Il WiFi è pericoloso?

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Di recente ha fatto scalpore la proposta da parte della nuova amministrazione comunale di Torino di limitare allo stretto indispensabile l’utilizzo del WiFi nei luoghi pubblici. La neosindaca si è preoccupata di specificare che si tratta di un orientamento di massima, e che la diffusione della connettività internet fa pure parte degli obiettivi di programma della giunta.

Iniziative simili, anche molto più specifiche, si sono ripetute nel recente passato, con limitazioni di vario tipo nelle scuole, e mozioni di indirizzo di varie amministrazioni locali. In particolare di recente, sempre in Piemonte, è stata proposta da Paolo Allemano al Consiglio Regionale una mozione poi votata all’unanimità. Lo scopo di quest’ultima iniziativa sarebbe quello di tutelare le persone elettrosensitive, cioè chi manifesta sintomi di vario tipo in presenza di dispositivi elettronici. Nella mozione si afferma che l’elettrosensibilità è una patologia riconosciuta, che diversi studi evidenzino come l’esposizione a campi elettromagnetici provochi disturbi neurologici, in particolare nei bambini, e che i medici concordino sulla necessità di ridurre le emissioni per prevenire questa patologia. Tutte queste iniziative si richiamano al “principio di precauzione”: finché non venga provata l’innocuità delle onde radio, meglio limitare, o evitare, le esposizioni.

Ma la posizione della comunità scientifica a riguardo è molto diversa. L’elettrosensibilità viene attualmente classificata come una patologia legata all’ansia. Numerosi studi in cieco (in cui cioè il soggetto non sa se è esposto o meno a campi elettromagnetici) hanno mostrato in modo univoco come i sintomi siano presenti indipendentemente dall’effettiva esposizione (es. qui una rassegna, e un articolo divulgativo sull’argomento). La scheda sull’argomento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità conclude che “la cura dei soggetti colpiti dovrebbe concentrarsi sui sintomi e sul quadro clinico e non sul bisogno che la persona avverte di ridurre o eliminare i campi elettromagnetici”. In generale l’enorme mole di studi sugli effetti dei campi a radiofrequenza non ha evidenziato nessun effetto neurologico. In ogni caso gli studi attuali si concentrano su possibili effetti a lungo termine dell’uso dei cellulari, mentre le esposizioni alle emissioni di ripetitori o di wifi, molto meno intense, non sono considerate pericolose dagli organismi protezionistici e dall’OMS. Il consigliere Allemano ha sottolineato come l’IARC abbia classificato i campi dei wifi come “possibili cancerogeni”. Ma questa classificazione si riferisce solamente all’utilizzo di cellulari, mentre lo stesso documento dell’IARC esclude ci siano indicazioni di pericolosità per  altre forme di esposizione, come ripetitori o wifi. Inoltre la classificazione indica solamente la possibilità di un rischio, la cui esistenza viene ritenuta comunque improbabile. La situazione attuale delle conoscenze sull’argomento è anche qui sintetizzata in una scheda dell’OMS.

La mozione si richiama a un documento dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa (Risoluzione n. 1815 del 27 maggio 2011), che ha contenuti simili. A sua volta questa risoluzione si basa su un documento, redatto dal deputato proponente, il quale è fortemente critico verso le posizioni dell’OMS su questo problema, ritenute viziate da conflitti di interesse. In particolare il documento indica l’ICNIRP, la principale associazione di categoria che raggruppa gli studiosi di radioprotezionistica, come una diretta emanazione delle industrie di radiocomunicazioni, mentre ritiene che avrebbero una una maggiore affidabilità le associazioni di cittadini preoccupati dalle emissioni. Occorre inoltre sottolineare come il Consiglio d’Europa sia un organismo comunitario con compiti generali di tutela dei diritti umani, e non abbia compiti legislativi, o normativi.

La mozione propone, oltre che la riduzione delle esposizioni, di informare la popolazione sui rischi connessi all’uso del wifi. Andando a leggere la scheda dell’OMS a riguardo, o la pagina dell’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro, che affermano che non sia mai stato trovato nessun effetto nocivo imputabile ai trasmettitori wireless, ci si chiede quali rischi si dovrebbe illustrare.

La mozione, o la risoluzione su cui si basa, propone di abbassare i limiti di esposizione a 1 milliwatt per metro quadro (mW/mq), con l’obiettivo di arrivare a 0,1 mW/mq. Per confronto gli attuali limiti italiani, facilmente rispettati dai wifi, sono di 0,1 watt/mq (cento-mille volte maggiori), i limiti internazionali, alle frequenze dei wifi, di diversi watt/mq. I primi effetti con una qualche rilevanza sulla salute si incontrano ad esposizioni superiori a 100 watt/mq. Abbassare i limiti ai livelli proposti avrebbe l’effetto di impedire praticamente ogni forma di comunicazione radio. Non sarebbe possibile rimanere nella stessa stanza in cui sia acceso un cellulare, o un access point wifi. Diventerebbe difficilissimo garantire la coperture alla rete cellulare. Paradossalmente questo aumenterebbe l’esposizione nell’unica situazione che attualmente desta qualche sospetto: i cellulari adattano la potenza con cui trasmettono alla potenza ricevuta dalla stazione radio base, e quindi espongono chi li usa a potenze più alte in zone con cattiva copertura. Chiaramente chi ha redatto il documento ha in mente solo le emissioni artificiali, a frequenze fino a 5-10 GHz e su bande di frequenza strette. Ma se si prendono alla lettera, e si considerano le emissioni in tutta la banda delle microonde (da 1 a 100 GHz) questi limiti sarebbero paradossali: ogni corpo caldo emette infatti onde radio (emissione termica), e l’emissione in questa banda di frequenza da un corpo a temperatura ambiente è di circa 0,1 mW/mq.

Ma anche se la pericolosità delle onde radio non è provata, non sarebbe meglio limitarle, o proibirne l’uso finché non se ne provi l’innocuità? Il problema di questa interpretazione del “principio di precauzione” è che non è mai possibile dimostrare l’innocuità di qualcosa. Il massimo che si possa fare è cercare effetti negativi, e non trovarne. Questo per le emissioni dei wifi è stato fatto, con i risultati che possiamo leggere nella relazioni di enti come OMS, IARC, Istituto Superiore di Sanità. E difatti il principio di precauzione, come correttamente enunciato, dice che la precauzione vada applicata quando esistono seri sospetti sulla nocività di qualcosa, ma manchi una conferma certa. E vada applicato per il periodo di tempo, limitato, in cui gli studi possano appurare se il serio sospetto sia o meno fondato. Se invece vogliamo una conferma certa di innocuità, dovremmo vietare assolutamente qualsiasi cosa. O, come viene spesso fatto, possiamo vietare, per “principio di precauzione”, qualsiasi cosa non ci piaccia, per qualsiasi ragione.

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