Supervecchietti tra biologia e bufale

Articolo di Lisa Maccari

“Credi al paranormale e campi cent’anni!”… Anzi centoundici: avrebbe potuto essere un degno epitaffio per Alexander Imich, nato in Polonia all’inizio del Novecento, e convinto sostenitore della realtà scientifica della parapsicologia, fino alla morte, avvenuta a New York nel 2014, all’età di 111 anni e 5 mesi.

L’energico vecchietto, sopravvissuto a guerre, persecuzioni e migrazioni avventurose, aveva fondato a 96 anni un suo Centro di ricerca sui fenomeni anomali e continuato a dirigerlo personalmente fino ai 106; negli ultimi mesi si era conquistato il titolo di essere umano di sesso maschile più anziano al mondo allora vivente.

Un record tuttavia modesto, rispetto a quello del giapponese Jiroemon Kimura, defunto un anno prima all’età di 116 anni e 54 giorni, e addirittura quasi insignificante rispetto a quello della francese Jeanne Calment, che con i suoi 122 anni e 164 giorni, conclusisi ad Arles nel 1997, detiene il primato assoluto di persona più longeva di tutti i tempi, mai sfiorato da nessun altro, nei vent’anni intercorsi da allora.

Ma anche la persona più anziana al mondo attualmente vivente, l’italiana Emma Morano, fa la sua figura: con i suoi 117 anni compiuti in novembre, al quinto posto nella graduatoria dei più longevi di sempre, risulta anche l’ultima superstite in assoluto del secolo dell’Ottocento; e soprattutto, quel che è più raro e sorprendente, appare ancora in grado di intendere e di comunicare con una certa lucidità.

Oggi, i suoi giorni tenaci sono monitorati con la massima cura, come quelli di tutti i rappresentanti di questo segmento di età estrema: la categoria dei supercentenari, che raccoglie tutti quelli che abbiano superato i 110 anni, è ormai significativa ai fini statistici, demografici e biomedici, visto il loro numero crescente.

E allora, come si spiegano le ricorrenti notizie che segnalerebbero l’esistenza in vita di venerandi personaggi, spesso appartenenti a popolazioni esotiche e curiose, di età molto più avanzate? Uno degli ultimi in ordine di apparizione su colonne giornalistiche e siti web, negli ultimi giorni del 2016, è l’indonesiano Mbah Goto, che dichiara 146 anni; ma per chi ha familiarità con l’argomento, è riconoscibile, anche questo, come l’ennesima incarnazione di uno schema sempre uguale.

India, Pakistan, Cina, nazioni del Caucaso e dell’Asia centrale, America Latina, occasionalmente qualche paese africano si alternano di frequente come presunti sfondi di uno scoop analogo: una foto realistica e pittoresca, che ritrae un individuo certamente anziano ma di età indefinibile, spesso abbigliato in vesti tradizionali o in più semplici panni di fattura modesta, quasi sempre sullo sfondo di una capanna di legno, o di un’abitazione di villaggio rurale appena più elaborata. Il presunto fenomeno, solitamente di magrezza estrema e solcato di rughe, ma ben capace di mantenere la schiena eretta, sorride nell’immagine, accompagnata da una breve nota di cronaca; in quest’ultima, virgolettate come in un’intervista autentica, le rivelazioni su quali siano stati i suoi “segreti di lunga vita”, che in genere riguardano alimentazione sobria, lavoro sodo e banale buon senso.

Seguiamo il consiglio e armiamoci di buon senso anche noi. Non servirà a vivere un secolo e mezzo, ma a vederci più chiaro forse sì. Cominciamo con una bizzarria sospetta: la maggior parte di queste segnalazioni scompare nel nulla nel giro di poche settimane. Perfino il tentativo di recuperare in rete quelle risalenti a uno o due anni prima dà risultati scarsi, perché già soppiantate da varianti più recenti, riferite a personaggi diversi, ma con titoli e riferimenti quasi uguali. Se fosse stata individuata davvero una persona vivente al di sopra dei 130 anni, ci si aspetterebbe che i media non se la lasciassero più sfuggire, che ci aggiornassero continuamente sui suoi ulteriori progressi nella sfida al tempo; se anche questo eccezionale vegliardo fosse venuto a mancare di lì a poco, la sua dipartita avrebbe meritato un’adeguata copertura giornalistica, almeno pari a quella della sua prima identificazione. Invece, no: non c’è quasi mai nessuna ripresa della notizia, e nemmeno una sua eventuale smentita, casomai si fosse dimostrata falsa. Per i media più veloci e sensazionalistici, gli stessi che l’avevano lanciato in evidenza, il caso semplicemente scompare.

