Il trillo del diavolo: “‘Stu fungo cinese”

fungocinese

In questa rubrica di Query Online raccontiamo, un brano alla volta, la musica intrisa di scienza e misteri: è il turno di Renato Carosone.

“Ma che è ‘stu fungo cinese?”, cantava nel 1955 il massimo interprete della canzone napoletana, Renato Carosone. Scritta in collaborazione con il paroliere Danpa (Dante Panzuti), ‘Stu fungo cinese è un’ironica presa in giro di una mania scoppiata l’anno prima, che aveva portato migliaia di famiglie italiane a allevare uno strano blob tra le pareti domestiche.

Era la grande moda del 1954: una massa gelatinosa di colore biancastro che veniva tenuta in un vaso riempito di the zuccherato. Ogni mattina i proprietari pescavano dal liquido dove la cosa era a mollo e ne bevevano uno o due bicchieri: un toccasana per tutte le malattie, garantivano i sostenitori. O meglio, come cantava Carosone:

Nun c’è bisogno
cchiù di medicine,
l’ha detto un mandarino
che l’ha purtata ccà.
[…]Nun piglià penicillina,
manco ‘a streptomicina,
piglia ‘o fungo ogni matina.

Quando il blob raddoppiava di volume, veniva separato in due parti e occorreva donarne una a un’altra persona: e così, viaggiando di famiglia in famiglia, il fungo cinese si diffuse in tutta la penisola, in una specie di catena di sant’Antonio biologica.

Nonostante il nome, il fungo cinese non era esattamente un fungo “unico”, ma una colonia di microrganismi formata da lieviti e batteri, in particolare Acetobacter e diverse specie di saccaromiceti, che si nutriva e prosperava grazie alla fermentazione degli zuccheri. Difficile tracciarne le origini, ma è effettivamente possibile che il tutto abbia avuto origine in Estremo Oriente, dove esiste ancora oggi una bevanda tradizionale chiamata kombucha basata sullo stesso principio. Da qui il “fungo” si sarebbe poi diffuso in Russia e Ucraina almeno a partire dal fine Ottocento, e successivamente in Occidente grazie alle truppe della prima guerra mondiale. In Italia avrebbe fatto sporadiche apparizioni nel periodo tra le due guerre, per poi riapparire in tutta la sua popolarità nel 1954.

In quell’anno, infatti, il fungo cinese si trasformò da semplice curiosità di nicchia in un vero e proprio fenomeno di costume. Le istruzioni per “allevarlo” venivano riportate su tutti i quotidiani, la Domenica del Corriere arrivò a dedicargli una copertina illustrata da Walter Molino. Gli esperti dibattevano se il fungo potesse essere benefico o dannoso; La Stampa del 5 dicembre 1954 arrivò a definirlo

un prodigioso toccasana, che ringiovanisce, ridona forza agli anziani, risolleva gli stanchi, cura l’insonnia, l’artrite, il fegato e non costa nulla,

mentre una più scettica La Provincia (Cremona) il 17 ottobre sentenziava

Il fattore di maggior efficacia nella cura con the del fungo miracoloso è la suggestione, la quale può operare quei miracoli che invano chiederemmo a medicamenti ben più efficaci di questo cattivo aceto.

Il 29 dicembre La Stampa denunciava la saturazione del “mercato” del fungo: la gente non sapeva più a chi dare i “figli” delle colonie perché ormai ce n’era una in ogni casa, e la superstizione imponeva di non buttare via l’artefice di cotanto benessere

[…]così si è creata una fosca leggenda. Secondo alcuni, i funghetti che nascono sono inviolabili: essi non devono essere distrutti né gettati via, altrimenti gravissime disgrazie cadranno sul responsabile della devastazione e su tutta la sua famiglia.

Nel 1955 cominciò a correre voce che c’era stata anche una vittima: cosa che non scoraggiò minimamente i fedeli al fungo, dal momento che, secondo quanto si raccontava, l’uomo non si era rigorosamente attenuto alle istruzioni (che in genere venivano copiate a mano e regalate insieme al fungo, in puro stile “catena di Sant’Antonio”). Scrive il Corriere d’informazione del 22-23 gennaio

Un morto è vero, c’è stato, e la sua fine l’ha causata il fungo cinese. Di funghi cinesi egli però ne ha mangiati cinque, gettando il tè nel lavandino. Ha mangiato, chi dice crude, chi dice cotte a bagno-maria cinque di quelle muffe grigiastre e sfrangiate, quando avevano già raggiunto proporzioni considerevoli. La morte seguì improvvisa quindici ore dopo un benessere generale che aveva del miracoloso.

Certo, mangiarsi il fungo non doveva essere una bella idea: passando di mano in mano, le colonie di microrganismi potevano arricchirsi di batteri di ogni genere, oltre a quelli presenti originariamente nell’ammasso.

