Speciale Vittorio Pesce Delfino: il ricordo di Giorgio Manzi

pescedelfino

Ho conosciuto Vittorio Pesce Delfino molti anni fa, quando io ero un giovane ricercatore e lui era già un maestro: maestro di morfologia, una figura un po’ a cavallo tra l’anatomo-patologo e l’esperto di informatica. In realtà, era un antropologo nel senso più profondo, complesso e poliedrico del termine.

L’ho sentito parlare in pubblico e mi ha subito affascinato. Sarà stata l’intelligenza acuta che traspariva dal suo sguardo, o l’altissima cultura, o le capacità affabulatorie, o anche quel sorriso malandrino e la sottile ironia sottesa a ogni frase.  Non deve essere stato nemmeno indifferente il suo aspetto, da monaco miniaturista venuto come per magia dal medioevo. Fatto sta che quel grande maestro di morfologia mi ha subito affascinato.

Non è certo mia intenzione ricordare qui il suo formidabile curriculum scientifico, mi basta dire che il prof. Pesce Delfino per me rimane sopratutto il vate della “morfometria analitica delle forma”:  un sistema logico-matematico e relativo hardware, internazionalmente noto con la sigla S.A.M. (Shape Analytical Morphometry), con innumerevoli applicazioni nello studio delle forme in diagnostica medica, nel monitoraggio territoriale e urbanistico, nei controlli industriali, nel restauro di opere d’arte, in ortognatodonzia, in ortopedia, in medicina legale e, soprattutto (dal mio punto di vista), nello studio e nell’interpretazione della documentazione fossile dell’evoluzione umana.

In questo (e non solo in questo) l’impresa scientifica di Vittorio Pesce Delfino fu assolutamente pionieristica. Trent’anni fa almeno, quando quello che oggi è normale – una normalità fatta di immagini in tre dimensioni e di sofisticati metodi di analisi nel campo della morfometria geometrica – non lo si poteva certo prevedere, mentre all’Università di Bari e nei laboratori del consorzio Digamma (la ben nota creatura di Pesce Delfino) c’era chi muoveva i primi passi proprio in questa ambiziosa direzione.

Pesce Delfino è anche conosciuto come lo studioso della Sindone e, forse ancor di più, per esser stato colui che ha coordinato per quindici anni lo studio e la valorizzazione dello scheletro di Neanderthal noto come “uomo di Altamura”.  Su quest’ultima sua impresa e sul sistema di monitoraggio denominata “Sarastro” io sono stato e rimango assai critico, ma non si può non vedere che l’intento era generosamente prudente, volto a preservare un reperto di straordinaria importanza, fino a che nuovi metodi di studio non ne avessero consentito lo studio, garantendone al tempo stesso la tutela.

Si tratta di quegli studi e di quelle azioni di tutela e valorizzazione che, oggi, proprio grazie ai progressi tecnici e metodologici che lo stesso Pesce Delfino ha contribuito a far nascere e a sviluppare, sono ormai diventati tanto possibili quanto opportuni.

Giorgio Manzi
Sapienza – Università di Roma

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