Ettore Majorana, un caso ancora aperto

majorana1

Agli inizi del febbraio 2015 una notizia rimbalza sulle prime pagine dei giornali italiani: “Ettore Majorana vivo tra il ’55 e il ’59, si trovava in Venezuela”. È la fine, apparentemente, di uno dei più grandi gialli italiani: quello della scomparsa del geniale fisico italiano avvenuta nel marzo 1938, durante un viaggio in nave tra Palermo (Majorana era siciliano, nato a Catania nel 1906) e Napoli, dove il giovane scienziato teneva la cattedra di Fisica teorica all’università. Da allora, Majorana non ha mai smesso di far parlare di sé: nei mesi e negli anni immediatamente successivi alla sua scomparsa fu avvistato praticamente ovunque, finché Leonardo Sciascia non sostenne che avesse trovato rifugio in un convento siciliano, immaginandolo in fuga dall’incubo della bomba atomica profilatosi in seguito alle sue ricerche sulla radioattività.

L’ipotesi di Majorana fuggito in Venezuela era emersa nel dicembre 2008, quando un italiano emigrato in Sudamerica negli anni Cinquanta, Francesco Fasani, aveva raccontato alla redazione della trasmissione televisiva Chi l’ha visto? di aver avuto a che fare per qualche anno, tra il 1955 e il 1958, con un certo “signor Bini”, residente in un borgo nei pressi della cittadina venezuelana di Valencia, che secondo un conoscente comune sarebbe stato in realtà Ettore Majorana, fuggito alcuni anni prima dall’Argentina. Un’affermazione come tante: di mitomani sul caso Majorana ne sono spuntati a dozzine nel corso dei decenni. Ma Fasani, rientrato in Italia alla fine degli anni Cinquanta, poteva portare una prova a sostegno della sua tesi: una fotografia in bianco e nero scattata a Valencia il 12 giugno 1955 ritraente lui stesso insieme al misterioso signor Bini. Da qui partiva l’inchiesta del procuratore aggiunto Pierfilippo Laviani del Tribunale di Roma per scoprire il destino di Ettore Majorana.

Nel corso degli interrogatori Fasani conferma le sue dichiarazioni, raccontando di aver fatto spesso da autista al signor Bini, e di aver un giorno recuperato nella sua auto, sempre piena di carte e appunti, due oggetti: un taccuino con formule matematiche e una cartolina. Questi oggetti sarebbero stati poi affidati al fratello di Fasani, residente negli Stati Uniti, che agli inquirenti riesce però a fornire solo la cartolina. Non è scritta da Ettore Majorana ma dallo zio, Quirino, anch’egli fisico. Il destinatario è il collega americano William G. Conklin e la data quella del 24 settembre 1920. All’epoca, Ettore era ancora un adolescente, ma in qualche modo negli anni successivi avrebbe recuperato quella cartolina che Fasani reperì nella sua auto nella metà degli anni Cinquanta. Del taccuino manoscritto, invece, nessuna traccia. Le indagini del procuratore finiscono presto in un vicolo cieco, ma nel 2011 il Reparto investigazioni scientifiche (Ris) dei Carabinieri sottopone la foto del signor Bini a una comparazione con le foto del padre di Majorana, Fabio, e del fratello Luciano. I risultati sono sorprendenti: naso, zigomi, orecchie, sopracciglia, ben 10 punti complessivamente sembrano combaciare. Nel 2015, all’atto di archiviare l’inchiesta, il procuratore Laviani e il suo staff concludono che Ettore Majorana “si sia trasferito volontariamente all’estero permanendo in Venezuela almeno nel periodo tra il 1955 e il 1959”. Il caso è chiuso.

La seconda vita di Majorana

La foto del 1955 che ritrae Francesco Fasani

La foto del 1955 che ritrae Francesco Fasani (a sinistra) e il “signor Bini” (a destra).

È da qui che parte un’altra inchiesta, quella di tre giovani e brillanti giornalisti: Giuseppe Borello, redattore per La Repubblica e collaboratore per Il Sole 24 Ore, premio Giuseppe D’Avanzo per il giornalismo d’inchiesta nel 2013; Lorenzo Giroffi, scrittore e giornalista freelance esperto di reportage internazionali; Andrea Sceresini, autore di inchieste e reportage di guerra per la Rai e Sky. Affascinati dalla notizia che il geniale fisico non sarebbe morto in mare nel 1938, ma avrebbe scelto piuttosto di rifugiarsi per ragioni sconosciute in Venezuela, i tre decidono di portare avanti l’indagine che la procura ha dovuto inevitabilmente archiviare e cercare di scoprire di più sulla “seconda vita di Majorana”. È questo il titolo che danno al libro con cui presentano al grande pubblico, nel giugno 2016, le conclusioni delle loro ricerche (La seconda vita di Majorana, ed. Chiarelettere).

