Il mostro di Firenze: un caso chiuso? (parte 1)

È morto domenica scorsa Fernando Pucci, 86 anni, l’ultimo dei cosiddetti “compagni di merende” del Mostro di Firenze, in quello che è considerato uno dei più efferati fatti di sangue della cronaca italiana. Nel processo del 1997, era stato proprio Pucci a collocare gli assassini sulla scena di alcuni delitti, contribuendo a farli condannare. Cala così il sipario su una storia per certi versi ancora oscura: a cinquant’anni di distanza dal primo delitto, la figura del mostro di Firenze – il misterioso assassino seriale che fino al 1985 ha terrorizzato le colline toscane, uccidendo coppiette appartate e seviziandone i corpi – è ormai entrata nell’immaginario collettivo degli italiani.

I delitti del mostro

La paura del mostro, per la verità, è arrivata con il tempo: solo dopo che aveva ucciso diverse vittime si è cominciato a parlare di un presunto serial killer. Il primo omicidio collegato al mostro di Firenze, infatti, risale al 21 agosto 1968, quando in una Giulietta bianca, a Castelletti di Signa, vengono uccisi Barbara Locci e Antonio Lo Bianco con otto colpi di pistola, una calibro 22. Per questo delitto viene condannato (reo confesso, ma con una successiva ritrattazione) Stefano Mele, pastore sardo e marito della Locci, che avrebbe ucciso per gelosia.

Passano sei anni e il 14 settembre 1974, a Borgo San Lorenzo, Stefania Pettini e il fidanzato Pasquale Gentilcore vengono uccisi in una Fiat 127 blu. Lui è ucciso a colpi di pistola: la stessa arma che aveva sparato nel ‘68. Sulla ragazza l’assassino infierisce con 96 pugnalate e con un tralcio di vite.

Trascorrono ancora sette anni: tra il 6 giugno 1981 e l’8 settembre 1985 vengono uccise sei coppie di giovani che si erano appartate sulle colline intorno a Firenze. In tutti i casi i giovani sono uccisi con proiettili calibro 22 sparati dalla stessa pistola usata nel 1968; inoltre, quasi sempre alle ragazze viene asportato il pube e in un paio di casi anche il seno sinistro. Una sola eccezione nella tipologia delle vittime: il 9 settembre 1983 vengono uccisi due ragazzi tedeschi, Wilhelm Friedrich Horst Meyer e Uwe Jens Rusch, due uomini accampati in un pulmino; forse, in quel caso l’assassino è stato tratto in inganno dal fatto che uno dei due aveva i capelli lunghi e biondi.

La paura del mostro e il misterioso “medico”

I cartelli “antimostro”. Credits: Pratosfera

Sono anni di panico e di vera e propria psicosi di massa. Non è la prima volta che l’Italia conosce l’opera efferata di un serial killer, ma è la prima che una vicenda di questo tipo raggiunge la ribalta nazionale. Molto dipende dall’efferatezza dei delitti e dal fatto che l’assassino colpisce giovani coppie appartate per un momento di intimità. Anche il luogo in cui avvengono i delitti, l’idilliaca campagna toscana, contribuisce a rendere incredibili queste vicende. Infine, il fatto che anno dopo anno la minaccia torna a ripresentarsi intatta, contribuisce a diffondere il terrore.

Al culmine della vicenda, il Comune di Firenze decide di diffondere in tutte le zone a rischio dei cartelli per mettere in guardia contro il Mostro. «Occhio ragazzi» dice una scritta che sovrasta il disegno di un grosso occhio, con una serie di avvertimenti in cinque lingue: «Pericolo aggressioni. È consigliato di non appartarsi e non sostare in luoghi isolati durante la notte fuori dai centri urbani».

Tra le famiglie toscane, molti preferiscono uscire la sera per lasciare la casa alla figlia e al fidanzato, piuttosto che lasciarli andare fuori in auto e rischiare di non vederli più tornare.

Tra il pubblico, alimentata dai servizi sensazionalistici dei giornali, comincia anche a circolare l’ipotesi che il Mostro debba essere una persona di alto livello, un professionista dalla doppia vita: magari un irreprensibile ginecologo, che di giorno salvava le vite e di notte si trasformava in un Mr. Hyde sanguinario. L’idea del medico, in particolare, piace molto ai giornali: visto quello che fa, l’assassino deve essere qualcuno che conosce bene l’anatomia, si dice, e che sa usare il bisturi. Nelle lettere anonime, che a decine arrivano agli inquirenti, si segnala ora questo ora quel chirurgo noto. Le voci, del tutto infondate, cominciano a correre tra la gente e sono immancabilmente riprese e amplificate dai giornali, finendo per lanciare accuse tremende a professionisti che nulla hanno a che spartire con i delitti ma che si vedranno comunque feriti dalla calunnia.

