In viaggio con gli scettici: la botola per l’inferno a Lucca (Toscana)

Giacinto Gimignani , Miracolo della Madonna del Sasso, chiesa di Sant'Agostino, Lucca, ca. 1648. Foto degli autori.

Una rubrica dedicata ai presunti luoghi misteriosi del nostro Paese, dove ne raccontiamo le leggende e le verità. Ognuno con il proprio stile, gli autori forniscono una spiegazione storica e razionale per far luce su qualche oscuro mistero locale. Questa quarta puntata è di Marco e Riccardo Romboni del Cicap Toscana.

La chiesa di Sant’Agostino a Lucca e la Madonna del Sasso

Lucca, uno dei capoluoghi storici della Toscana, è un luogo dall’atmosfera medievale, ricco di monumenti affascinanti ed evocativi. La cinta muraria del XVI secolo che ancora circonda il centro storico è uno dei vanti di questa città e al suo interno accoglie, tra gli altri edifici caratteristici, numerosissime architetture religiose.

Fra queste, nella Piazza di Sant’Agostino è possibile visitare quella omonima, ricostruita nel XIV secolo su di un antico monastero agostiniano e sull’adiacente chiesa di San Salvatore in Muro (“S. Salvatoris, que d. in muro”, come riporta un documento del 1153), così chiamata perché costruita nelle vicinanze delle mura cittadine, sopra i ruderi del teatro romano che sono ancora visibili alla base del campanile [1].

La chiesa e il campanile di Sant'Agostino, Lucca. Foto degli autori.

La chiesa e il campanile di Sant’Agostino, Lucca. Foto degli autori.

La chiesa fu confiscata nel 1866 e divenne un magazzino militare. In seguito, nel 1959, fu restaurata e restituita al culto su interessamento della marchesa Margherita Fontanarosa, superiora generale delle Oblate dello Spirito Santo (o Istituto di Santa Zita), un istituto religioso femminile fondato per far visita ai poveri e agli ammalati e che in seguito si è dedicato anche all’educazione scolastica e catechistica dei giovani. All’interno della chiesa di Sant’Agostino è possibile trovare la salma della beata Elena Guerra (1835 – 1914), fondatrice della congregazione.

A destra, in una cappella laterale, è possibile ammirare l’affresco della venerata Madonna del Sasso. E’ una rappresentazione frontale a mezzo busto della Vergine che sorregge sul braccio sinistro il Bambino, il quale con l’indice e il medio destro accenna in atteggiamento docente e benedicente verso il volto della Madre, mentre nell’altra mano stringe un rotolo che può indicare i vangeli o un chirografo sul quale sono scritti i nostri peccati. Secondo la storica dell’arte Isa Belli Barsali la pittura è “un’opera mediocre e oggi assai rovinata di un pittore bizantineggiante del secolo XII” [2]. L’affresco si presenta, infatti, in uno stato di conservazione non ottimale e presenta all’altezza della spalla destra una sorta di buco, simile a un fiore sfrangiato.

Anonimo, XII sec.?, Madonna del Sasso, Chiesa di Sant'Agostino, Lucca. Foto degli autori

Anonimo, Madonna del Sasso; chiesa di Sant’Agostino, Lucca, ca. XII sec. Foto degli autori

Sotto l’immagine della Vergine, alla base della parete destra della cappella si trova una botola sigillata da una copertura in metallo.

E’ su questi due elementi che molto probabilmente è nata e si è diffusa la leggenda secondo la quale al di sotto della botola ci sarebbe una buca che porta direttamente all’inferno.

La leggenda del gesto sacrilego

La narrazione, che secondo l’erudito locale Daniele De Nobili (1582 – 1648) è attestata “solo dal 1400 in qua” [3], fu trasmessa in un primo tempo oralmente. Una delle versioni a stampa più antiche è quella riportata da un sacerdote lucchese, Cesare Franciotti (1557 – 1627), in un suo libro del 1613 [4]:

trovandosi dipinta pur’ una sacra Imagine di lei col Bambino in braccio, et accadendo che ivi per contra uno scelerato, et empio giocatore, per collera entrato in disperatione, tirò empiamente un sasso verso la detta Imagine, la percosse nella spalla, d’onde miracolosamente uscì sangue, di cui anco si vedono nella Imagine i segni, et le stille: Fù da pia mano con bambagia raccolta quella parte, che cadè abbasso, et fino ad hoggi si conserva in vaso decente [oggi perduto; ndA], e si mostra a chi vuole vederlo. Seguì però subito il castigo nella persona del sacrilego giocatore, per ch[e] la terra in quell’istesso luogo apertasi (come anco hoggi si vede) vivo lo divorò rimanendo aperta per ammaestramento de’ fedeli, et per segno della Divina giustitia.