L’ipotesi più triviale è quella della bufala pura e semplice, ossia della notizia inventata, per riempire spazi morti o per attrarre il lettore su link pubblicitari.

Ma anche quando le circostanze sono dettagliate e il protagonista ha un’identità certa, dimostrare la sua vera età risulta impossibile. Questi presunti campioni di longevità provengono quasi tutti da paesi che non hanno un sistema di anagrafe affidabile (o che attualmente ce l’hanno, ma entrato in vigore da pochi decenni) e da comunità dallo stile di vita arcaico, in cui l’analfabetismo è diffuso, specie tra gli anziani, l’amministrazione statale è debole e la società si basa più sulla trasmissione delle memorie orali che sui documenti scritti. In tali contesti, la maggior parte delle persone anziane ha passato quasi tutta la vita senza documenti ufficiali; oggi, possono disporre in massa di carte di identità e certificati di nascita, divenuti obbligatori solo di recente, ma ricostruiti sulla base di dichiarazioni personali e memorie confuse, ad altissimo rischio di errori materiali, di miti culturali o di mistificazioni volontarie.

In epoche pre-moderne, il mito dell’estrema longevità attribuita a personaggi venerabili è sempre stato vivo. In ambito giudaico e cristiano, le età inverosimili attribuite ai patriarchi dell’Antico Testamento hanno sollevato controversie accese tra i sostenitori della fedeltà letterale al testo biblico e gli esegeti più cauti, che vi hanno letto messaggi allegorici, o residui di sistemi calendariali antichi, caduti in disuso. Ma anche la tradizione cattolica può vantare i suoi campioni, come san Servazio di Tongres, vescovo del IV secolo al quale si attribuisce un’età di 375 anni, o Scolastica Oliveri, una monaca siciliana che nel 1578 sarebbe morta a 130 anni, dei quali 120 trascorsi in convento. In ambienti induisti e buddisti, la convinzione che le pratiche ascetiche e meditative conferissero longevità prodigiose ha regalato credibilità popolare a numerosi yogi, santoni e fachiri dalle leggendarie età di 200 o 300 anni. Dalla Cina arriva la storia di Li Ching-Yun, erborista, guaritore e maestro di arti marziali, che fino alla morte, nel 1933, affermò di essere nato nel 1736, anche se alcuni suoi discepoli e biografi rivendicavano per lui una data ancora più antica.

Negli anni settanta, anche l’orgoglio sovietico ebbe il suo eroe mondiale di longevità, nei panni di Shirali Muslimov, pastore e contadino dell’Azerbaijan, della presunta età di 168 anni, e per di più circondato da un’intera comunità in cui quasi tutti superavano facilmente il secolo: scoperto da un giovanissimo giornalista locale, fu considerato una figura abbastanza impressionante da farne trapelare la fama sui media occidentali. Con un’ingenuità che oggi ci sorprende, perfino il National Geographic rilanciò la storia in maniera acritica: da allora, la leggenda dei villaggi di montagna azeri, ceceni e georgiani come eccezionale sorgente di ultracentenari si diffuse incontrollata, tanto da essere raccolta, a fini pubblicitari, da una grande multinazionale dei prodotti caseari, che attribuì il portento a un’alimentazione basata su latte fermentato e yogurt. In realtà, nessuno di questi anziani possedeva atti di nascita originali: tutti avevano ricevuto documenti stilati artificialmente sulla base di dati presunti, al momento della riorganizzazione burocratica dell’Unione Sovietica dopo il crollo dell’impero zarista, o in qualche caso addirittura 20 o 30 anni dopo, in piena epoca di “modernizzazione” staliniana. Ricerche mediche e antropologiche più recenti hanno davvero rilevato, in queste comunità, un elevato numero di anziani in buona salute, nonostante la vita dura e la scarsità di risorse; ma si tratta sempre di soggetti che, non dimostrano più di ottant’anni, occasionalmente novanta, non certo le età straordinarie rivendicate dai loro documenti e dalle loro famiglie.

