Ettore Majorana: il dibattito

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In seguito alla pubblicazione della recensione de “La seconda vita di Majorana”, firmata da Roberto Paura, siamo stati contattati da uno degli autori del libro, Andrea Sceresini. Accogliamo volentieri il suo invito a un dibattito su questo tema pubblicando la sua replica, corredata da una risposta di Roberto Paura. 

Ho letto con attenzione l’articolo “Ettore Majorana, un caso ancora aperto” pubblicato da Roberto Paura sulla rivista Query e riguardante il libro “La seconda vita di Majorana”, di cui sono autore con Giuseppe Borello e Lorenzo Giroffi. Vorrei premettere, innanzitutto, che ogni contributo al dibattito è di per sé prezioso e utile, specie se portato avanti con piglio aperto e costruttivo e su basi razionali (il che non è scontatissimo, quando parliamo di Majorana). La recensione di Paura consiste in una serrata disamina del volume, di cui si cercano di sottolineare soprattutto i limiti – che ci sono, per carità, anche se non sempre coincidono con quelli identificati dal nostro lettore. Il caso Majorana – è verissimo – resta del tutto aperto, anche e soprattutto dopo il nostro libro. Speriamo, anzi, che lo sia un po’ di più, e che altri – ben più “brillanti” di noi – riescano a chiuderlo definitivamente. Su questo siamo tutti d’accordo, sul resto un po’ meno. Ma procediamo con ordine. Scrive Paura: “[Le] ricerche partono da un presupposto dato per scontato: e cioè che la verità giudiziaria accertata nel 2015 corrisponda alla verità vera, che il signor Bini sia dunque Ettore Majorana. Si tratta quindi di ricostruirne l’esistenza venezuelana. È questo presupposto a rendere l’intera inchiesta traballante fin dall’inizio: gli autori infatti arrivano a confermare in quasi tutti i punti la storia raccontata da Fasani fin dal 2008 e ad accertare attraverso più fonti l’esistenza di un uomo che si fa chiamare Bini (il nome non lo sapremo mai), ma non a dimostrare l’identità tra questo e Majorana, che i giornalisti ritengono già confermata dall’analisi dei Ris”. Il “presupposto dato per scontato” consiste in una minuziosa analisi dei Ris, che dopo lunghi confronti hanno stabilito scientificamente la coincidenza fisionomica tra il volto di Bini e quello di Majorana. Lungi da noi, ovviamente, ritenere infallibile il lavoro degli inquirenti e della magistratura (anche se l’aggettivo “lombrosiano”, utilizzato più avanti da Paura, mi sembra onestamente fuori luogo). Tuttavia, siamo di fronte a una sentenza e a una nuova verità giudiziaria – e in tutto il caso Majorana non si era mai visto nulla di simile. Non dare il giusto peso a questo innegabile dato di fatto, mi puzza – questo sì – di “presupposto dato per scontato”. Detto ciò, va sottolineata anche un’altra cosa: ovvero, che noi non abbiamo dato per scontato proprio nulla. Al contrario: durante le nostre indagini, non abbiamo fatto altro che cercare ulteriori riscontri in questo senso, cercando di confermare – per quanto consentitoci dai nostri mezzi – la fatidica equazione Bini=Majorana. Lo stesso dottor Paura, nella sua appassionata recensione, cita – forse inconsapevolmente – alcune di queste conferme: i punti di coincidenza tra la pista venezuelana e quella argentina, le testimonianze della famiglia Cuzzi, le parole di “sor” Carlo riportate da Fasani, la cartolina di Quirino Majorana, le testimonianze delle sorelle Manfredini eccetera eccetera. Dopo aver rivelato il vizio di fondo dell’intera inchiesta, il nostro recensore racconta di come abbiamo “facilmente” (beato lui!) identificato alcuni tra i testimoni-chiave dell’intera faccenda. C’è l’impressione, tuttavia, che egli tenda – almeno a tratti – a utilizzare le citazioni che più risultano comode per confermare la sua tesi, gettando nel cestino tutte le altre (bias di conferma, I suppose). Un esempio su tutti: dopo aver riportato questa frase di Christian Zamolo “Doveva essere una persona importante (il soggetto è Bini, ndr), forse uno scienziato. Credo che abbiano lavorato assieme, anche se non ne sono sicuro”, Paura si lamenta del fatto che “nulla, dalle testimonianze raccolte, avvalora l’ipotesi Bini=Majorana”. Peccato che la