottobre del 1957, il marchese Emanuele De Seta, durante una deposizione giudiziaria ripresa dai quotidiani, riporta che il “è una bufala” che gli avrebbe detto l’anno precedente un altro nobile della Dolce vita, in “gergo romanesco”, significa che è un falso.

Bufala come “film di scarso valore” [1953]. La prima attestazione di questa accezione che ho potuto rintracciare è sempre dovuta ad Ercole Patti, sul Corriere della Sera del 3 dicembre del 1953, ma è diversa da quella individuata da Cimaglia: è in una scena, ambientata “nel ristorante di Cinecittà”, di un racconto, Attrice di cinema, che qualche anno dopo (nel 1959) verrà ripreso con un diverso titolo nella raccolta Le donne e altri racconti. Il passaggio merita di essere riportato, anche per la caratterizzazione linguistica del personaggio che la utilizza (la stessa del ciociaro di Manfredi):

I tre parlavano ad alta voce e nell’accento del regista si riconosceva nettissima la cadenza del circondario di Frosinone.

— Bisognerebbe — disse ad un certo punto il regista, — trovare un po’ di ragazze come si deve. Altrimenti il film rischia di diventare una _bufala_. Beppe non può perdere la testa per una scema moscia come la Molfesi con quelle gambe come piedi di tavolino.

Qualche anno dopo, secondo la giornalista romana Mimmina Quirico che ne scrive su Cinema del 25(?) gennaio 1956, precedendo di poco il romanzo di Patti (uscito presumibilmente in marzo o aprile, a giudicare dalle recensioni), per i ragazzi dell’Istituto di rieducazione “Aristide Gabelli” di Roma, nel popolare quartiere di San Lorenzo, “ogni proiezione [cinematografica] si riduce per lo più a « una cannonata », o a « una bufala »”: “« A sor Maè che bufala ci avete fatto! »” dicevano, se il film non era di loro gradimento. Alla fine del 1957 è Gastone Ingrascì, scrivendo di cronaca giudiziaria per L’Unità, ad affermare che una produzione cinematografica (Il cardinale Lambertini, di Giorgio Pàstina, uscito in sala il 23 dicembre del 1954) era stata “bollata come una « bufala », sia dalla critica che dallo scarso pubblico che andò a vederla” (e sarebbe interessante vedere se il termine compariva in qualcuna delle recensioni). Nel 1959, il critico e sceneggiatore Sandro De Feo (1905-1968), sempre sul Corriere della Sera, la considera “un’espressione così volgare” che mai si era sognato di utilizzarla (prima di quel caso, evidentemente, in cui lo usa col senso di “film brutto”). Infine, in questo senso di “film di scarso valore” abbiamo l’attestazione che ricordavamo sopra, in un articolo di Gianfranco Calderoni sulla rivista milanese Successo del maggio 1960, repertoriata da Claudio Quarantotto nel suo Dizionario del nuovo italiano (Roma, Newton Compton, 1987, p. 72).

Come si può notare, negli anni ‘50, gli autori dei pezzi individuati usano sì il termine, ma mostrano di essere consapevoli che era allora estraneo all’italiano. Nella maggior parte di questi esempi, bufala è infatti caratterizzata graficamente attraverso il corsivo o l’uso delle virgolette, quando non ne è esplicitamente dichiarata la natura gergale o dialettale. Del resto, come ci ricorda la sociolinguista Vera Gheno in un articolo sul sito della Crusca dedicato a taroccare

I giornali tendono spesso a impiegare un italiano _neostandard_, vicino, per molti versi, alla lingua parlata,e non di rado accolgono nella loro lingua anche elementi colloquiali, talvolta anche gergali.

Rimane però il dubbio su come l’animale sia divenuto sinonimo di falso o di scarso valore. La questione è controversa. Alcuni autori cercano un origine in un non recente passato: il glottologo Alberto Nocentini ha di recente riproposto (?) nel suo L’etimologico (Firenze, Le Monnier, 2010) di risalire a buffa (‘folata, beffa’, attestata dal XIV sec.) a sua volta derivato da buffare (‘soffiare gonfiando le gote’); altri, come Luca Damiani o Stefano Bartezzaghi segnalano la possibilità che ci sia un rapporto con bufalo che si trova nel toscano Mattio Franzesi (XVI sec.) nel senso di “specie di travestimento usato per mascherarsi durante l’uccellagione”; oppure, ancora, con “menare/tirare per il naso come un/a bufala/o”, già almeno cinquecentesco, che, secondo il Vocabolario degli Accademici della Crusca (1866) vale “[a]ggirarlo, [b]urlarlo, [c]ondurlo con finzione a far ciò che non vuole”.