E molti di questi, a dire il vero, hanno perfino ammesso di non aver mai avuto l’abitudine di nutrirsi di yogurt!

Dal caso isolato, quindi, al fenomeno di massa? Il mito dell’eccezionale longevità collettiva dei montanari del Caucaso non è unico: sempre negli anni settanta, una combinazione esplosiva tra culti new age e promozione turistica elevò a fama mondiale, come paradisi di lunga vita, il villaggio di Vilcabamba, in Ecuador, e il regno tradizionale degli Hunza, in Pakistan: entrambe comunità circoscritte da vallate profonde che tagliano massicci di alta montagna, di indiscutibile fascino paesaggistico e natura incontaminata, sicuramente al riparo da agenti inquinanti di origine artificiale; entrambe popolazioni vissute a lungo in isolamento, che avevano mantenuto usanze tradizionali, di grande attrazione per la sensibilità dell’epoca. La fantasia popolare e quella pubblicitaria si sbizzarrirono in accostamenti azzardati: lo stile di vita degli abitanti di Vilcabamba fu fatto risalire a insegnamenti sacri risalenti al popolo Inca, mentre la valle degli Hunza fu associata alla magica Shangri-La, paradiso terrestre di origine mitica e letteraria. Missioni scientifiche e giornalistiche si susseguirono in quelle plaghe, tentando di individuare i fattori climatici, alimentari o culturali che giustificassero un’aspettativa di vita tanto elevata e un numero tanto anomalo di ultracentenari, ma alla fine ci si dovette arrendere all’evidenza: il fatto non sussisteva, e la fama di longevità degli abitanti di quelle regioni era infondata.

Orgoglio nazionale, miti religiosi, scarsa familiarità con la burocrazia e con i numeri, tradizioni culturali che attribuiscono un enorme valore simbolico alla vecchiaia, tanto da gonfiare indefinitamente le età degli anziani in segno di rispetto… ma anche banali errori di trascrizione, nonni e nipoti con lo stesso nome confusi nei censimenti, o perfino truffe individuali risalenti a molti decenni prima, per non essere richiamati a completare il servizio militare o per riscuotere prematuramente una pensione statale.

In definitiva, come si dovrebbe fare ad autenticare un supercentenario vero?

Un archivio ufficiale garantito per legge in tutto il mondo, non esiste. Esistono gruppi di ricercatori e archivisti volontari, a cominciare dai collaboratori del Guinness dei Primati internazionale, e da quelli del Gerontology Research Group. Quest’ultimo, fondato con ispirazione futuristica, con l’obiettivo di promuovere la ricerca sulle possibilità di prevenire e rallentare l’invecchiamento umano, ha forse ridimensionato le sue aspirazioni, ma svolge oggi un ruolo egregio di monitoraggio e di controllo dei supercentenari autentici.

Questo controllo non è banale: per convalidare una segnalazione, vengono richiesti almeno tre documenti indipendenti (ad esempio, un certificato di nascita, uno di matrimonio, e una voce di censimento nazionale), ma tutti risalenti all’epoca originale della stesura, o a pochi anni dopo: non basta un certificato rilasciato 40 anni fa, che attesta che la persona aveva già 70 anni all’epoca!

Se avete un bisnonno prossimo ai 110 anni (o più probabilmente una bisnonna: la schiacciante maggioranza dei supercentenari è di sesso femminile), cominciate a frugare nei faldoni e a mettere da parte i certificati. Senza mai dimenticare, però, che dietro a ogni primato di longevità non c’è un fenomeno da baraccone, ma una vita individuale, che merita di essere valorizzata per la sua unicità, e per le testimonianze e le memorie dirette che è ancora in grado di trasmettere ai più giovani.

Immagine da Wikimedia Commons, CC BY-SA 4.0

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