frase precedente – sempre all’interno del medesimo virgolettato di Christian Zamolo – sia esattamente questa: “Fu allora che [mio nonno] mi nominò il signor Majorana, che però si faceva chiamare Bini”. Più avanti si parla dell’ipotesi argentina. Essa è stata partorita in seguito a un lungo lavoro d’indagine portato avanti dal professor Recami (che, tra parentesi, è il massimo esperto della materia, nonché docente universitario di fisica e referente della famiglia Majorana – insomma, non proprio uno sprovveduto). Tale ipotesi, come accennavamo più su, si collega perfettamente con quella venezuelana (abbiamo addirittura verificato, cartina alla mano, che i luoghi frequentati dal Majorana “fasaniano” e da quello “recamiano” distano appena poche decine di metri). Può essere una semplice coincidenza? Difficile avanzare altre ipotesi, visto che la pista di Recami risale agli anni Ottanta, quando Fasani aveva già conosciuto Bini e il “sor” Carlo (e aveva appuntato, dietro la famosa foto, con un tratto d’inchiostro che i Ris hanno confermato risalire agli anni Cinquanta, la scritta “Majorana”), mentre la pista venezuelana, essendo stata divulgata negli anni Duemila, non può aver influenzato in alcun modo il lavoro di Recami. Certo, anche qui manca la pistola fumante (leggasi: cadavere con Dna), ma parlare – come fa Paura – di “indizi piuttosto deboli e privi di prove circostanziate” mi sembra ancora una volta eccessivo. Più avanti, il nostro lettore ci accusa di essere entrati in contraddizione nel tentativo di spiegare perché Majorana, che in Argentina utilizzava il suo vero nome, in Venezuela decise di farsi chiamare Bini. Ecco, forse nell’impeto della scrittura ci stiamo espressi male e non siamo riusciti a farci capire: noi non cerchiamo di spiegare proprio nulla, per il semplice fatto che – su questo punto – non abbiamo in mano alcun indizio concreto. Semplicemente, ci siamo limitati a mettere sul piatto le varie ipotesi: può essere che sia successo X come può essere che sia successo Y. Questo vuol dire entrare in contraddizione? Non più di quanto farsi una passeggiata in campagna significhi non saper nuotare. Ma è il passaggio successivo – dove si parla del nostro viaggio verso San Agustin – a lasciarci ancora più dubbiosi circa le nostre capacità comunicative sul duro fronte della lingua scritta. Stando alla ricostruzione di Paura – che mi permetto di forzare un po’ – il sottoscritto con i suoi colleghi avrebbe simpaticamnete passeggiato senza meta per le campagne a est di Valencia finché, imbattendosi per caso in una coppia di vecchi portoghesi e mostrando loro la famosa foto di Bini, non si sarebbe convinto di aver risolto l’arcano. Ecco, le cose sono andate molto diversamente: i testimoni che hanno riconsciuto la foto – prima a Guacara e poi a San Agustin – sono molti più di due (e nel libro c’è scritto). A San Agustin abbiamo verificato che la urbanizaciòn in questione risalisse a prima degli anni Cinquanta (a differenza di San Rafael, il borgo indicato dagli inquirenti), abbiamo effettuato ricognizioni nel cimitero locale e studiato le vecchie planimetrie di mezzo secolo fa. Non è sufficiente? Può essere, ma se qualcuno sarà in grado di fare di più noi saremo prontissimi a dargli una mano – e questo vale innanzitutto per il dottor Paura. Ancora un paio di appunti sparsi: – La famiglia Majorana non ha “smentito” la perizia dei Ris (come avrebbe potuto, se non con una contro-perizia?) e se il nipote Salvatore non avesse considerato credibile il nostro libro – come affermato da Paura – non vedo per quale ragione avrebbe dovuto scriverci la prefazione (!). Anche qui, in realtà, il nostro lettore tende un po’ – come si suol dire – ad affettare il prosciutto a badilate. Salvatore scrive, infatti, che la sua prima reazione di fronte alla pista venezuelana fu di incredulità, ma che egli ha poi cambiato idea in seguito, dopo aver approfondito e aver letto le bozze del nostro libro. Il che è un po’ diverso da quanto affermato da Paura. – Fasani dice di ricordare la data di nascita di Bini (1906) perché suo padre nacque un anno dopo, e per lui Bini fu un po’ come un secondo padre. Anche questo c’è scritto chiaramente nel libro.