Ricerche che partono però da un presupposto dato per scontato: e cioè che la verità giudiziaria accertata nel 2015 corrisponda alla verità vera, che il signor Bini sia dunque Ettore Majorana. Si tratta quindi di ricostruirne l’esistenza venezuelana. È questo presupposto a rendere l’intera inchiesta traballante fin dall’inizio: gli autori infatti arrivano a confermare in quasi tutti i punti la storia raccontata da Fasani fin dal 2008 e ad accertare attraverso più fonti l’esistenza di un uomo che si fa chiamare Bini (il nome non lo sapremo mai), ma non a dimostrare l’identità tra questo e Majorana, che i giornalisti ritengono già confermata dall’analisi dei Ris.

Partiamo dalla storia di Fasani: l’uomo, che è morto nel 2011, ha dichiarato agli inquirenti di aver saputo dell’identità Bini-Majorana da una persona da lui chiamata sor Carlo, un italiano facoltoso che godeva di amicizie altolocate in Venezuela come in Argentina, da cui era giunto alcuni anni prima. Un giorno in cui Fasani si trovava a casa di un comune amico, un certo Nardin, sor Carlo vide dalla finestra arrivare Bini e chiese a Fasani – che stava attendendo Bini per accompagnarlo in qualche servizio – sa sapesse chi fosse davvero quell’uomo. Fasani cadde dalle nuvole quando sor Carlo gli rivelò che si sarebbe trattato in realtà di “uno scienziato” con “una capoccia grande che neanche te lo immagini”, che “si chiama Majorana”. Sor Carlo avrebbe conosciuto Majorana in Argentina.

I tre giornalisti partono da questa storia: si tratta essenzialmente di scoprire chi fossero sor Carlo, Nardin e l’altro italiano emigrato che presentò per primo Bini a Fasani, un certo Ciro, conosciuto sul piroscafo per il Venezuela. Quest’ultimo è facilmente identificato in Ciro Grasso, morto da alcuni anni, la cui famiglia risiede a Palermo. Quando vengono mostrati ai figli le foto di Bini e Fasani, nessuno sembra ricordarsi di loro; tuttavia, dalle altre foto di famiglia conservate, ne emerge una che mostra inequivocabilmente Francesco Fasani insieme a Ciro Grasso. I due quindi si erano davvero conosciuti ed erano rimasti in amicizia per alcuni anni in Venezuela. Nulla però si riesce a scoprire in merito ai rapporti tra Grasso e il signor Bini. Nardin viene identificato invece in Leonardo Cuzzi, arrivato in Venezuela da Udine nel 1950, all’età di trent’anni: Nardin è il nomignolo che in friulano si usa per Leonardo. I giornalisti riescono a rintracciare il nipote Christian, con cui parlano al telefono, e che afferma di aver sentito quei nomi – Bini e Majorana – dal nonno, quando era bambino: “Doveva essere una persona importante, forse uno scienziato. Credo che abbiano lavorato assieme, anche se non ne sono sicuro”.

Questa frase basta per i tre giornalisti, che scrivono: “D’improvviso, è come se ogni singolo elemento fosse magicamente tornato al suo posto. Francesco Fasani diceva la verità. Il signor Bini non era un parto della sua fantasia eccitata: esisteva veramente, così come esistevano il signor Ciro e l’ingegner Nardin. Di più: si occupava di progetti ingegneristici, e la sua vera identità era quella di Ettore Majorana”. È una delle tante fughe in avanti degli autori dell’inchiesta, un sillogismo fondato su una premessa indimostrata. È vero infatti che Fasani diceva la verità e che il signor Ciro e l’ingegner Nardin avevano davvero avuto a che fare con lui e forse con il signor Bini, ma nulla, dalle testimonianze raccolte, avvalora l’ipotesi Bini=Majorana. Che questi si occupasse “di progetti ingegneristici”, inoltre, è solo un’altra ipotesi: Nardin era un ingegnere, e il nipote Christian crede (ma non è sicuro) che abbia lavorato con Bini. Un po’ pochino.

Resta da identificare l’uomo più importante, sor Carlo, che a casa di Nardin riconobbe nel signor Bini Ettore Majorana. La moglie di Nardin, la signora Ada, rintracciata in Venezuela dagli autori (e che a sua volta non può fornire alcuna prova sull’ipotesi Bini-Majorana), se lo ricorda bene: si trattava di Carlo Venturi, nato a Modena nel 1904, arrivato a Caracas in aereo il 26 dicembre 1954 dall’Argentina, dove si era trasferito nel 1928. Ancora una volta, la storia di Fasani è confermata: sor Carlo era davvero un uomo potente, un imprenditore molto ricco e con ottime entrature nella politica peronista e in quella della dittatura venezuelana di Jiménez. Poteva aver conosciuto in Argentina Ettore Majorana?

