Atlantide, l’oricalco e altre cose misteriose

Articolo di Leonardo Anatrini

Finalmente dopo secoli di ricerche, ipotesi, congetture più o meno ardite, speranze e sogni, arriva la conferma dell’esistenza della perduta Atlantide, la prova tangibile che il continente favoleggiato da Platone nei dialoghi Timeo e Crizia sia realmente esistito. O forse no. Anzi, decisamente no. Tuttavia sarà bene spiegare perché in un prossimo futuro (o forse ora, mentre state leggendo questo articolo, il misfatto è già accaduto) è possibile che si verifichi la circostanza in cui qualcuno tenterà (a torto e partendo da presupposti storicamente, archeologicamente e scientificamente improponibili) di identificare una recente scoperta archeologica, avvenuta nelle acque al largo delle coste meridionali della Sicilia, quale prova incontrovertibile della veridicità storica del mito della perduta Atlantide.

Il 10 febbraio scorso è stata resa nota la notizia del rinvenimento, a 3 metri di profondità e circa 300 metri al largo di Gela (CL), di reperti archeologici di particolare rilievo storico e scientifico, fra i quali figurano, oltre a due elmi corinzi, alcune anfore e un’ampolla massaliota, 47 lingotti. Ciò che più lascia perplessi, e che ha suscitato in noi il bisogno di fare chiarezza circa il valore e l’importanza di tale scoperta, è proprio la denominazione scelta per specificare il materiale di cui sono composti i suddetti lingotti. In tutti gli articoli, senza eccezione alcuna, essi vengono definiti lingotti di oricalco, il che quasi certamente non è storicamente errato, se si pensa a quando questi devono essere stati plausibilmente fusi, ma tale scelta tradisce la volontà, presto dichiarata in quasi tutti i contributi giornalistici dedicati all’evento, di stabilire un rapporto fra i lingotti e l’oricalco di cui parla Platone nei suoi due dialoghi dove viene narrato il mito di Atlantide. Ricostruiamo brevemente la vicenda. Quello del febbraio di quest’anno non è che l’ultimo degli episodi di una lunga e travagliata vicenda archeologica iniziata nel 1988, quando nelle acque antistanti Contrada Bulala, nella zona orientale della città di Gela, venne individuato il primo di tre relitti di navi greche e tracce dei relativi carichi. Parte di questi è stato recuperato dai nuclei sommozzatori della Guardia Costiera di Messina e della Guardia di Finanza di Palermo già nel dicembre del 2014, compresi altri 39 lingotti del famigerato metallo, che si aggiungono ai 47 recentemente riemersi grazie all’operato dei già menzionati sub della Guardia di Finanaza, in collaborazione con la Soprintendenza del Mare della Regione Sicilia. Dopo le scoperte del 2014, Sebastiano Tusa, a capo della Soprintendenza, aveva concluso che la nave alla quale apparteneva verosimilmente il carico risalisse al VI secolo a.C., e analisi di laboratorio condotte con fluorescenza ai raggi X dall’azienda TQ Technologies for Quality di Genova avevano determinato che i lingotti erano composti di rame per l’80% ca. e zinco per il 20% ca, ottone quindi. Qualora queste stesse analisi dovessero essere condotte anche sui nuovi reperti (i quali senza dubbio facevano originariamente parte del medesimo carico di quelli recuperati nel 2014), è improbabile che diano risultati molto distanti.

Ora, l’ipotesi secondo la quale l’ottone in antichità fosse noto sotto il nome di oricalco non è certo una novità, ma gli autori degli articoli dedicati alle scoperte di quest’anno e del 2014 si sono guardati bene dal sottolineare l’importanza che questi 86 lingotti rivestono per la storia delle conoscenze metallurgiche del mondo antico, preferendo accattivarsi il favore dei lettori attraverso il sensazionalistico (e sinceramente gratuito) parallelismo fra alcuni degli oggetti rinvenuti e il sempre spendibile mito di Atlantide, facendo conseguentemente confusione fra il valore storico di una scoperta di per sé sensazionale e il mal celato tentativo di ridurre quest’ultima a possibile prova avvalorativa di un racconto mitico, rischiando così o di veder decontestualizzare ciò che tornerebbe utile alla costruzione di ipotesi possibiliste o, eventualità persino peggiore, di vedere la vicenda strumentalizzata nella sua interezza nel tentativo di ricondurre carico, navi e relativo contesto storico-geografico a qualche claudicante teoria volta a conferire al mito di Platone nuova (o presunta tale) veridicità storica.