Andrea Sceresini

Risponde Roberto Paura:

Parto innanzitutto da una doverosa precisazione: il mio articolo, necessariamente riassuntivo, non entra nel merito delle minuziose ricerche compiute dagli autori di La seconda vita di Majorana, cosicché il lettore potrebbe avere l’impressione che gli autori abbiano peccato di superficialità nello svolgimento del loro lavoro: lungi da me voler dare un simile giudizio. Il libro merita innanzitutto perché dimostra, in un’epoca di giornalismo superficiale, come si conduca una vera inchiesta, e dà l’idea di quanto lavoro, impegno e persino rischio ci sia dietro un simile progetto. Uno dei rischi – sicuramente meno “letali” di quelli che gli autori si sono trovati ad affrontare in Venezuela – è tuttavia anche quello di “innamorarsi” troppo di un’ipotesi nel momento in cui, dedicando mesi o anni a una ricerca così approfondita, viene meno quel distacco che permette di soppesare più freddamente il valore degli indizi raccolti. In questo senso difendo la mia disamina, pur non possedendo i mezzi né certamente le capacità per poter migliorare il lavoro di Borello, Giroffi e Sceresini.

Quello che evidenzio è che in sostanza sia errato parlare con certezza di una “seconda vita di Majorana”, al punto da ricostruire in appendice al libro una cronologia di questa seconda fase della sua esistenza. Se infatti lo scopo dell’inchiesta era quella di ricostruire la sorta di Majorana in Venezuela, partendo dal dato di fatto che il misterioso signor Bini era in effetti Ettore Majorana, come ha “stabilito” l’inchiesta della procura di Roma, allora il libro fa certamente un grande passo in avanti, dimostrando la veridicità di buona parte delle affermazioni di Fasani. Ma non emerge alcuna vera “pistola fumante” in grado di corroborare in via definitiva l’identità Bini-Majorana. Alcuni punti della replica di Andrea Sceresini mi fanno sorgere ulteriori perplessità: per esempio sul fatto che Christian Zamolo, nipote di quell’ingegner Nardin a casa del quale Fasani scoprì che Bini in realtà era Majorana, non abbia mai parlato prima delle confessioni di suo nonno riguardo Majorana. Si può pensare che Zamolo non sapesse chi fosse Majorana prima di essere intervistato dagli autori del libro, ma è certamente strano che arrivi subito a ricordare che, secondo suo nonno, Majorana si facesse chiamare “signor Bini”. Quando parlo di bias di conferma, mi riferisco anche a queste testimonianze un po’ dubbie, su cui però gli autori fondano tutta la loro ricostruzione. A San Augustín diverse persone affermano di ricordarsi di Bini, ma non portano alcuna prova a sostegno del fatto che Bini fosse uno scienziato o anche solo un ingegnere. Nessuno dubita che il signor Bini sia davvero esistito, perché c’è una foto che lo ritrae. Quello che qui si dubita è sempre l’identificazione così sicura di Bini in Majorana.

Questa sicurezza porta a mio giudizio i tre giornalisti a non indagare a sufficienza sull’altra ipotesi, che cioè nel registro degli immigrati venezuelani a Caracas possa esserci una scheda che riguardi un Bini nato prima del 1906, data di nascita di Majorana, e che questa persona possa essere fatta coincidere con quella conosciuta da Fasani. Non possiamo rifiutare quest’ipotesi solo perché Fasani “ricordava” che Bini sosteneva di essere nato un anno prima di suo padre, quindi nel 1906, stessa data di Majorana. È noto che l’indagine scientifica richieda come criterio la falsificabilità di una teoria: bisognerebbe pertanto provare prima a falsificare la teoria, per poi dichiararla vera, e per farlo si dovrebbe andare a indagare su tutti quegli altri Bini che gli autori non prendono in considerazione perché “troppo vecchi” per avere 50 anni all’epoca della famosa foto con Fasani.

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