Intelligenza artificiale: le basi

Intelligenza artificiale: le basi

Kevin Warwick

Dario Flacciovio Editore, 2015

pp. 283

€ 24,00

recensione di Gianpiero Negri

L’intelligenza artificiale è per voi una perfetta sconosciuta? O ne avete una vaga infarinatura e vi piacerebbe approfondirne alcuni aspetti? Se avete risposto di sì a una o a entrambe le domande precedenti, Intelligenza Artificiale: le basi di Kevin Warwick è esattamente quello che fa per voi.
E, del resto, l’autore è di sicuro uno specialista nel campo, dal momento che insegna cibernetica all’Università di Reading, conducendo avanzate ricerche, appunto, nell’ambito dell’intelligenza artificiale e delle sue applicazioni alla robotica e alle macchine.
Tuttavia, questa forte specializzazione non impedisce a Warwick di calarsi nei panni nel neofita, affrontando in successione le questioni che ogni interlocutore comune potrebbe porsi, e porre, su queste complesse tematiche, primo fra tutti l’enigma cruciale: che cosè, davvero, l’intelligenza? Piuttosto che concentrarsi su una definizione univoca, e, in molti casi, inevitabilmente influenzata dalle caratteristiche dell’intelligenza umana, lo studioso si spinge oltre, analizzando la questione da punti di vista molteplici, come, ad esempio, il ruolo e l’impatto dell’educazione di un individuo sullo sviluppo delle sue facoltà intellettive. Il lettore può quindi apprendere i fondamenti dell’approccio classico all’intelligenza artificiale, il cui scopo sostanziale è far sì che le macchine riproducano una specifica azione o compito che, quando svolti dall’uomo, vengono ritenuti “intelligenti”.
Prima di passare in rassegna gli sviluppi più recenti nel campo, l’autore ritorna poi sugli aspetti filosofici: che cosa significa davvero pensare? Che cos’è davvero la coscienza? E, a questo punto, non potevano mancare i riferimenti (indiretti) a David Chalmers e (assai diretti) a Roger Penrose. L’autore di La mente cosciente, viene infatti richiamato nella distinzione tra AI debole e forte, in cui si evidenziano i limiti dell’approccio classico. Una vera e propria autorità nel campo, ossia il Roger Penrose de La mente nuova dell’imperatore, viene invece chiamata in causa per contestarne veementemente una tesi ritenuta da Warwick, senza mezzi termini, “ridicola”: quella secondo cui, dal momento che l’autentica intelligenza richiede capacità di comprensione, e che le macchine non saranno mai dotate di capacità reali di comprensione come quelle umane, di conseguenza non potrà mai essere concepita o costruita una macchina realmente intelligente.
Non può, naturalmente, mancare una sezione abbastanza ampia dedicata a un altro totem nell’ambito dell’intelligenza artificiale: il test di Turing. Le regole del gioco sono, ormai, note ai più: se un computer è in grado di trarre in inganno, con una certa frequenza, l’interrogatore, rendendosi indistiguibile da un essere umano, il test è superato. Basta questo, si chiede e ci chiede Warwick, per ritenere che il computer sia intelligente?
Passando a un altro tema assai attuale, ossia la complessa questione etica che riguarda lo sviluppo delle applicazioni robotiche, l’autore riprende anzitutto una pietra miliare della fantascienza, citata spesso (a proposito e sproposito), per indicare le linee guida di base nello sviluppo di automi che non danneggino l’uomo: le leggi della robotica di Asimov. Non manca un riferimento alla cosiddetta singolarità tecnologica: un punto ben preciso della storia in cui l’emergere della coscienza degli automi determinerà in modo ovvio la consapevolezza di avere il coltello dalla parte del manico nella relazione con il creatore umano. Viene pertanto chiamato in causa opportunamente quel Ray Kurzweil, autore di La singolarità è vicina e, segnatamente, esponente di spicco del dipartimento ricerca e sviluppo di Google/Alphabet – in cui essa viene descritta come fenomeno emergente dagli avanzamenti in genetica, nanotecnologie e robotica.
Una tesi dibattutissima e assai criticata  dal Future of Life Institute, che annovera tra gli esponenti più autorevoli Francesca Rossi, docente italiana dell’università di Padova e key person di IBM nell’ambito della recente partnership per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale con gli altri colossi Facebook, Amazon, la stessa Google e Microsoft.
Chiusa la parentesi di carattere più speculativo e filosofico, Warwick apre la sezione dedicata agli sviluppi più recenti dell’intelligenza artificiale, chiarendo un aspetto fondamentale: al giorno d’oggi, in contrapposizione o, per meglio dire, in maniera complementare alle tecniche tradizionali, si sta affermando un nuovo approccio in cui si punta a costruire un vero e proprio artefatto costituito dai componenti elementari del cervello umano, i neuroni, o, almeno, di un loro modello artificiale, il cui modello viene descritto con ottima sintesi dall’autore.
Nelle ultime due sezioni, dedicate a robot e percezione del mondo, Warwick affronta gli sviluppi più recenti,  dall’embodiment della “mente artificiale” all’interno di un corpo fisico, ai sensi umani replicati in modo da fornire alle macchine un complesso di stimoli sensoriali che ne sollecitino l’evoluzione. Fino ad arrivare alla questione assai discussa, e problematica dal punto di vista etico, della creazione di colture di neuroni di animali o umani per realizzare le stesse infrastrutture di moderni sistemi artificiali ibridi. In definitiva, il saggio intercetta e descrive molti degli argomenti chiave dell’AI, e costituisce davvero un’ottima base per principianti desiderosi di avventurarsi in questo complesso e affascinante mondo. Anche perché, in maniera più che opportuna, Warwick conclude ogni sezione con riferimenti bibliografici a opere che trattano con maggiore dettaglio tecnico ogni argomento specifico.
Naturalmente, e necessariamente, la nota dolente è quindi la conseguente assenza di approfondimenti, che rendono il “costo per pagina” del saggio un po’ troppo alto per il lettore medio, a cui è indirizzato. Che, però, può consolarsi con un simpatico gioco che Warwick propone nella terza sezione, che consiste nell’identificare, a partire da tre risposte di tono umoristico, gli altrettanti interlocutori: un uomo, una donna o una macchina. E, forse, la chiave di tutto è proprio tutta qui: non far mai mancare, anche in questioni così complesse e dibattute, una buona dose di senso dell’umorismo, artificiale o no.

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