Come abbiamo visto, però, i significati che ci interessano fioriscono nel dialetto romanesco della metà del XX secolo, non qualche secolo prima e in una diversa area geografica. Tralasciando il senso che più sembra legato a Cinecittà e all’ambiente dei produttori e consumatori di cinema, è certo possibile che dell’altro esistano tracce precedenti non ancora rinvenute, o che sia rimasto non documentato per un certo periodo di tempo; lo fa sospettare il primo esempio che abbiamo esaminato: il sarcasmo contro Pacciardi poteva essere compreso solo nel caso che quel senso di bufala avesse già una qualche diffusione fra i lettori. Ma è comunque il caso di concentrare le nostre indagini su Roma e su tempi piuttosto recenti, come ricordava Cimaglia nel passo citato.

Nel 1988, Augusta Forconi ha suggerito, nel suo La mala lingua : dizionario dello slang italiano (Milano, SugarCo, p. 40), una diversa ipotesi:

[T]ermine di origine romanesca, spiegabile con il fatto che, un tempo, i macellai romani non propriamente onesti vendevano carne di bufalo spacciandola per carne di vitello.

Indipendentemente, anche Paolo D’Achille, nel 2002 e nel 2006  ha riproposto questa ipotesi, con la variante però, dei ristoratori disonesti. Una carne vale l’altra, forse diremmo noi. Sbagliando. Come ammoniva il teatino Giampietro Bergantini nel 1740, “[l]e carni del Bufolo troppo viscose non riescon buone”. Una frode non certo nuova, tanto che diversi statuti medievali punivano il beccaio che se ne rendeva responsabile. Bufala come ‘fregatura’, ‘cosa di poco valore’, quindi.

Per Cimaglia è una “spiegazione convincente”.

Nel nuovo articolo, però, riassume una fonte orale che ha recentemente raccolto e che potrebbe portare ad una diversa ipotesi sull’origine del significato figurato: secondo quanto gli è stato raccontato, negli anni Quaranta, a Roma, diverse donne indossavano scarpe con suole in pelle di bufalo. Certamente meno costose, ma molto più scivolose in presenza di precipitazioni atmosferiche… Secondo il testimone, quando, in seguito ad una brutta caduta, queste si rivolgevano al Pronto Soccorso traumatologico della Garbatella, il personale sanitario, che conosceva bene il problema, sembra dicesse “Ecco un’altra bufala” (nel senso di “ecco un’altra persona scivolata a causa di quelle scarpe con suola di bufala”). Un racconto dal tono popolare che Cimaglia tiene a precisare non ha conferme: sarebbe davvero ironico se si trattasse di una “storia sbagliata” sull’origine delle bufale. Ma come ci ricorda lo storico orale Sandro Portelli (in un’intervista a Stefania Miccolis apparsa su L’Unità del 20 aprile 2013, p. 20)

[E]’ quando ti raccontano le storie sbagliate che diventano interessanti, che entra l’immaginazione, la soggettività, tutta la dimensione della narratività, il desiderio, il sogno; naturalmente bisogna sapere che sono sbagliate, è qui che è necessaria la conoscenza critica.

Parole, quelle di Portelli, che, a pensarci bene, forse si potrebbero applicare anche alle stesse bufale.

Sono grato a Sofia Lincos per avermi incoraggiato durante la stesura di questo articolo. Si ringrazia il personale della Biblioteca “Luigi Chiarini” della Fondazione Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, il personale della biblioteca dell’Istituto per la storia e le memorie del Novecento Parri E-R di Bologna, il personale della Biblioteca “Ezio Raimondi” del Dipartimento di Filologia classica e italianistica e quello della Biblioteca “Giorgio R. Franci” del Dipartimento di Storia Culture Civiltà, entrambe dell’Alma Mater Studiorum Università di Bologna per la collaborazione prestata nel reperimento di alcune fonti.