Gli autori a questo punto tornano su una pista già battuta da anni, quella che vede Majorana in Argentina. Una pista aperta per la prima volta dal fisico Erasmo Recami, autore nel 1987 del libro Il caso Majorana: epistolario, documenti, testimonianze. Recami aveva raccolto la testimonianza del fisico cileno Carlos Rivera, che nel 1950 si trovava a Buenos Aires quando la proprietaria dell’alloggio dov’era ospitato vide il nome di Majorana in cima a dei fogli consultati da Rivera (si trattava delle leggi statistiche di Majorana) ed esclamò: “Ma questo è il nome di un famoso fisico italiano che è molto amico di mio figlio! Infatti si vedono spesso. Mio figlio mi ha anche detto che non si occupa più di fisica ma di ingegneria!”. Di nuovo nel 1960, alloggiato all’Hotel Continental di Buenos Aires, Recami s’imbatté in un cameriere che lo vide annotarsi delle equazioni su un tovagliolo di carta e gli disse: “Conosco un altro uomo con la mania di mettere formule sui tovaglioli di carta, come fa lei. È un cliente che viene ogni tanto per mangiare e prendere un caffè, e si chiama Ettore Majorana”.

Nel 2009 il fisico Salvatore Esposito, allievo di Recami, pubblicò un altro libro sull’argomento (La cattedra vacante. Ettore Majorana: ingegno e misteri), nel quale rivelò che poco distante dall’Hotel Continental di Buenos Aires sorgeva all’epoca la Facoltà di Scienze dell’università, e che nella biblioteca della facoltà erano presenti 19 dei 29 testi che facevano parte della biblioteca personale di Majorana, nove dei quali con la stessa edizione posseduta da Majorana. Anche in questo caso, benché gli indizi siano piuttosto deboli e privi di prove circostanziate, i tre giornalisti non hanno dubbi: “Ettore Majorana si rifugiò in Argentina, dove era conosciuto con il suo vero nome, frequentava il mondo dell’ingegneria e doveva guardarsi le spalle dalle persecuzioni politiche”.

Resta una domanda: perché Majorana, dopo essere scomparso senza dare notizie di sé in Italia, avrebbe usato in Argentina il suo vero nome, che era tra l’altro riportato su tutti i giornali dell’epoca, al punto da giungere senza dubbio anche sulla stampa degli italiani emigrati in America, per poi decidere negli anni Cinquanta di assumere il falso nome di Bini? L’ipotesi dei giornalisti è che Majorana fosse fuggito dall’Argentina per scampare alle “persecuzioni politiche”, da qui la scelta di cambiare nome. Ma poi si contraddicono: se Majorana dovette “guardarsi le spalle” dai peronisti, probabilmente era antiperonista (come affermavano le fonti di Erasmo Recami). E tuttavia Bini sarebbe giunto in Venezuela insieme a sor Carlo, peronista di ferro, nel 1954, alla vigilia della caduta del regime di Peron.

Gli autori allora risolvono la contraddizione sostenendo che Majorana avesse deciso di cambiare aria per sottrarsi a una clima politico poco salubre per la sua ricerca di tranquillità e oblio. Ma se davvero desiderava l’oblio, perché a Buenos Aires si faceva tranquillamente chiamare con il suo vero nome e raccontava a tutti di aver abbandonato la fisica per contrasti con il suo maestro Enrico Fermi? Le contraddizioni aumentano. Per mettere chiarezza bisognerebbe fare il passo più importante: scoprire la vera identità del signor Bini. Ed è qui che purtroppo tutte le piste finiscono in un vicolo cieco. A Valencia nessuno tra i vecchi abitanti riesce a fornire informazioni circostanziate su quest’uomo. Qualcuno sostiene di ricordarsi dell’auto che guidava, una Studebaker gialla, piuttosto costosa e appariscente (cosa strana per uomo che non voleva attirare l’attenzione su di sé), e annuisce davanti alle foto dell’auto mostrate dai giornalisti: “Me acuerdo, me acuerdo!” (“Mi ricordo, mi ricordo”). Qualcuno, davanti alle foto di Bini, annuisce: “Creo que lo he visto” (“Credo di averlo visto”). Da questi confusi ricordi, i giornalisti arrivano a San Agustín, borgo non distante da Valencia, da loro identificato nel “borgo San Rafael” indicato da Fasani agli inquirenti come il probabile comune di residenza di Bini. Anche qui l’unica testimonianza è quella di una coppia di vecchi portoghesi, che davanti alla foto di Bini affermano di ricordarsi dell’uomo e confermano che abitasse lì vicino. Poi, più nulla.

