Storia e Scetticismo: gli anniversari dal 7 al 13 novembre

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Non si può raccontare gli anniversari di questa settimana senza citare l’armistizio tra Germania e Alleati firmato in una carrozza ferroviaria nella foresta di Compiègne (80 kilometri a nord di Parigi) alle 5 del mattino dell’11 novembre 1918, ponendo fine delle ostilità della Grande Guerra (il trattato di pace giungerà solo 7 mesi dopo). La ferita tedesca sarà così forte che Hitler, malignamente, pretenderà che l’armistizio tra Francia e Germania del giugno 1940 sia firmato proprio nella stessa carrozza, in quella stessa foresta. Ma ricordiamo anche: la restituzione, il 9 novembre 1867, del potere all’imperatore Giapponese da parte dello shogun in carica, Tokugawa Yoshinobu, dando origine ufficiale alla Restaurazione Meiji; la data paradossale dell’inizio della Rivoluzione d’Ottobre con l’assalto delle truppe bolsceviche al palazzo d’Inverno, il 7 novembre 1917 del nostro calendario Gregoriano (mentre, nella Russia zarista cadeva il 25 ottobre 1917, calcolando i giorni sul calendario giuliano); la caduta del simbolo della “Cortina di Ferro” (il confine, fisico e culturale, che ha diviso l’Europa durante la Guerra Fredda), il Muro di Berlino, il 9 novembre 1989, con qualche giorno d’anticipo rispetto alla pianificazione del governo della Germania est (a seguito della scarsa chiarezza delle informazioni fornite dal Politburo della DDR al suo portavoce Günter Schabowski, nel corso della stessa conferenza stampa in cui verrà dato l’annuncio dell’apertura delle frontiere). E, a solo un anno di distanza, è impossibile dimenticare la strage terroristica a Parigi il 13 novembre 2015, in cui un commando di 7 attentatori ha assassinato 130 persone e ne ha ferite più o meno gravemente quasi 370.

STORIE INCREDIBILI

La ricostruzione dei viaggi di David Livingstone in Africa, dal 1851 all'anno della morte (credit: Pubblico Dominio)

La ricostruzione dei viaggi di David Livingstone in Africa, dal 1851 all’anno della morte (credit: Pubblico Dominio)

ESPLORATORI PERDUTI. Nel 1869, il giornalista ed esploratore Henry Morton Stanley viene inviato in Africa dal New York Herald, alla ricerca di David Livingstone, uno dei più popolari esploratori dell’Inghilterra vittoriana e attivista missionario, scomparso da qualche tempo nel continente (da lui profondamente amato) nel corso di una forsennata ricerca per la sorgente del Nilo. La missione di Stanley richiederà ben due anni, prima di incontrare, il 10 novembre 1871 a Ujiji (Tanzania), sulle coste del lago Tanganica, un uomo malaticcio dalla carnagione bianca (l’unico caucasico incontrato nel raggio di svariate centinaia di chilometri). La leggenda vuole che si sia avvicinato a lui, e abbia detto: “Dr. Livingstone, I suppose?” (“immagino lei sia il Dr. Livingstone”). Più fonti oggi mettono in dubbio che la frase sia stata effettivamente pronunciata, ma il momento tragicomico l’ha resta un mito incrollabile. Dopo aver proseguito congiuntamente la missione per quattro mesi, Livingstone, nonostante le richieste di Stanley, non ritornerà in patria con lui, e resterà ad esplorare il continente africano. Morirà in Zambia a causa della malaria e della dissenteria due anni dopo l’incontro, senza aver trovato la fonte primaria del Nilo; il suo cuore sarà seppellito alle radici di un albero nei pressi del punto di morte, e il corpo sarà trasportato per più di 1.600 kilometri fino al porto di Bagamoyo, dove sarà imbarcato – insieme al suo diario – su una nave diretta in Gran Bretagna. Oggi riposa nell’Abbazia di Westmister (anglicana, e vicina alla cattedrale cattolica con cui è talvolta fraintesa dai turisti). Nel secolo successivo, ancor meno fortuna risiede nel ritrovamento, il 12 novembre 1912 sulla Barriera di Ross, della spedizione antartica di Robert Falcon Scott, ufficiale della Royal Navy, e dei suoi uomini. Il suo diario, fermo alla fine di marzo dello stesso anno, riporta:

“Ci siamo preparati ogni giorno per raggiungere il deposito a 11 miglia da qui, ma al di fuori della tenda il vento è sempre stato troppo forte. Terremo duro fino alla fine, ma siamo sempre più deboli, ovviamente, e la fine non può essere vicina; è un peccato, ma non penso di riuscire a scrivere oltre. Ultima voce. Per pietà del Signore, abbiate cura delle nostre famiglie”.