Aggiornamento del 9 aprile 2017

In questa decina di giorni, in diversi hanno commentato questo articolo su social e altrove. Desidero ringraziarli tutti. Di seguito, alcune delle informazioni che ho raccolto o mi sono state segnate dopo la pubblicazione dell’articolo.

Usato in senso cinematografico già nel 1950? In un’intervista di Lietta Tornabuoni a Michelangelo Antonioni in relazione al film “Cronaca di un amore” (1950) apparso sul Corriere della Sera del 12 febbraio 1978 (p. 9), il regista racconta che il film

[u]scì che ero in viaggio. Appena tornato a Roma, mi precipitai al cinema. Sulla porta uno, un romanaccio stava dicendo a un altro “Che bufala!”: ossia che porcheria, che fregatura.

Se il racconto è accurato, nel 1950 il senso doveva essere già diffuso per descrivere negativamente un film. Ma è necessario tenere conto che è un’intervista di quasi trent’anni dopo.

Bufala come ‘giocatore scadente’. Giulio Ongaro, in un commento sul gruppo Facebook dedicata alla bella trasmissione radiofonica La lingua batte, ha invece scritto:

A me pare di ricordare negli anni 60 il termine bufala usato come termine dispregiativo per un calciatore scarso, non corrispondente alle aspettative. Primi anni 60, forse usato da Gianni Brera. Anche “manza” nel senso di giocatore fuori forma, appesantito.

Trattandosi di uso più tardo rispetto a quelli esaminati nell’articolo avevo omesso di parlarne. In effetti, il linguista Fabio Marri, in uno dei suoi articoli della serie “Riflessioni sul lessico contemporaneo” pubblicati a fine anni ’80 su Lingua Nostra (precisamente quello apparso sul volume L del 1989, in particolare p. 67) registra “bufala” in questo senso, retrodatandolo al 1968 grazie ad un titolo del Guerin Sportivo del 21 ottobre (p. 5).

Nella lessicografia italiana e romanesca. Il primo esempio che ho rintracciato della registrazione nella lessicografia italiana di bufala nel senso di nostro interesse è, per ora, in Come scrivere bene e parlare meglio di Enzo La Stella (Mondadori, Milano, 1986) nel testo (p. 98, in un elenco di parole per le quali “[n]on sappiamo […] chi ringraziare per altri vivaci termini entrati nell’uso negli ultimi decenni”) e nel dizionario etimologico in appendice, dove però è menzionata sotto la voce canard (pp. 188, 192).

Sonia Ciampoli mi ha invece segnalato che nel Vocabolario & rimario in dialetto romanesco del poeta Vincenzo ‘Cencio’ Galli (1903-?), opera piuttosto rara (Internetculturale ne censisce solo otto copie in biblioteche pubbliche) pubblicata a Roma da Rugantino nel gennaio 1982, è presente (a p. 44), la voce “Bufola”: “Femmina del bufalo. Eufem. di falso” che appare anticipare di qualche anno la tarda registrazione dell’accezione nella lessicografia del romanesco riportata in letteratura (anni ‘90). A questo punto sarebbe interessante verificare una precedente opera, ancora più rara, di Galli, il Piccolo dizionario romanesco uscito sempre a Roma per i tipi della CEB Casa Editrice Bruccoleri nel 1977. Il romano Stefano Innocenti mi ha raccontato che il padre e il nonno, negli anni ‘60, hanno sempre utilizzato la variante registrata da Galli.

Strade da approfondire. In un commento qui sotto, Alessandro Zabini si chiede se è possibile che l’origine sia in un’opera cinematografica. Difficile dirlo: certo è che, a questo punto, sarebbe il caso di riesaminare le riviste di cinema e le opere cinematografiche realizzate a Cinecittà nella seconda metà degli anni ‘40. Potrebbero venir fuori delle sorprese.

Una curiosità. In un commento sulla pagina Facebook del Cicap, Maria Marchi segnala che nel catalano orientale parlato ad Alghero, in provincia di Sassari, per dire che non si crede a qualcuno che sta cercando di imbrogliarci si usa bufama l’ul (lett. soffiami l’occhio). L’origine sarà qui da ricondurre, alla fin fine, alla “radice onomatopeica BUFF […] tanto diffusa nelle lingue romanze”, come ricorda il linguista Max Leopold Wagner nel suo Dizionario etimologico sardo (vol. 1, Carl Winter, Heildeberg, 1960, p. 237, sv buffare), da cui Nocentini, come abbiamo visto sopra, ipotizza anche la derivazione di bufala nel nostro senso, attraverso buffa.