Giacinto Gimignani , Miracolo della Madonna del Sasso, chiesa di Sant'Agostino, Lucca, ca. 1648. Foto degli autori.

Giacinto Gimignani, Miracolo della Madonna del Sasso, particolare: l’empio nella voragine, con testimoni soldati e cittadini lucchese; chiesa di Sant’Agostino, Lucca, ca. 1648. Foto degli autori.

Gli autori successivi registrarono poi altri dettagli: l’empio era un soldato, la Madonna fu vista dai presenti spostare il Figlio, che sorreggeva sul lato destro dalla parte opposta per proteggerlo dall’offesa [5] e lo scellerato fu inghiottito dalla voragine “poco a poco” non avendo mostrato alcun pentimento e non essendo quindi degno della clemenza della Vergine [6]. La sua ostinazione ha dato origine a un detto proverbiale in uso tra la gente della campagna lucchese: “Sei più ostinato dello sprofondato di Lucca”.

La denominazione dell’immagine

Al contrario di altre località e Santuari mariani d’Italia, nei quali il titolo di Madonna del Sasso deriva da apparizioni della Vergine sopra particolari rocce (come, ad esempio, per rimanere in Toscana, i santuari di Santa Maria del Sasso a Bibbiena nell’aretino o della Madonna delle Grazie al Sasso di Pontassieve nel fiorentino), o come sostituzione di luoghi ritenuti sacri e per questo ancora venerati anche dopo la cristianizzazione [7], nel caso di Lucca il titolo sembra sia stato associato all’effige come conseguenza dell’affronto operato dal soldato. Non sono però da escludere altre possibili spiegazioni, come il fatto che l’affresco sia stato dipinto sulle pietre del teatro romano (del resto, le carceri della città furono dette “del sasso” perché costruite presso i ruderi dell’anfiteatro) o, come già accennato, nasca in sostituzione di altri culti, e solo dopo la nascita della leggenda il titolo sia stato associato al gesto sacrilego [8].

La botola per l’inferno

Qualche anno fa, lo storico locale Umberto Palagi ha avuto modo di esaminare la buca, la cui apertura è protetta da una lastra di ferro incernierata: è di forma regolare ellittica, con il diametro maggiore di 51 cm e quello inferiore di 41 cm, con una profondità di 175 cm circa [9].

La botola e la lapide soprastante. Foto degli autori.

La botola e la lapide soprastante; chiesa di Sant’Agostino, Lucca. Foto degli autori.

Proprio sopra la botola è presente una lapide che recita

PROLUAT UT CULPAM DAT VIRGO

SANGUINIS UNDAM

AT CADIT IGNORANS IMPIUS

ESSE PIAM

che può essere tradotta con “per lavare la colpa, la Vergine emette il flusso di sangue, ma l’empio cade ignorando che lei è clemente” ovvero una versione della leggenda stessa che si concentra sull’effusione del sangue e sulla volontà di clemenza della Madonna.

A latere della leggenda, dalla prima metà del ‘600 sono documentati una serie di racconti legati al convento agostiniano che vorrebbero tramandare memoria di strani esperimenti con la voragine stessa. Daniele de Nobili scriveva, ad esempio, che i frati del convento di S. Agostino, su consiglio di un carmelitano, calarono una corda lunga più di cinquecento braccia, che ritirarono in superficie con segni di bruciature, e che spesso nella chiesa si diffondeva odore come di zolfo. Benedetto Giannotti (ca. 1558? – 1649), che del convento era stato più volte priore , menzionava invece una tradizione secondo la quale “molti volevano fare delle esperienze con legare cani, e con calare funi fino a 200 braccia, e tirarli su consumati fino all’osso” [10]. Proprio a proposito di quest’ultimo passaggio, aggiungeva che “i Padri antichi cavarono alcune braccia, e tirarono altrove la buca, acciò non andasse dritta” e non fosse più possibile calarvi niente dentro. La versione più accreditata ritiene però che la buca si trovi nella sua posizione originale [11].

La leggenda e i suoi equivalenti

La leggenda si collega con una tradizione medioevale, dove in ambito monastico nacquero fin dall’XI secolo delle raccolte di “Miracula Beatae Mariae Virginis” conosciute anche come Exempla mariani [12]. Si tratta di racconti che avevano lo scopo di suscitare timore e devozione tra i fedeli e che per questo contenevano spesso elementi che dovevano impressionare e intimorire la gente. Alcuni racconti avevano un fondamento storico in episodi realmente accaduti, mentre in molti altri casi la leggenda era completamente inventata.

