Pagine Scettiche – La saga di Harry Potter, di J. K. Rowling

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Questa rubrica è dedicata a libri e film usciti ormai da qualche anno e che trattano il sovrannaturale e lo scetticismo in maniera diversa e inattesa. Naturalmente, gli articoli contengono spoiler e anticipazioni per chiunque non abbia letto o visto le opere trattate.

Lo so. Tutto vi aspettavate di trovare in questa rubrica tranne le avventure di quello che viene fastidiosamente chiamato il maghetto più famoso del mondo. E in effetti confesso che prima di avventurarmi in una rilettura full-immersion dei sette volumi io stessa avrei avuto qualche perplessità nel pensare a Harry Potter in termini scettici. Sia chiaro: nemmeno andando dritti sparati da Capitolo 1: Il bambino sopravvissuto a “La cicatrice non gli faceva male da 19 anni. Andava tutto bene“, l’universo della Rowling diventa qualcosa di diverso da un mondo magico pieno di meraviglie e terrori, ma a mio avviso non necessariamente lo scetticismo e il razionalismo devono affondare le radici in una realtà scettica e razionale. E’ ben possibile avere un approccio scientifico e razionale anche quando si è alle prese con bacchette magiche e pozioni di fortuna liquida.

D’altra parte, lo stesso Isaac Asimov è stato contemporaneamente uno dei più grandi scrittori di fantascienza mai vissuti e uno scettico militante, a riprova che non c’è contraddizione in questa dicotomia.

Per le dodici persone che negli ultimi 18 anni hanno vissuto in una cupola geodetica su Marte riassumiamo brevemente la trama: Harry Potter è un ragazzino orfano di genitori che vive, accettato di malagrazia e molto poco curato, con gli zii e il cugino in un sobborgo di Londra. Il giorno del suo undicesimo compleanno scopre però che in realtà i suoi genitori erano un mago e una strega, e che ne ha ereditato i poteri, cosa che gli consente di entrare nella Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts. Qui viene a sapere altre verità che gli erano state taciute fino ad allora: i suoi genitori sono caduti combattendo il più grande mago oscuro di tutti i tempi, Lord Voldemort, scomparso nel nulla quando la maledizione mortale lanciata contro Harry gli si è ritorta contro, lasciando al bambino solo una cicatrice a forma di saetta. Ma Voldemort si prepara a tornare e nel corso dei sette romanzi, via via sempre più cupi e adulti, che si svolgono in altrettanti anni fino alla maggiore età (magica) del protagonista, Harry si prepara all’inevitabile battaglia finale che segnerà il destino di tutti i maghi d’Inghilterra. Dalla sua parte, il corpo docente di Hogwarts, gli amici sopravvissuti dei suoi genitori, e i due compagni di scuola Ron Weasley (dalla colorata e calorosissima famiglia) e Hermione Granger, strega nata da genitori non maghi (babbani), divoratrice di libri e prima di tutte le classi.

Per molto tempo abbiamo pensato che J.K. avesse fatto procedere la storia man mano che il successo mondiale faceva reclamare a gran voce nuove avventure, ma in realtà lei ha sempre ammesso (e nel rileggerli ex-post è evidente come il sole di giorno) di aver pensato tutta la storia insieme, almeno nelle grandi linee. Per chi sa: Sirius Black viene nominato per la prima volta alla fine del primo capitolo del primo volume; nel capitolo 13 sempre della Pietra Filosofale, invece, si legge che Harry aveva “l’agghiacciante sensazione che Piton sapesse leggere nel pensiero“. E sono solo due esempi a caso.

Costruire un universo così autoconclusivo e solido richiede un’abilità non indifferente; se l’impianto fosse appena meno perfetto Hogwarts e tutta la comunità magica crollebbero sotto il peso dell’incoerenza narrativa. Lo stesso vale per i personaggi: è vero che l’ironia pungente di Ron si affina e aumenta verso il quinto volume, ma fin dall’inizio il ruolo di spalla “comica” è sempre stato suo; la natura extra-ordinaria di Harry non è tuttavia immune dalle turbe adolescenziali e dalla faticosità di essere un Prescelto; Silente è saggio ma ambiguo fin dall’inizio e all’unica domanda personale rivoltagli da Harry risponde mentendo, etc.

