Giornata della memoria 2017

Shoah, “distruzione, catastrofe”. Porajmos, “grande divoramento, devastazione”. Termini di due diverse lingue, ebraico e romani, per indicare, ciascuno dal punto di vista della propria cultura, lo stesso evento storico: l’uccisione sistematica di milioni di uomini, donne e bambini appartenenti a minoranze etniche, religiose o sessuali nei campi di sterminio nazisti.

Per ricordare queste vittime è stato scelto il 27 gennaio. Una data non casuale: è il giorno in cui, nel 1945, le truppe sovietiche raggiunsero il lager di Auschwitz, liberando i circa 7000 prigionieri sopravvissuti.

Nel corso degli anni il CICAP si è occupato in diverse occasioni di questi temi. E questo non solo per l’atrocità di questi eventi, ma perché ci siamo trovati di fronte ad una posizione pseudostorica, il negazionismo, secondo cui lo sterminio degli ebrei non sarebbe mai avvenuto, o almeno non nei termini in cui è stato ricostruito dalla ricerca storica. Negare la catastrofe, negare la devastazione. O, se non è possibile, almeno sollevare dubbi. Andrea Ferrero ci spiega di che cosa si tratta.

Un tempo relegato nelle pagine di volumi e riviste limitati ad ambienti di nicchia, con l’avvento di internet il negazionismo si è rinnovato nelle modalità di diffusione, ma non nei contenuti: adesso trova il suo spazio principalmente sul web, come ci racconta Anna Rita Longo. Una questione che attira sempre più l’interesse degli studiosi, come ha scritto di recente il quotidiano inglese The Guardian occupandosi delle ricerche di Nicholas Terry della Exeter University.

Ma perché negare un simile orrore? Antonio Mosca ci spiega che il negazionismo non è fine a se stesso, ma serve strumentalmente ad affermare l’immagine del complotto ebraico.

Particolarmente odiosa, in questo fenomeno, è la negazione delle testimonianze di chi in quegli avvenimenti venne coinvolto, delle loro vite e delle loro storie.

In particolare, tra i medici che ebbero un ruolo nella catastrofe, spiccano da una parte i nomi di quelli che si distinsero per il tentativo coraggioso di salvare anche una singola persona, dall’altra quelli di chi sfruttò i campi di sterminio per aumentare il proprio potere e la propria reputazione, anche se questo significava sottoporre i prigionieri a inumani esperimenti pseudo-scientifici.

Nella prima categoria ci piace ricordare Carlo Angela, padre del fondatore del CICAP Piero, che da direttore di una clinica psichiatrica privata nel torinese mise a rischio la vita sua e della sua famiglia per proteggere diverse persone di religione ebraica e rifugiati politici che aveva nascosto nel suo ospedale. Lo Yad Vashem, l’ente nazionale israeliano per la memoria della Shoah nell’agosto del 2001 lo ha quindi riconosciuto Giusto fra le Nazioni. Questa sera, alle 23 Rai Due trasmetterà il documentario Carlo Angela – Un medico stratega, condotto da Ubaldo Pantani, con la regia di Danilo Spaccapeli.

Tra i cosiddetti Doctors from Hell, i medici criminali nazisti, esemplare è invece la storia di Sigmund Rascher, che sottopose i prigionieri di Dachau a esperimenti crudeli per verificare l’efficacia del Polygal, un composto a base di pectina che avrebbe dovuto in teoria rimarginare le ferite dei soldati in guerra. Il nome di Rascher è anche legato allo sviluppo di un test per il cancro ancora utilizzato nell’ambito della medicina antroposofica, come ci racconta Edzard Ernst in questo articolo.

Man mano che scompaiono gli ultimi testimoni e con essi l’esperienza diretta dei fatti materiali, diventa necessario trovare nuovi modi di celebrare la Giornata della Memoria per evitare che essa si trasformi in uno stanco rituale privo di profondità. Facciamo nostre le conclusioni di questo articolo di Claudio Vercelli sul significato della ricorrenza di oggi: l’esercizio della memoria per funzionare deve interrogarsi e non lasciarsi cristallizzare, con l’obiettivo di rinunciare ai facili giudizi e di cercare invece di comprendere come sia potuta accadere una simile tragedia.

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