Entriamo ora nel dettaglio. Stando alle fonti scritte relative all’oricalco, se si escludono i riferimenti al metallo riscontrabili in alcuni testi poetici (fra i quali un inno pseudo-omerico dedicato ad Afrodite della seconda metà del VII sec. a.C, il poemetto intitolato Scudo attribuito ad Esiodo e un frammento del poeta lirico Ibico di alcuni decenni più tardi), sul valore scientifico dei quali non si può certo fare troppo affidamento, trattandosi di testi letterari, la più antica testimonianza plausibilmente identificabile con un processo di fusione dell’oricalco/ottone la si osserva in un frammento del libro XIV delle perdute Filippiche dello storico greco Teopompo di Chio (IV sec. a.C.), nel quale si parla di una pratica diffusa nella regione della Troade (zona della Turchia nord-occidentale che si affaccia sul Mar Egeo), la quale prevede l’utilizzo di una certa terra che, aggiunta al rame, dà origine a una lega che alcuni chiamano oricalco (frammento conservatosi nella Geografia di Strabone, XIII, 1, 56). Quella certa terra con tutta probabilità non era altro che calamina, un miscuglio di minerali zinciferi comune nelle aree di estrazione mineraria del rame, la quale era in grado di conferire al rame un colore simile all’oro, caratteristica connaturata all’oricalco del quale si parla in tutte le testimonianze scritte di periodo antico. Era proprio il colore attribuito all’oricalco che aveva plausibilmente condotto in tempi antichi a paragonarlo per valore all’oro. Ed è proprio questo il motivo che sin dall’esordio del misterioso metallo nelle fonti scritte doveva aver prodotto una certa confusione nell’uomo del tempo. Come poteva una lega a base di rame o un particolare tipo di rame valere più dell’argento? O peggio, come poteva un materiale di minor pregio dell’oro avere un colore ad esso così simile? Lo stesso Teopompo parla di una lega che alcuni chiamano oricalco, non comunemente nota come oricalco. Non è detto che anticamente tutti credessero alla sua esistenza, perché particolarmente raro, perché gli veniva attribuito un valore che tale non poteva essere riconosciuto da quanti erano a parte del segreto della sua composizione e, forse ragione ancora più importante, perché il nome stesso – la cui etimologia più diffusa traduce ρείκαλχος in rame di montagna, da ρος “montagna” e καλχς “rame” – tradisce un’origine che ben poco ha a che spartire con l’oro. Per l’uomo greco la mancanza di una più profonda comprensione della chimica e della struttura della materia faceva sì che il tentativo di ottenere nuova conoscenza passasse quasi esclusivamente per le specifiche che era possibile esperire attraverso i sensi, su tutte i colori.

Scientificamente parlando l’oricalco comincia ad esistere materialmente solo nel momento in cui il suo processo di fusione diviene noto in ogni sua fase, cioè quando la riproducibilità tecnica dell’evento e la conoscenza delle pratiche che lo permettono divengono di dominio pubblico. Tuttavia così facendo viene definitivamente sancito anche il valore materiale dell’oricalco/ottone, nient’affatto prossimo a quello dell’oro. Per quanto ci è dato sapere ciò è avvenuto, stando alle fonti, in un periodo non meglio precisato a cavallo fra II e I sec. a.C. Se infatti ancora all’inizio del II sec. a.C. troviamo, per l’esattezza in una delle commedie dello scrittore romano Tito Maccio Plauto composta fra 200 e 190 ca., l’oricalco ancora paragonato per valore all’oro (Curculio, vv. 201-202), circa un secolo e mezzo dopo il valore del metallo risulta essere di dominio pubblico, poiché nel De Officiis di Marco Tullio Cicerone, trattato composto nel 44 a.C., leggiamo: Se qualcuno vende oro ritenendo di vendere oricalco, l’uomo onesto dovrà fargli notare che quello è oro oppure per un denaro comprerà ciò che ne vale mille? (III, 23, 92). L’ottone entrò poi anche nella monetazione corrente a partire dalla riforma monetaria augustea attuata fra 23 e 19 a.C., fra le novità della quale si ricordano anche sesterzi e dupondi coniati in oricalco/ottone. Tuttavia per l’uomo romano l’identificazione dell’oricalco con l’ottone non è automatica, la maggioranza delle fonti fanno credere piuttosto il contrario. Del resto come era possibile conciliare ciò che le fonti greche affermavano circa il pregio dell’oricalco con quanto era ormai noto a tutti riguardo il suo valore e composizione? La faccenda si complicò ulteriormente e in numerose fonti, a partire dal I sec. d.C., si cominciò ad intravedere una doppiezza di significato fra l’oricalco degli antichi e l’ottone ormai noto, chiamato a volte aurichalcum e altre volte orichalcum. Così nella sua Naturalis historia, composta intorno al 77 d.C., Plinio il Vecchio fa differenza fra un oricalco identificato con un rame di eccezionale qualità ormai esauritosi a causa dello sfruttamento intensivo delle miniere (XXXIV, 2) e un oricalco utilizzato ai suoi giorni per la manifattura di gioielli sui quali venivano montate pietre preziose, quest’ultimo da identificarsi con l’ottone (XXXVII, 42). La situazione si fa ancora più confusa in un’opera del secolo successivo, il De verborum significatione, uno dei primi dizionari enciclopedici della storia, composto dal grammatico Sesto Pompeo Festo e giuntoci gravemente mutilo, nel quale si distingue fra un aurichalcum o orichalcum identificabile come una certa materia che si ritiene composta da rame e oro, o che dell’oro possiede il colore e un orichalcum (ottone) prodotto aggiungendo cadmea terra (calamina) al rame (vd. l’edizione dell’opera curata da W. M. Lindsay, Sexti Pompei Festi de verborum significatu, pp. 8 e 41).