E poi c’è Hermione, che è un po’ la ragione per cui stiamo scrivendo questo pezzo. Pur vivendo immersa in un mondo denso di magia, Hermione è e rimane razionale fino alla fine, facendosi portavoce della necessità di conoscere ciò contro cui si combatte e gli strumenti con cui si può vincere la battaglia. Mentre Harry dice di sé “La mia natura mi porta a conoscere, ma non a cercare“, Hermione passa una enorme parte del suo tempo in biblioteca, proprio a cercare la conoscenza di cui è priva. Mentre Harry si getta a capofitto nell’avventura, fidandosi più del suo istinto che di un piano disegnato a tavolino, Hermione studia tutti gli aspetti della questione e non accetta nulla solo perché affermato dall’alto. L’unica materia che proprio non riesce a tollerare è Divinazione: “Credo che Divinazione sia una materia piuttosto confusa. […] Più che altro si indovina, se vuoi saperlo”.

Piuttosto emblematica in questo senso è la sottotraccia che dà il titolo all’ultimo romanzo, I doni della morte: Hermione è convinta che quella dei tre fratelli che cercano di imbrogliare la morte facendo uso di tre oggetti magici da lei ricevuti in dono sia solo una fiaba per bambini, mentre Harry e Ron sono persuasi del contrario. Hermione accetta di avere torto, ma solo quando si trova davanti le prove più inconfutabili (gli oggetti stessi). E ai fini della vicenda, in realtà, continua comunque ad aver ragione lei quando insiste che non è con i doni che sconfiggeranno Voldemort, ma solo perseguendo l’obiettivo che si sono prefissati.

In questo senso, inoltre, Hermione è anche specchio dei difetti che più comunemente si ravvisano negli scettici di tutto il mondo: qualche volta siamo restii ad accettare la possibilità che esista una spiegazione diversa degli eventi, possiamo essere ben poco pazienti nei confronti dei believer – la ricordate quando va a casa Lovegood? Quando dice “mi scusi, ma è assolutamente ridicolo! Com’è possibile dimostrare che qualcosa non esiste? Vuole che mi procuri tutti… tutti i sassi del mondo e li metta alla prova? Voglio dire, si può sostenere che qualunque cosa è vera se l’unica prova è che nessuno ha dimostrato che non esiste!” – e qualcuno può a volte avere qualche tendenza saputella che farebbe venir voglia agli astanti di tirarci in testa un gerbillo. (Ha anche il vizio di portarsi dietro più libri di quanti siano oggettivamente utili ai fini di una quête sulle tracce degli Horcrux in cui Voldemort ha rinchiuso sette frammenti di anima.)

Hermione è la voce della ragione di Harry, e questo è un elemento di forte innovazione. Nelle saghe fantasy che hanno preceduto e seguito quella della Rowling non c’è mai stato un personaggio del genere: c’erano i grandi saggi (da Merlino a Gandalf), i chierici (Raistlin di Dragonlance), gli studiosi goffi e grassi (Sam di A song of ice and fire) ma una donna la cui principale arma fossero i libri e il pensiero analitico no. Capace di ragionamenti acutissimi, le sue deduzioni hanno un che di Holmesiano, e la mettono nella posizione di vedere le cose prima e più lucidamente degli altri. Nella prima parte del film tratto da I doni della morte le fanno dire “Actually, I’m highly logical, which allows me to look past extraneous detail and perceive clearly that which others overlook” (In realtà sono estremamente logica, il che mi permette di ignorare dettagli inutili e percepire chiaramente ciò che gli altri trascurano).  Se questa battuta non vi ricorda l’investigatore scettico per eccellenza…

Insomma, se non siete mai entrati nel meraviglioso mondo creato da J. K. Rowling, questa è una buona occasione per farlo. Se invece anche voi avete già frequentato Hogwarts in passato, perché non tornare a dare un’occhiata?

Immagine in evidenza: Hogwarts coat of arms colored with shading (© Jakovche, July 2011, Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported, via Wikimedia Commons)

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