La casa degli omicidi di Amityville, così come appariva nel 1973, l'anno precedente la strage (BrownieCharles99 - Opera propria, CC BY-SA 3.0)

La casa degli omicidi di Amityville, così come appariva nel 1973, l’anno precedente la strage (BrownieCharles99 – Opera propria, CC BY-SA 3.0)

LA CASA DEGLI ORRORI. Il 13 novembre 1974, nel tardo pomeriggio, un giovane ragazzo entra gridando in un bar di una piccola cittadina di Long Island, nello stato di New York; chiede disperato aiuto, perché qualcuno è entrato nella casa dei suoi genitori e li ha aggrediti. Un gruppo di persone accompagna quindi il giovane ventitreenne, chiamato Ronald De Feo, nell’abitazione di Amityville, in cui scoprono in effetti i coniugi senza vita, uccisi a colpi di fucile. La polizia troverà anche i quattro fratelli di Ronald: John Matthew, 9 anni; Marc, di 12; Allison, di 13 e Dawn, di 18. Il ragazzo accuserà ufficialmente anche un mafioso chiamato Louis Falini, ma la deposizione stessa si rivelerà incongruente e incerta (e lo stesso Falini, esistente, dimostrerà di essersi trovato in un altro stato USA la notte degli omicidi). I sospetti delle autorità si riveleranno fondati, e Ronald, dopo varie ritrattazioni, alla fine confesserà la strage. Secondo la versione riportata al processo, Ronald, alzatosi nel bel mezzo della notte, ha imbracciato il suo fucile e ha abbattuto metodicamente tutti i familiari, alcuni nel pieno del sonno, per poi fare una doccia, inserire arma del delitto e vestiti insanguinati in una federa del cuscino, vestirsi, liberarsi delle prove e andare regolarmente a lavoro. Sarà condannato a 150 anni cumulativi di carcere, ed è oggi detenuto nel Greenhaven Correctional Facility (New York). Sarebbe oggi solo una tragica storia di omicidi familiari, se nel dicembre 1975 la casa (costruita nel 1924) non fosse stata acquistata dai coniugi Lutz, che la lasceranno dopo 4 settimane, terrorizzati da spaventosi eventi paranormali (pareti che trasudano liquidi, voci, suoni e odori spaventosi, presenze maligne…), e la vicenda non fosse stata studiata nel 1976 dai “demonologi” Ed e Lorraine Warren, che diverranno molto celebri a seguito del caso; ma, soprattutto, se la vicenda non fosse stata utilizzata come fonte per la produzione di numerose opere letterarie e cinematografiche, ispirate più o meno liberamente ai fatti conosciuti. In particolare, proprio il primo romanzo, scritto da Jay Anson nel 1977 “Orrore ad Amityville” (“The Amityville Horror: A True Story”) si presenta come una descrizione credibile dei fatti. Fra le tante (numerose) smentite dell’origine paranormale della vicenda, lo stesso avvocato dei Lutz, nel settembre 1979, dichiarerà in un’intervista sulla rivista “People”:

“Questo libro è una bufala. Abbiamo inventato questa storia dell’orrore dopo aver bevuto parecchie bottiglie di vino”.

Una Aston Martin DB5, l'auto su cui, nella leggenda, si presume fosse Paul McCartney al momento dell'incidente mortale (credit: Chilterngreen da de.wikipedia.org, CC BY-SA 3.0)

Una Aston Martin DB5, l’auto su cui, nella leggenda, si presume fosse Paul McCartney al momento dell’incidente mortale (credit: Chilterngreen da de.wikipedia.org, CC BY-SA 3.0)