Giunti a questo punto la domanda che dobbiamo porci è la seguente: storicamente l’oricalco è sempre stato ottone oppure all’ottone è stato dato il nome di oricalco – in un periodo non meglio precisato fra II e I sec. a.C. – in memoria di un metallo creduto estinto, della cui composizione si era perso per sempre il segreto o ritenuto persino leggendario?

A parer nostro ci troviamo di fronte a un problema di autorità. Nella mente dell’uomo romano potrebbe essersi affacciato il dubbio che oricalco e ottone fossero la stessa cosa, ma è altrettanto probabile che l’autorità che i romani riconoscevano ai greci riguardo alle competenze politico-militari, alle conoscenze scientifiche, alle doti letterarie, insomma la superiorità che Roma antica attribuiva alla civiltà greca abbia distolto il ragionamento da una potenziale ricostruzione storico-scientifica delle vicende dell’oricalco, non volendo biasimare l’uomo greco per una svista tanto grande, basata sulla somiglianza fra ottone e oro e su insufficienti conoscenze chimico-metallurgiche.

Perché diciamo questo? Per il semplice fatto che fino ad oggi non esisteva la prova tangibile di un commercio dell’oricalco in epoca antica; tutti i reperti in ottone di periodo alto – peraltro rarissimi e provenienti dai luoghi più disparati – costituiscono dei pezzi unici, piccoli oggetti di gioielleria e artigianato, per la manifattura originale dei quali non può essere nemmeno chiarito se si tratti di risultati voluti o casuali e isolate fusioni con presenza di zinco in percentuale tale da conferire alla lega un colore simile a quello dell’oro. Gli 86 lingotti rinvenuti al largo di Gela dimostrano invece incontrovertibilmente che la manifattura dell’ottone esisteva in periodo antico (e a questo punto ci auguriamo che la datazione avanzata dal Soprintendente Tusa possa essere confortata da ulteriori analisi di laboratorio), poiché non si tratta di oggetti isolati ma prodotti in serie, che necessariamente indicano una conoscenza esatta delle operazioni di fusione dell’ottone per cementazione a partire da rame e minerali zinciferi. Un simile ritrovamento può forse anche avvalorare l’ipotesi storica che l’oricalco sia sempre stato ottone – a dispetto di quanto forse ritenuto in epoca romana -, poiché ad oggi non si hanno testimonianaze né testuali né materiali di altri metalli cromaticamente affini all’oro e materialmente (nonché lessicalmente) riconducibili al rame.

Dunque non sarà forse meglio domandarsi da dove poteva provenire questo prezioso carico tenendo conto dei rapporti commerciali che l’antica colonia dorica di Gela (fondata all’inizio del VII sec. a.C. da popolazioni provenienti da Rodi e Creta) intratteneva con la madrepatria e le regioni ad essa limitrofe? E non sarà forse storicamente più rilevante capire chi all’epoca deteneva la conoscenza della manifattura dell’oricalco/ottone e quale considerazione potesse averne da un punto di vista non solo commerciale ma anche scientifico, piuttosto che continuare a disturbare Platone e la sua Atlantide nel triste e futile tentativo di elaborare ipotesi fini a loro stesse e che nessun valido contributo possono apportare allo studio della storia e delle conoscenze scientifiche del mondo antico?

Immagine: I lingotti al largo di Gela recuperati nel 2014 (fonte: Regione Siciliana – Soprintendenza del Mare)

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