Pagine scettiche – Il mastino dei Baskerville, di Arthur Conan Doyle

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Questa rubrica è dedicata a libri e film usciti ormai da qualche anno e che trattano il sovrannaturale e lo scetticismo in maniera diversa e inattesa. Naturalmente, gli articoli contengono spoiler e anticipazioni per chiunque non abbia letto o visto le opere trattate.

Capisco che trovare Sherlock Holmes in questa rubrica possa inizialmente lasciare un po’ perplessi.

Ma, come probabilmente saprete, l’investigatore scettico per eccellenza è stato inventato da un autore che tutto era fuorché scettico e razionale, anzi, è passato alla storia anche per essere stato un cieco sostenitore del sovrannaturale ed aver creduto ad alcune delle più marchiane truffe prodotte da spiritisti e fotografi di fate.

Nell’introduzione alla raccolta Sherlock Holmes nel tempo e nello spazio Isaac Asimov, sherlockian militante e membro dei “Baker Street Irregulars”, scrive:

Ho pensato spesso che il misticismo e le altre stravaganze a cui Conan Doyle si dedicò negli ultimi anni della propria vita non fossero altro che lo sforzo, forse inconscio, di dissociarsi da Holmes […] il disperato tentativo di ribellarsi alla suprema razionalità del suo eroe.

Ma per sapere che nelle storie di Sherlock Holmes non c’è spazio alcuno per il paranormale bisogna averne lette un po’, essere magari a metà strada in quell’avventura bellissima che è Il Canone, i 56 racconti e i 4 romanzi brevi che compongono l’opera omnia creata dal Dottor Watson Conan Doyle, e aver visto come ogni qualvolta si presenti un caso mysterioso, il nostro segugio sarà sempre in grado di trovare una spiegazione molto più prosaica e materiale.

Di solito, però, Il mastino dei Baskerville è uno dei primi casi che il lettore novello approccia e, soprattutto se si parla di un lettore contemporaneo, abituato quindi alla possibilità che il sovrannaturale si annidi anche nella più quotidiana normalità, per due terzi abbondanti della storia il sospetto che Holmes si trovi di fronte a qualcosa di inspiegabile pare decisamente ben fondato. (Per questa Holmesiana è andata così, Il mastino è stato il mio secondo racconto e poi è stato amore per sempre.)

La trama: sulla famiglia Baskerville incombe una terribile maledizione, causata dall’antenato Hugo Baskerville, che vendette l’anima al diavolo per ottenere la donna desiderata, e che fu ucciso dal terrore provocato dall’apparizione di un gigantesco e demoniaco cane da caccia (perché l’hound inglese sia stato tradotto con mastino è uno di quei misteri letterari che nemmeno il CICAP può risolvere).

Una nuova apparizione del mostro ha ucciso l’attuale discendente della casata lasciando un unico erede, sir Henry, per la cui protezione il dottor Mortimer chiede aiuto a Sherlock Holmes. Sebbene incredulo, Watson deve ammettere la presenza dell’infernale creatura, che durante la permanenza di Watson a Baskerville Hall miete un’altra vittima, un fuggitivo che si era nascosto nella tenuta rubando i vestiti di sir Henry.

Naturalmente, Sherlock Holmes non è dello stesso avviso del suo buon amico, e scopre invece che ad architettare tutto è stato un discendente di cui il ramo principale della famiglia non conosceva l’esistenza, e che ha cercato di liberarsi di zio e cugino per poter entrare in possesso dell’eredità. E l’apparizione mostruosa? Un grosso cane dipinto con il fosforo per renderlo fluorescente.

Una volta giunti a conclusione del racconto, la spiegazione ci pare ovvia, ma durante la lettura (il dottor Watson Conan Doyle in questo sapeva il fatto suo) è un po’ meno evidente, e a ogni giro di pagina ci aspettiamo una svolta alla Stephen King. La brughiera battuta dalle intemperie, gli strani suoni che il vento porta con sé, quest’apparizione sorprendente e spaventosa che aggredisce persino Holmes, la lotta che ne segue mettono i brividi. E per l’appunto ancora magari non si sono letti altri racconti simili (L’avventura del piede del diavolo per dirne uno), quindi non si sa bene cosa aspettarsi, non si han ancora la certezza matematica che “l’improbabile” non diventerà mai “impossibile”.

Tra parentesi, esiste tutta una tradizione nel folklore della Gran Bretagna che parla di segugi infernali e cani fantasma, come nel caso della “bestia di Dartmoor“: un lettore inglese avrebbe sicuramente colto il riferimento e pensato a una presenza “sovrannaturale”.

Invece, in maniera sorprendente se si tiene conto della visione del mondo di Doyle, ogni racconto di Sherlock Holmes si attiene rigorosamente al metodo scientifico e all’impossibilità che un mondo altro esista accanto/sopra/dentro/parallelo al nostro. Il fatto che un believer di tale portata abbia potuto dare vita a uno dei numi tutelari del mondo scettico è un mistero che toglie il fiato ogni volta. Non a caso, fra gli amanti del detective si è soliti giocare al Grande Gioco, nel tentativo di provare che Holmes è davvero esistito e le sue storie sono state realmente scritte dal dottor Watson, cui Conan Doyle avrebbe fatto solo da agente letterario/pseudonimo.

Ad ogni modo, Il mastino è una lettura ovviamente piacevolissima, e indispensabile per ricordarci come i nostri stessi occhi siano testimoni inaffidabili e come i furbi e gli avidi possano usare la credulità del prossimo per (tentare di) arricchirsi.

Fun Fact del mese: lo stesso artificio narrativo che consente a Holmes di districare la matassa (ovvero ravvisare la somiglianza di uno dei personaggi con un ritratto appeso nella dimora) verrà poi usato da Agatha Christie nel racconto Il Natale di Poirotdove l’autrice stessa riconosce però di essere stata un po’ scorretta con il lettore, che non aveva a disposizione tutti gli elementi necessari a risolvere il caso da sé come invece avviene di solito nelle avventure dell’ex poliziotto belga.

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