Giacinto Gimignani , Miracolo della Madonna del Sasso, particolare: le carte da gioco; chiesa di Sant'Agostino, Lucca, ca. 1648. Foto degli autori.

Giacinto Gimignani, Miracolo della Madonna del Sasso, particolare: le carte da gioco; chiesa di Sant’Agostino, Lucca, ca. 1648. Foto degli autori.

Il tema della persona adirata, molto spesso un soldato, che dopo aver perso tutto al gioco sfoga la sua rabbia nei confronti di un’immagine sacra è molto comune. In Toscana si possono ricordare la Madonna delle Grazie (1514) e la Madonna di San Martino (1587) di Montepulciano nel senese. In Italia, anche qui come esempi, la Madonna del Popolo di Bologna e la Madonna dell’Arco di Nola nel napoletano, del 1450. Nella sola Lucca ci sarebbero stati altri tre esempi simili (in Santa Giulia, in San Martino e in Porta dei Borghi). Lo scopo di queste leggende era di limitare il dilagare delle bestemmie e del gioco d’azzardo, con particolare riferimento alle attività dei soldati durante il turno di guardia [13].

Quella della botola infernale nella chiesa di S. Agostino può essere quindi collegata alle altre leggende che tra il XII e il XIII secolo furono usate per quest’opera di repressione e, nonostante sembri derivare con ogni probabilità da un’invenzione priva di un qualche collegamento storico, presenta due elementi che ne hanno aumentato l’impatto nell’immaginario collettivo dell’epoca e ne hanno incrementato la fama e la venerazione da parte dei fedeli: il foro sulla spalla della Vergine e l’esistenza della botola. Mentre il primo può essere rintracciato anche in altre località, la seconda è invece una “traccia visibile” caratteristica del miracolo lucchese.

Gli elementi reinterpretati dalla leggenda

A questo punto, dopo aver contestualizzato la leggenda è ancora necessario trovare una motivazione per i due elementi concreti presenti.

Per quanto riguarda la presunta ferita sulla spalla della Madonna la spiegazione più plausibile è che il supposto buco sia in realtà una delle tre stelle che l’iconografia bizantina mette sul capo e sulle spalle di Maria a significare il noto dogma della perpetua Verginità ante, in e post partum [14]. Le altre due stelle sono probabilmente andate perdute durante i vari restauri, effettuati non sempre in maniera impeccabile, che hanno preservato solo la terza perché collegata alla leggenda, avendo perso il suo significato originale.

Per la botola non esiste una giustificazione certa. Tuttavia Umberto Palagi, con l’aiuto di un geologo, ha formulato l’ipotesi che fosse stata costruita per il deflusso dell’acqua, come nel caso di possibili inondazioni del fiume Serchio. Nel 1324, infatti, uno straripamento aveva causato la rovina dell’edificio sacro: attraverso quell’apertura l’acqua poteva invece defluire nelle sottostanti strutture del teatro [15]. Nel 1799, ironizzando forse su questo, una proposta giacobina dei Giuniori (uno dei due consigli legislativi della Repubblica democratica che aveva seguito l’occupazione francese) suggeriva di incanalare il fiume nella buca di S. Agostino per aiutare non solo la città e la campagna, ma anche gli stessi dannati dell’inferno che avrebbero così goduto di un po’ di refrigerio [16].

Le reali origini di questa leggenda resteranno molto probabilmente un mistero in mancanza di un testo agiografico preciso contemporaneo al suo sorgere da sottoporre a un’analisi filologica, folklorica, linguistica e stilistica. A prescindere però dalle origini è possibile collocarla perfettamente all’interno degli exempla mariani e soprattutto è possibile capire il suo forte senso civico all’interno della società dell’epoca. Invitava a fuggire la bestemmia quale offesa alla santità di Dio, e metteva in guardia i cittadini lucchesi, e non solo, dai pericoli del gioco d’azzardo invitando chi ricopre un ruolo pubblico a svolgere il proprio servizio e dovere nel rispetto delle leggi.

Gli autori desiderano ringraziare Giulia Maffucci e Roberto Labanti per la pazienza e il supporto che hanno dato loro durante l’elaborazione e per il materiale e gli spunti forniti, senza i quali l’articolo non si sarebbe mai concretizzato. Grazie anche a Anna Rita Longo per la traduzione della lapide e a Sofia Lincos per le revisioni.

Note

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