Note

[1] Non dovrebbe infatti essere direttamente legato all’origine del “nostro” bufala, invece, il bufola quale “moneta qualunque che ne simula una più antica” che il medico lombrosiano Emanuele Mirabella registrava nel gergo camorristico all’interno del suo Mala vita : gergo, camorra e costumi degli affiliati (Napoli, Perrella, 1910), come segnalato da Cimaglia nel suo articolo del 2010. Silvia Morgani, nella sua tesi di dottorato L’epistolario Cardarelli – Bacchelli (1910-1925). L’archivio privato di un’amicizia poetica (Università degli studi Roma Tre, 2012) procura l’edizione di una lettera di Vincenzo Cardarelli a Riccardo Bacchelli datata “Milano, 17.VI.1920” dove il poeta lungamente vissuto lungamente a Roma scrive “Altrimenti tu sai come Saffi prende le bufale facilmente e il frutto che se ne ricaverebbe non sarebbe altro che un maggior ritardo nell’uscita dei prossimi numeri” (p. 359). Il confronto con una lettera dello stesso giorno a E. Cecchi che Morgani cita in nota fa pensare che il senso qui, pur ambiguo, sia diverso da quello di nostro interesse: “Bada che Saffi tra tanti progetti mi perda la bussola. Il ritardo eccessivo di questo numero dipende certamente da lui”.

[2] Era stato segnalato nel 1991 da Paolo D’Achille su Studi di Lessicografia Italiana (XI, p. 285): l’aveva utilizzata l’attore frusinate/romano Nino Manfredi (1921-2004), nei panni del ciociaro “barista di Ceccano”, in una puntata di Canzonissima del 1959. Sarebbe interessante rintracciare la scenetta, che non mi risulta essere stata identificata puntualmente.

[3] Purtroppo per il periodo che in prima battuta può interessarci, quello del Secondo Dopoguerra e degli anni ‘50 del XX secolo, le digitalizzazioni di quotidiani e periodici romani sono minime, a volte addirittura non più accessibili come è accaduto, all’inizio di quest’anno, per L’Unità e con riconoscimento ottico dei caratteri inadeguato o, nella maggior parte dei casi, del tutto assente.

Le nuove attestazioni

1951

Ma la guerra chi gliela fa? (1951, 3 febbraio). L’Unità XXVIII(28), 5

Il ministro delle  « bufale », Randolfo Pacciardi non riesce a trovare soldati per la guerra americana. […]. Qualche giorno fa il povero Pacciardi aveva tentato di far credere che le cartoline respinte erano  « poche diecine »: ma neppure i fedelissimi del Minculpop avevano avuto il coraggio di pubblicare una balla del genere. Un bel guaio! E allora il ministro delle  « bufale » ha picchiato un gran pugno sul tavolo ed ha tirato fuori dal cassetto un bellicoso comunicato […].

1953

Affissioni democristiane all’insegna della truffa (1953, 21 aprile). L’Unità XXX(111), ed. Roma, 4

Bisognerebbe passare, ora, al contenuto dei manifesti democristiani. Ma come si fa? Che « bufole », mamma mia! I d.c. prima ci hanno rifatto con la storia della « cortina di ferro ». Ma sono stati, come dire, poco suggestivi. Adesso vogliono dimostrare che Malenkov è antipatico alle forchette d.c. ai comitati civici.

Lo sapevamo. Ma non si turbino la digestione.

Patti, Ercole (1953, 3 dicembre). Attrice di cinema. Il Nuovo Corriere della Sera, 3

I tre parlavano ad alta voce e nell’accento del regista si riconosceva nettissima la cadenza del circondario di Frosinone.

— Bisognerebbe — disse ad un certo punto il regista, — trovare un po’ di ragazze come si deve. Altrimenti il film rischia di diventare una _bufala_. Beppe non può perdere la testa per una scema moscia come la Molfesi con quelle gambe come piedi di tavolino.