PAUL IS DEAD. È il 9 novembre del 1966 e, dopo una sessione di prove con gli altri Beatles, Paul MacCartney esce dallo studio per prendere l’auto e tornare a casa, incollerito. Raccoglie lungo la strada una giovane autostoppista, Rita; quando questa si accorge dell’identità del conducente, ha una reazione eccessiva, che distrae Paul, facendogli “bruciare” un semaforo rosso e facendo schiantare violentemente la vettura. Sia il musicista che la ragazza restano uccisi; per evitare di danneggiare l’escalation di successo conquistato dalla celebre band, il management dei Beatles decide, insieme a John Lennon, di trovare un candidato adatto a sostituirsi al membro perduto. Sarà l’attore William Stuart Campbell, che si sottoporrà ad una chirurgia facciale e inizierà il lavoro nella band, scrivendo capolavori, fra gli altri, quali Hey Jude, Get Back e Let it be, oltre ad intraprendere successivamente una prolifica carriera solista. Ovviamente, l’intera storia è completamente priva di prove credibili, ed esiste peraltro in varie versioni fra loro differenti (anche nella data stessa del decesso). I sostenitori della vicenda hanno cercato, negli anni, di ricostruire le prove più assurde (dal fatto che sulla copertina di Abbey Road (1969) McCartney sia scalzo, alla ricostruzione della frase “I ONE IX HE-DIE” (un po’ forzosamente, “lui muore l’11/9”, che, negli USA – non nel Regno Unito – corrisponde al nostro 9 novembre) riflettendo verticalmente metà della scritta “LONELY HEARTS” sulla grancassa nella copertina di “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band” (1967); non mancheranno, inoltre, numerose proposte di interpretazione delle cosiddette “backward lyrics” (testi delle canzoni ascoltati al contrario), un vero e proprio festival della pareidolia. Non è del tutto escluso, tuttavia, che alcuni dei messaggi (ad esempio, in “Free As a Bird”, registrata da Lennon nel 1997 e pubblicata postuma nel 1994, o in “Revolution 9″ del 1969) siano stati inseriti coscientemente dagli autori, anche per alimentare le dicerie che hanno certamente aiutato ad incrementare la leggenda dei Fab Four. Che, fosse vera la storia della morte di Paul, avrebbero trovato un sosia musicalmente valido quanto, se non di più, il McCartney autentico…

STORIA E TECNOLOGIA

Una radiografia eseguita nel 1896 da Röntgen alla mano della moglie del fisiologo e anatomista Albert von Kölliker (credit: Pubblico Dominio)

Una radiografia eseguita nel 1896 da Röntgen alla mano della moglie del fisiologo e anatomista Albert von Kölliker (credit: Pubblico Dominio)

L’8 novembre 1895, Wilhelm Röntgen – professore tedesco di Fisica al lavoro sui tubi di Crookes (precursori dei tubi catodici) – si rende conto di aver rilevato un tipo di radiazione a lui sconosciuta, per questa ragione da lui chiamata “X” in un lavoro inviato alla Physical-Medical Society journal di Würzburg; nonostante i colleghi li appelleranno col nome dello stesso scopritore, i “raggi X” manterranno in seguito il nome dato dallo stesso Röntgen.

9 novembre 1967: sulla rampa di lancio 39A di Cape Kennedy, in Florida, decolla la prima missione ufficiale del vettore Saturn V, la Apollo 4; l’operazione, senza equipaggio, permetterà di verificare la distribuzione del carico delle future missioni lunari. Tredici anni dopo, il 12 novembre 1980, la sonda statunitense Voyager 1, in viaggio nello spazio come la gemella Voyager 2 (ma con una rotta parzialmente differente), raggiunge Saturno e scatta le prime immagini dei suoi anelli. L’anno successivo, l’11 novembre 1981, lo Space Shuttle Columbia, con due astronauti a bordo, compie la prima missione spaziale nella storia dell’uomo (la STS-2) in cui un veicolo già utilizzato precedentemente torna in orbita. Le successive due ricorrenze sono invece entrambe europee: il 9 novembre 2005 decolla da Baikonur, in Kazakhistan, la missione ESAVenus Express”, con a bordo un satellite destinato allo studio orbitale di Venere; due anni fa, invece, il lander Philae, staccatosi dalla missione Rosetta, è atterrato – prima volta nella storia dell’uomo – sulla superficie del nucleo di una cometa (la 67P/ Churyumov–Gerasimenko, scoperta nel 1969), permettendo di studiarne direttamente la composizione.

Una schermata di Microsoft Windows 1.0 (credit: copyright Microsoft Corporation. Used with permission from Microsoft)

Una schermata di Microsoft Windows 1.01 (credit: copyright Microsoft Corporation. Used with permission from Microsoft)

Tornando qualche anno indietro nel tempo, il 10 novembre 1983, Microsoft, la società guidata da Bill Gates, introduce al mondo il suo Windows 1.0, iniziando una nuova era dell’informatica e la guerra alla rivale Apple; il sistema operativo “a finestre” sarà lanciato sul mercato due anni più tardi. È invece 7 anni dopo, il 12 novembre del 1990, che il linguaggio ipertestuale che dà vita al World Wide Web viene formalmente proposto dall’informatico Tim Berners-Lee con l’aiuto di Robert Cailliau, in un lavoro (ancora oggi accessibile) inviato ai colleghi del CERN col nome “WorldWideWeb“.

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