Bini-Majorana: molti indizi, nessuna prova

Il sospetto è di essere di fronte al classico fenomeno del bias di conferma, il processo mentale che secondo la psicologia cognitiva ci porta inconsciamente a selezionare solo i dati che avvalorano le nostre ipotesi e convinzioni, ignorando quelle che invece le contraddicono. I tre giornalisti, sulla base di vaghi ricordi e affermazioni poco convincenti, sostengono di aver provato non solo la storia di Fasani – che effettivamente sono riusciti a dimostrare – ma anche l’identità Bini-Majorana, che invece resta del tutto ipotetica, fondata solo su una perizia dei Ris smentita tra l’altro dai familiari di Majorana (il nipote Salvatore scrive nella prefazione al libro di aver considerato la ricostruzione degli inquirenti “fantasiosa e poco credibile”).

I dubbi non sono pochi. Innanzitutto, Fasani disse di aver raccolto, nella macchina di Bini, non solo una cartolina, ma anche un taccuino di appunti e calcoli. Questo taccuino non è mai spuntato fuori, eppure sarebbe stata la prova definitiva, sia per il contenuto, sia per la grafia (le perizie calligrafiche sono estremamente più attendibili di un confronto “lombrosiano”). La cartolina, invece, non prova nulla: è molto più facile credere che qualcuno – magari lo stesso signor Bini, o più probabilmente Fasani – avesse acquistato la cartolina sul mercato del collezionismo anni o decenni fa, forse per il valore del francobollo, piuttosto che immaginare che Ettore Majorana ne sia entrato in possesso, dal momento che la cartolina era stata spedita dallo zio a un corrispondente americano, e Bini-Majorana non sarebbe mai stato negli Stati Uniti.

La foto

La foto ritrae la famiglia di Ettore Majorana (a destra), in particolare il padre (al centro), la cui fisionomia è stata confrontata dai Ris con quella del “signor Bini”.

Ma il dubbio più grande emerge alla fine del libro. Quando infatti i tre giornalisti si recano al Saime, l’anagrafe dei migranti e dei cittadini stranieri del Venezuela, per consultare le schede dei Bini registrati, “nessuno dei nominativi in questione risulta compatibile con l’identità di Ettore Majorana. Alcuni sono arrivati in Venezuela negli anni Sessanta o Settanta, o addirittura ancora dopo. Gli altri risultano o troppo vecchi o troppo giovani”. Concludono quindi che probabilmente Majorana si registrò con documenti falsi, il che risulta quantomeno bizzarro: dopo essersi fatto chiamare per anni in Argentina con il suo vero nome, in Venezuela si registra con un nome falso e ne usa uno ancora diverso per presentarsi.

C’è però un’altra possibilità. Quando, nel 2008, Fasani raccontò per la prima volta alla troupe di Chi l’ha visto? del suo incontro con Bini, dichiarò che l’uomo avesse circa cinquant’anni, “ma portati male”. Una constatazione confermata dalla foto: Bini non sembra affatto avere cinquant’anni, ma diversi anni in più. Sembra piuttosto vicino alla sessantina. Fasani afferma che una volta, parlando, Bini gli rivelò di essere nato nel 1906, l’anno di nascita di Majorana. Per questo era convinto che Bini-Majorana avesse avuto 50 anni quando scattò la foto nel giugno 1955. Ma così come Fasani sbaglia il nome del borgo dove Bini avrebbe vissuto (San Rafael invece di San Augustín) e altri particolari sui nomi, potrebbe aver ricordato male la data di nascita, collegata al 1906 solo anni dopo, quando ritornò sul caso Majorana. In ogni caso varrebbe forse la pena indagare su quei Bini registrati al Saime considerati dai giornalisti “troppo vecchi” per essere Majorana; anche solo per escludere un’ipotesi piuttosto credibile, che cioè il signor Bini sia esistito veramente, ma non fosse Ettore Majorana.

La seconda vita di Majorana è in conclusione un libro affascinante, una brillante inchiesta giornalistica fondata tuttavia su un presupposto indimostrato. Mostra ancora una volta come il fascino del “caso Majorana” continui a insistere a quasi ottant’anni dalla scomparsa del grande scienziato, a cui molto deve la moderna fisica delle particelle. Non riesce però a gettare luce sull’ipotesi che Majorana abbia davvero vissuto una seconda vita Oltreoceano: sarà compito di nuove ricerche stabilirlo. Le supposizioni conclusive dei giornalisti – che Majorana avesse lavorato in Venezuela al reattore nucleare sperimentale Rv-1, che si fosse rifugiato in un convento durante il golpe che abbatté il regime di Jiménez – restano prive di qualsiasi conferma. Il giallo quindi è ben lungi dall’essere “finalmente risolto”, come annuncia il claim del libro. Il caso Majorana è ancora aperto.

A questo link è presente una replica di uno degli autori, Andrea Sceresini, e la risposta di Roberto Paura

Hai gradito questo post? Aiutaci con una