Identikit diffuso ne 1982

Il Procuratore della Repubblica Enzo Fileno Carabba è costretto a intervenire con un comunicato in cui si «smentisce, in relazione a voci incontrollate circolate a Firenze e nel circondario in ordine a fermi o arresti di persone sospettate dei reati in questione la fondatezza delle notizie… Allo stato attuale nessuna persona determinata è sospettata o sospettabile degli omicidi».

L’ossessione di vedere il mostro ovunque è tale da avere anche risvolti tragici. Dopo il delitto del 1981, a Calenzano, la polizia fa diffondere l’identikit di un uomo osservato da alcuni testimoni mentre si allontana in auto con uno sguardo allucinato. È un volto largo, stempiato, con occhi grandi, che ovviamente può assomigliare a tante persone. Assomiglia anche a Giuseppe Filippi, gestore del locale “Il Cavallino Rosso” di Valenzatico, vicino a Pistoia. Vittima di scherzi di cattivo gusto, Filippi viene spesso additato come “il Mostro”: addirittura, ci sono gruppetti di persone che vanno a prendere il caffè al Cavallino solo per guardarlo da vicino. Il 31 luglio, stanco delle maldicenze e con i nervi a pezzi, Filippi si toglie la vita tagliandosi la gola con un coltello.

Un’indagine complicata

Le indagini puntano in tutte le direzioni. Se per il primo delitto si era pensato a un movente passionale, per il secondo si ipotizza un pervertito e per il terzo un guardone. Quando si scoperchia il mondo dei guardoni, si scopre che questi individui, in zona definiti “indiani”, sono organizzatissimi e sono talmente tanti che si sono divisi le zone nella campagna che circonda Firenze. Alcuni posti sono migliori di altri e così possono avvenire scambi di postazioni in cambio di segnalazioni su “macchine buone”, cioè auto possedute da coppie che si lasciano andare senza troppe inibizioni e senza preoccuparsi di essere spiati. C’è anche chi fa il guardone di guardoni, spiando e fotografando di nascosto personaggi che occupano magari anche posizioni sociali di rilievo e che, in seguito, possono diventare preda di ricatti ed estorsioni.

Omicidio Gentilcore-Pettini, 15 settembre 1974

Ma tanto quella del pervertito quanto quella dei guardoni sono piste che portano in vicoli ciechi. Solo quando con il quarto delitto ci si rende conto che l’assassino è sempre lo stesso, si decide di tornare a indagare sul primo arrestato, Stefano Mele che, se all’inizio aveva cercato di difendersi dall’accusa, poi aveva confessato ma aveva cercato di coinvolgere altri sardi, tra cui i fratelli Francesco e Salvatore Vinci, entrambi amanti della moglie. Le varie versioni però non avevano retto e così, alla fine, era stato condannato il solo Mele a 14 anni di reclusione.

È il fatto che tutti i delitti siano stati commessi con la stessa arma usata da Mele a indurre gli inquirenti a indagare in quella direzione. Mele però non può essere il mostro, perché tanto nel ‘74 quanto nell’81 si trovava in carcere. Si effettuano degli arresti, ma tutti tornano presto in libertà quando il mostro colpisce mentre i sospetti sono in carcere. Alla fine, nel 1989, il giudice istruttore Mario Rotella liquida la “pista sarda” e proscioglie tutti i gli indagati coinvolti nella vicenda per il primo omicidio.

Le difficoltà della polizia dipesero certamente dal fatto che gli inquirenti non erano preparati ad affrontare casi simili, ma anche da limitazioni contingenti. I personal computer, per esempio, erano appena stati inventati e costavano uno sproposito. Gli esami del DNA erano di là da divenire prassi comune (tra le dita di una vittima fu trovato un ciuffo di capelli; oggi, un esame del DNA permetterebbe subito di escludere molti sospettati).

E ci fu anche una certa improvvisazione nelle indagini. Molti dei bossoli sparati dalla Beretta risultano mancanti o non repertati; alcune prove materiali sono state smarrite o non adeguatamente analizzate. Durante le autopsie non si sarebbe provveduto a conservare campioni di tessuti delle vittime, rendendo così impossibile un confronto con eventuali resti umani trovati in possesso di sospettati.

Il caso deve ripartire da zero. O quasi. Perché una soffiata accende i riflettori su una figura mai entrata prima nelle indagini: il contadino di Mercatale Pietro Pacciani.

Fine prima parte. La seconda si trova qui.

Hai gradito questo post? Aiutaci con una