1954

Il postiglione (1954, 10 agosto). La diligenza. Cinema 139, terza serie, 472

[…] A proposito di Autant-Lara ricordo d’aver letto alcuni mesi or sono una ” sensazionale rivelazione ” su un settimanale romano di cinema. Vi si pubblicava una lettera di Autant-Lara a una ragazza di Milano; e il regista si diceva figlio di un’italiana, si confessava trentenne, laureato in medicina, assistente di Renoir in _Pel di carota_ (!) e così via. Non so se la suddetta lettera sia stata scritta in Svizzera e aggiunta ai famosi carteggi, comunque, per chi ha un briciolo di conoscenza cinematografica (informazioni sulla storia del film francese, un annuario per consultare i dati su Autant-Lara, ecc.), lo spasso è grande. Non voglio fare alcun addebito al direttore del settimanale, voglio ammettere che abbia pubblicato la lettera con la necessaria ombra del dubbio: comunque sono curioso di vedere, di fronte e di profilo, l’impunito che ha combinato, come si dice a Roma, la ” bufala “.

1956

Quirico, Mimmina (1956, 25[?] gennaio). Per i ragazzi del Gabelli i film sono “cannonate” o “bufale”. Cinema 159, terza serie, 1114-1116

E’ lui infine che si sente dire: « A sor Maè siete una potenza! » se il film è piaciuto, o « A sor Maè che bufala ci avete fatto! » se invece non ha incontrato il favore di questo animatissimo pubblico. [p. 1114]

Per i ragazzi quindi ogni proiezione si riduce per lo più a « una cannonata », o a « una bufala », come dicono quelli del Gabelli e qualcuno, il giorno dopo, non ricorda neanche il titolo del film. [p. 1116]

1957

Geraldini, Arnaldo (1957, 16 ottobre). De Seta respinge ogni accusa e rischia di farsi incriminare per calunnia. Corriere della Sera, 7

De Seta: […] Il principe Giuseppe Pignatelli d’Aragona Cortes […] [m]i rispose in gergo romanesco: « E’ una bufala », per dire che si trattava di una falsa polvere, forse di bicarbonato.

Presidente: […] [Pignatelli e un’altra persona] raccontarono di aver pagato la famosa « bufala » 7500 lire al grammo.

Guidi, Guido (1957, 16 ottobre). Polemiche dichiarazioni di De Seta e secco intervento del Pubblico Ministero. La Nuova Stampa XIII(246), 7

[De Seta] [h]a tenuto a precisare […] che una boccetta con della polvere bianca portata in casa sua da […] non conteneva cocaina; tanto che Pignatelli commentò: « E’ una bufala, è falsa ».

Ingrascì, Gastone (1957, 17 dicembre). Un vescovo, un prete spretato e un assessore dc tirati in ballo per la Cassa Rurale di Alatri. L’Unità XXXIV(139), 2

([…]: produzione della pellicola Cardinale Lambertini bollata come una « bufala », sia dalla critica che dallo scarso pubblico che andò a vederla)

1959

Patti, Ercole (1959). Carriera d’attrice”. In Le donne e altri racconti con un Diario siciliano [pp. 69-74, infra 70]. Milano, Bompiani [stampa: 24 febbraio 1959]

I tre parlavano ad alta voce e nell’accento del regista si riconosceva nettissima la cadenza del circondario di Frosinone.

« Bisognerebbe », disse ad un certo punto il regista, « trovare un po’ di ragazze come si deve. Altrimenti il film rischia di diventare una “bufala”. Beppe non può perdere la testa per una scema moscia come la Molfesi con quelle gambe come piedi di tavolino ».

De Feo, Sandro (1959, 23 dicembre). Visione privata. Corriere della Sera, 3

« Padronissimo gli rispondo ma anch’io sono padrone di pensare che il film è brutto ». « Bè, se la prendi su questo tono, allora ti dirò che che questo è il lavoro di cui sono più fiero e di cui può essere fiero il cinema italiano, e tu non capisci nulla ». « Se la prendi su questo tono aggiungo io ti dirò che il tuo film è una _bufala_ ».

  Dio mi è testimone che non mi sono mai sognato di adoperare nè nello scrivere e neppure nel discorso corrente un’espressione così volgare. Ma ormai era fatta. E naturalmente sono andati in giro a dire che mi ero comportato come un facchino e che ero il più grosso degli ignoranti perché non sapevo neppure chi fosse Budd Schulberg.

Immagine: Una bufala di Paestum (autore: Sonja Pieper, licenza: CC BY-SA 2.0, via commons.wikimedia.org)

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