Il mostro di Firenze: un caso chiuso? (parte 2)

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La vicenda del mostro di Firenze, dopo avere bruciato energie e sforzi investigativi sull’inconcludente pista sarda, costringe gli inquirenti a ripartire da zero. O quasi. Perché l’11 settembre 1985, solo tre giorni dopo l’ultimo delitto del mostro, un anonimo aveva scritto ai carabinieri di San Casciano facendo per la prima volta il nome di Pietro Pacciani, un contadino violento, già condannato per aver ucciso a 26 anni un ambulante che si era appartato con la sua ragazza. Una prima perquisizione però dà esito negativo e solo il 30 ottobre ‘91 Pacciani (che nel frattempo era finito in carcere per violenza carnale sulle figlie) riceve un avviso di garanzia per i delitti del mostro.

Partono una serie di perquisizioni a casa di Pacciani a Mercatale che portano al ritrovamento di alcuni oggetti, tra cui foglietti con numeri di targhe, una cartuccia calibro 22 e alcuni oggetti di origine tedesca, forse appartenuti ai ragazzi uccisi nel 1983. Non si trova invece la pistola, ma un altro anonimo spedisce sempre ai carabinieri di San Casciano un’asta guidamolla, ossia una parte di una pistola calibro 22 avvolta in due strisce di tessuto a fiori. Lo stesso tipo di stoffa si trova poi nella casa delle figlie del contadino. Il 16 gennaio 1993 Pacciani è arrestato con l’accusa di essere il maniaco.

Pacciani ha un pessimo carattere, si infiamma subito (in paese era noto come “Il vampa”) e possiede un modo di parlare in dialetto così colorito che lo rende quasi simpatico. Le tv fanno a gara per mandare in onda i suoi monologhi sgangherati, durante il processo o quando sarà terminato, e la figura di Pacciani entra immediatamente nell’immaginario. Il suo stesso nome diventerà sinonimo di persona rozza e violenta.

L’inchiesta bis: i “compagni di merende”

Al processo di primo grado Pacciani viene condannato all’ergastolo: è riconosciuto colpevole di tutti i duplici omicidi, ad eccezione di quello del 1968. In appello invece è assolto, ma il 12 dicembre 1996 la Cassazione annullerà questa sentenza. Nel frattempo, Michele Giuttari, Capo della Squadra mobile di Firenze, dà il via a quella che diverrà nota come “inchiesta bis” sui delitti del mostro.

Pacciani, insomma, non avrebbe agito da solo ma sarebbe stato aiutato da tre amici: il postino Mario Vanni (condannato il 31 maggio 1999 all’ergastolo), Giancarlo Lotti (30 anni, poi ridotti a 26) e il rappresentante di piastrelle Giovanni Faggi (rilasciato per limiti di età e poi assolto “con formula dubitativa”). A questi si aggiunge Fernando Pucci, affetto da oligofrenia e quindi invalido al 100%, che ammette di fronte al giudice di avere partecipato ad alcune “merende” con i compagni, e che in aula testimonia contro i suoi amici collocandoli sul luogo di alcuni dei delitti.

Pietro Pacciani, Mario Vanni, Giancarlo Lotti, Giovanni Faggi

Fu Vanni a coniare quest’espressione che sarebbe entrata nel linguaggio quotidiano, quella dei “compagni di merende”. Lui con Pacciani e gli altri – disse – andava solo “a far merende insieme”, come a dire che si conoscevano ma non facevano nulla di male. La frase è rimasta così impressa che oggi dare del compagno di merende a qualcuno è un reato. La Suprema Corte (sentenza 6699) ha stabilito in un caso di diffamazione che «l’espressione allusiva e negativamente connotata di “compagni di merende” appare come suggestivo ed ironico sinonimo di persone di malaffare che tramano di nascosto».

Durante il processo, Lotti dapprima nega ogni coinvolgimento, e poi confessa di avere partecipato ai delitti. Il motivo sarebbe stato il denaro: un misterioso mandante avrebbe “ordinato” i brandelli umani in cambio di soldi. Durante la maxiperquisizione a casa di Pacciani era stato trovato, nascosto in una nicchia scavata in un muro, un rotolo di buoni postali per il valore di novantacinque milioni di lire.

Il 26 settembre 2000 la Cassazione rende definitive le condanne a Vanni (rilasciato il 14 aprile 2004 per motivi di salute e deceduto nel 2009) e Lotti (morto nel 2001). Pacciani, in attesa di affrontare il nuovo processo d’appello, esce improvvisamente di scena: il 22 febbraio 1998 lo trovano morto, in apparenza per un infarto, nella sua casa di Mercatale Val di Pesa. A marzo del 2001, però, la Procura di Firenze apre un fascicolo contro ignoti con l’ipotesi di reato di omicidio. Secondo l’ipotesi investigativa Pacciani potrebbe essere stato avvelenato: ma da chi?

L’inchiesta ter: il “secondo livello”

Dopo le condanne definitive ai “compagni di merende”, quali esecutori materiali dei famigerati delitti, nell’estate del 2000 parte l’inchiesta sui presunti mandanti. Il “secondo livello”, ipotizzato dagli inquirenti, sarebbe infatti quello degli insospettabili professionisti aderenti a una setta esoterica: sarebbero stati loro a commissionare i delitti per poi usare le parti asportate dai corpi delle ragazze uccise nel corso di rituali a base di orge ed emozioni forti.