A cominciare dal 1955, comunque, l’interesse cominciò a scemare e il fungo scomparve gradatamente dalle case degli Italiani. Curiosamente, fece una sporadica ricomparsa verso il 1994, ma allora aveva cambiato identità e viaggiava sotto il nome di “alga dei desideri” o “alga egiziana”. Il principio era lo stesso: si doveva nutrire il blob con the zuccherato per alcuni giorni, poi si faceva “partorire” e i figli andavano donati a qualcuno a cui si voleva bene (le istruzioni, anche in questo caso, erano da ricopiare rigorosamente a mano). L’alga-madre veniva invece fatta seccare, e poteva trasformarsi in “foglia” o “pietra” (a seconda di come si accartocciava seccandosi). Questa volta, la componente “salutistica” era minore e solo i più temerari si arrischiavano a berne il liquido che – si diceva – faceva dimagrire.

Non è l’unica catena di sant’Antonio biologica che è transitata per le nostre case: in tempi più recenti è stato il turno del kefir o dell’impasto madre per la “torta dell’amicizia” o “torta di Padre Pio” (a sua volta evoluzione di “Herman the German“, una catena diffusa negli anni ’70). Ma nessuna di queste ha mai raggiunto la popolarità che ebbe il “fungo cinese” del 1954, tanto da venire immortalata addirittura in una canzone.

TESTO ORIGINALE TRADUZIONE
È giunta da Pechino,
int’ ‘a ‘nu vaso,
‘na cosa misteriosa.
Nun c’è bisogno
cchiù di medicine,
l’ha detto un mandarino
che l’ha purtata ccà.
È arrivata da Pechino,
dentro un vaso,
una cosa misteriosa.
Non c’è bisogno
più di medicine,
l’ha detto un mandarino
che l’ha portata qua.
‘Stu fungo cresce, cresce
dinto ‘o vaso
e chianu, chianu
fa ‘nu figlio ‘o mese.
Quanno ‘na sposa
beve l’infuso
sente ‘na cosa e dice: Uè!
Questo fungo cresce, cresce
dentro il vaso
e piano, piano
fa un figlio al mese.
Quando una sposa
beve l’infuso
sente una cosa e dice: Uè!
Cos’è, cos’è, cos’è
‘stu fungo cinese
che cresce, cresce, cresce,
cresce dinto ‘o vaso
e chianu, chianu, chianu, trase, trase.
Dinto ‘o core, dinto ‘o core
cresce ammore mio pe’ tte
e ammore tuio pe’ mme,
co’ ‘o fungo cinese!
Cos’è, cos’è, cos’è
questo fungo cinese
che cresce, cresce, cresce,
cresce dentro il vaso
e piano, piano, piano, entra entra.
Dentro al cuore, dentro al cuore
cresce l’amore mio per te
e l’amore tuo per me,
con il fungo cinese!
Nun piglià penicillina,
manco ‘a streptomicina,
piglia ‘o fungo ogni matina.
Ma stu fungo è traditore
comm’ è ‘a femmena in amore
ca si nun ‘a saie piglià
chella piglia e se ne va.
Non prendere penicillina,
nemmeno la streptomicina,
prendi il fungo ogni mattina.
Ma questo fungo è traditore
come è la femmina in amore
che se tu non la sai prendere
quella piglia e se ne va.
‘Stu fungo cresce, cresce
dinto ‘o vaso
e chianu, chianu
fa ‘nu figlio ‘o mese.
Quanno ‘na sposa
beve l’infuso
sente ‘na cosa e dice: Uè!
Questo fungo cresce, cresce
dentro il vaso
e piano, piano
fa un figlio al mese.
Quando una sposa
beve l’infuso
sente una cosa e dice: Uè!
Cos’è, cos’è, cos’è
‘stu fungo cinese
che cresce, cresce, cresce,
cresce dinto ‘o vaso
e chianu, chianu, trase, trase, trase.
Dinto ‘o core, dinto ‘o core
cresce ammore mio pe’ tte
e ammore tuio pe’ mme,
co’ ‘o fungo cinese!
Cos’è, cos’è, cos’è
questo fungo cinese
che cresce, cresce, cresce,
cresce dentro il vaso
e piano, piano, entra entra, entra.
Dentro al cuore, dentro al cuore
cresce l’amore mio per te
e l’amore tuo per me,
con il fungo cinese!
Nun piglià penicillina,
manco ‘a streptomicina,
piglia ‘o fungo ogni matina.
Ma stu fungo è traditore
comm’ è ‘a femmena in amore
ca si nun ‘a saie piglià
chella piglia e se ne va.
Non prendere penicillina,
nemmeno la streptomicina,
prendi il fungo ogni mattina.
Ma questo fungo è traditore
come è la femmina in amore
che se tu non la sai prendere
quella piglia e se ne va.
Ma stu fungo è traditore
comm’ è ‘a femmena in amore
ca si nun ‘a saie piglià
chella piglia e se ne va!
Chella piglia e se ne va!
Ma questo fungo è traditore
come è la femmina in amore
che se tu non la sai prendere
quella piglia e se ne va!
Quella piglia e se ne va!

Testo e traduzione da Italiapersempre. Immagine da Maremagnum. Si ringraziano Roberto Labanti e Paolo Toselli per i contributi all’articolo.

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