Le indagini puntano verso Francesco Calamandrei, ex farmacista di San Casciano, ritenuto la mente di almeno quattro degli ultimi omicidi, e forse anche coinvolto nell’uscita di scena di Pacciani. Ad accusarlo è l’ex-moglie, Mariella Ciulli, che dichiara di aver visto rientrare Calamandrei ferito in occasione di uno degli omicidi e di avere trovato, tempo prima, una Beretta calibro 22 e alcuni resti umani nel frigorifero. La casa dell’ex farmacista viene perquisita, ma non vengono trovate prove.

Il mostro di Firenze viene collegato anche all’inchiesta di un medico perugino, Francesco Narducci, ripescato cadavere nel lago Trasimeno nell’ottobre del 1985, un mese dopo l’ultimo duplice delitto. Allora si era parlato di annegamento, ma una nuova autopsia rivela che l’uomo è stato strangolato e che, quindi, doveva esserci stata una sostituzione di cadavere durante le analisi forensi. Altri particolari infittiscono il giallo: Narducci è scomparso dall’ospedale in cui lavorava l’8 ottobre 1985 dopo avere ricevuto una misteriosa telefonata: chi lo ha chiamato? E per dirgli che cosa? E poi dove è andato? E ancora: chi ha sostituito il suo cadavere con quello di un’altra persona morta nel Lago Trasimeno, cercando di depistare le indagini? E perché il padre di Narducci, uomo potente a Perugia, si è opposto all’autopsia? E perché l’ex questore Francesco Trio e il colonnello dell’Arma Francesco Di Carlo, all’epoca comandante della compagnia dei carabinieri del capoluogo umbro, poi indagati, avrebbero aiutato Ugo Narducci a far passare la morte del figlio per un incidente?

L’ipotesi su cui indagano gli investigatori è che Narducci, che sembra fosse in stretti rapporti con Calamandrei, avrebbe fatto parte della presunta setta che avrebbe “ordinato” a Pacciani e compagni i delitti e le escissioni sulle vittime. Inoltre, secondo rivelazioni non confermate, un supertestimone, un noto massone di Perugia, avrebbe scoperto che il suo amico Narducci aveva nella setta «il grado di “custode” dei feticci» e sarebbe stato ucciso «per vicende legate a quei delitti. Sapeva tutto, forse avevano paura che parlasse».

Mario Spezi – Credits Wikimedia Commons, CC BY SA 2.0

Finisce nell’indagine anche un cronista, Mario Spezi, da sempre attento alle vicende del mostro e scettico circa la pista della “setta satanica” seguita dai pm. E non è l’unico a mostrarsi dubbioso. «Quelli del mostro non possono essere delitti di gruppo» dice per esempio il criminologo Francesco Bruno, che fece parte del pool difensivo di Pacciani. «Ci sono due elementi che contrastano fortemente: il primo è che non esiste nessun serial killer che agisce per commissione, non è mai esistito. Inoltre le sette sataniche in Italia, che io sappia, non hanno mai ucciso nessuno in modo deliberato».

L’arresto di Spezi per favoreggiamento degli indagati suscita scalpore in tutto il mondo perché sembra attentare alla libertà di stampa. Il Tribunale del riesame però annulla l’arresto e tre settimane dopo Spezi torna libero.

Spezi, Calamandrei e tutti gli altri indagati nella vicenda della morte di Narducci vengono prosciolti dal pm Giulio Mignini. Nel 2008 Calamandrei viene assolto anche per il coinvolgimento nei delitti del mostro di Firenze: a prevalere è l’ipotesi della difesa, secondo cui le accuse sono state inventate dall’ex-moglie per vendetta, dato che il marito l’aveva lasciata per una donna più giovane.

Un caso chiuso?

Ad oggi, la verità giudiziaria non è riuscita a provare un movente esoterico per i delitti. Se è vero che Vanni e Pacciani ebbero contatti con Salvatore Indovino, di professione mago e cartomante, è anche vero che dalle inchieste non sono emersi elementi di prova contro altre persone, al di fuori dei “compagni di merende”.

La frase di Lotti, secondo cui i feticci erano stati richiesti da misteriosi mandanti, è solo una delle tante spiegazioni fornite per il loro operato: in altre occasioni dichiarò infatti che gli omicidi erano vendette verso donne che li avevano rifiutati, o che i resti umani erano stati presi da Pacciani con l’intento di farli mangiare alle figlie. Quanto al “tesoretto” del mostro risulta perfettamente spiegabile sapendo che Pacciani affittava un appartamento e svolgeva, oltre alle normali attività, anche diversi lavori in nero, e per quanto riguardi i suoi compagni, nessuno sembra essere morto nella ricchezza.

Questa brutta storia, dunque, sembrerebbe ridursi alla fine unicamente al tentativo di un uomo disturbato di soddisfare le proprie perversioni e alla sottomissione che indusse a seguirlo altri uomini succubi e altrettanto malati.

Un’ulteriore conferma del fatto che il “male” quasi mai ha il physique du role che la letteratura, il cinema o anche il giornalismo in genere gli conferiscono. Per ogni raffinato e geniale Hannibal Lecter, il serial killer cannibale creato dallo scrittore Thomas Harris, il mondo reale ci rivela lo squallore e la banalità di persone come Pietro Pacciani e i suoi tristi compagni di merende.

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