In viaggio con gli scettici: il bosco del Maometto a Borgone di Susa (Piemonte)

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Una rubrica dedicata ai presunti luoghi misteriosi del nostro Paese, dove ne raccontiamo le leggende e le verità. Ognuno con il proprio stile, gli autori forniscono una spiegazione storica e razionale per far luce su qualche oscuro mistero locale. Questa prima puntata è a cura di Enrica Matteucci e del CICAP Piemonte.

Nei pressi degli abitati di Borgone e San Didero in Val di Susa (TO) si trova il bosco “del Maometto” dove, secondo alcuni amanti del mystero, sarebbe possibile fare una passeggiata fra bassorilievi dedicati a dei pagani, altari druidici, mura megalitiche e templi solari legati alla leggenda della mitica città di Rama, oppure, secondo altri amanti del mystero, aggirarsi fra rappresentazioni di alieni, raffigurazioni di dischi volanti e grotte dovute a UFO crash di tempi remoti. Incuriositi da questi racconti abbiamo deciso di documentarci sull’origine e sulla diffusione delle diverse versioni della storia e non abbiamo resistito alla tentazione di andare a fare un sopralluogo.

Appena inoltrati nel bosco, sopra a un grande masso erratico, si incontra il primo manufatto: è proprio il “Maometto”, un bassorilievo di un’edicola (80 x 65 cm) contenente una figura antropomorfa con le braccia aperte a reggere due oggetti di difficile identificazione; ai suoi piedi un animale (forse un cane), sul frontone un’epigrafe, ormai semi-cancellata, scritta con lettere latine.

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Il “Maometto”. Foto di Luca Antonelli.

Una breve passeggiata nel bosco permette di osservare la presenza di numerosi muretti e piccoli ripari e, cercando un po’ nella fitta vegetazione, si scorge un secondo masso erratico, molto più piccolo, su cui sono state ricavate due forme rotonde: ruote solari o dischi volanti, o macine, a seconda del grado di scetticismo dell’osservatore.

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Il masso con le due grosse macine. Foto di Luca Antonelli.

Seguendo le indicazioni, si imbocca un sentiero che porta all’attrazione più suggestiva: la salita è breve, ma richiede attenzione (e un caschetto); dopo un tratto nel bosco si arriva a ridosso di una breve parete verticale (alta circa 3 m) su cui si sale grazie a gradini metallici (quelli utilizzati per attrezzare le vie ferrate). Si sale poi lungo una roccia inclinata su cui sono stati intagliati alcuni gradini; l’ultimo tratto di sentiero è ripido e coperto da uno strato scivoloso di frammenti minuti di roccia. Arrivati in cima si accede ad un’ampia cavità che si inoltra per una ventina di metri all’interno dell’affioramento roccioso. Sulle pareti si notano evidenti striature lasciate dalle lavorazioni, oltre a diverse macine non terminate (e anche qui c’è chi nel tempo ha voluto interpretarle come dischi volanti o ruote solari); da qui la vista sulla valle sottostante è molto suggestiva.

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La cavità con le curiose incisioni circolari. Foto di Enrico Croce.

La disamina delle fonti che abbiamo reperito ha consentito di appurare come la zona di Borgone e diverse altre località della Val di Susa siano state oggetto di campagne di scavi archeologici nel corso degli ultimi 50 anni (i primi sondaggi furono effettuati nel 1965 [1]). Un recente catalogo, redatto da esperti della Soprintendenza per i Beni Archeologici del Piemonte, riassume le conoscenze sui ritrovamenti nella valle [2] : qui il bassorilievo “del Maometto” è datato tra la seconda metà del II e la prima metà del III secolo d.C. e l’iscrizione è interpretata come una dedica al dio Silvano da parte di Lucius Vettius Avitus (nome citato anche in un’iscrizione conservata nel chiostro di una chiesa di Susa [3]). Una precedente interpretazione identificava nella raffigurazione il dio Giove Dolicheno a cavallo di un toro; questo culto era effettivamente diffuso nei posti di frontiera romani intorno al II secolo dell’Impero [4]. Tutte le fonti concordano su un unico punto: non si tratta di una raffigurazione del profeta Maometto e il nome tradizionalmente attribuito al bosco non è riferibile a un effettivo legame con i Saraceni: la raffigurazione antropomorfa e l’iscrizione sull’edicola ne escludono quest’origine.

Inoltre, le incursioni dei Saraceni che avevano il loro covo a Frassineto (l’attuale La Garde Freinet, nel dipartimento francese del Var) sono sì documentate nelle Alpi occidentali, ma tra il 921 e il 972 d.C. [5] : all’epoca il bassorilievo era già stato scolpito da secoli. Il nome che ha acquisito nel tempo è da legarsi invece alla profonda impressione lasciata nelle popolazioni locali da queste scorribande, che ha portato ad ingigantire la portata dell’impatto sul territorio e a utilizzare l’aggettivo “saraceno” per indicare qualcosa di “strano” o “diverso” [6](ci sono nelle Alpi Marittime molti esempi di “torri saracene” e “grotte del saraceno”). Il bassorilievo quindi è considerato enigmatico da ben prima che dilagasse l’attuale moda dei “luoghi misteriosi”; non è così invece per gli altri manufatti presenti in zona: la prima traccia da noi riscontrata nella stampa “di settore”, un articolo del 1972 della rivista «Clypeus» [7] , cita solo l’edicola, così come il catalogo redatto da Umberto Cordier [8](la cui prima edizione risale al 1996).

Nel corso degli anni la narrazione dei miti di questo bosco si è arricchita e diversificata: dapprima sono fiorite ipotesi fantasiose circa l’area dei rinvenimenti archeologici (molto citata la parete rocciosa a fianco del Maometto che presenterebbe delle “coppelle” [9]), ma soprattutto riguardo il masso erratico con le macine scolpite: la zona è descritta, da Giancarlo Barbadoro e Rosalba Nattero [10], come avente “connotati riferibili alla cultura megalitica che ha preceduto quella romana” e “un altare dedicato a tre grandi ruote solari”; il libro (del 2013) lega il sito alla leggenda della città di Rama, argomento su cui ritorneremo in questa rubrica, ma ancora non fa riferimento alla cava sovrastante.

La cava di Roca Furà entra nella costruzione di questo mito solo molto recentemente, con la rivisitazione della storia in chiave ufologica: la fenditura dell’ingresso della cava sarebbe dovuta allo schianto di un’astronave aliena: gli abitanti della zona avrebbero scolpito i “dischi” nella roccia a memoria dell’avvenimento. Questa è la versione riportata dalla rivista «Mistero» in un articolo del luglio 2014 [11].

La semplice osservazione dell’interno della cava evidenzia come siano ben più plausibili le indicazioni delle fonti storiche che legano il sito di Roca Furà all’intensa attività estrattiva, documentata già in età romana; per l’intera Val di Susa è nota in tempi storici la coltivazione di almeno quindici litotipi differenti [12], anche se attualmente lo sfruttamento è attivo solo per la Pietra di Bussoleno (gneiss fengitici) e il Granito di San Basilio (leucogneiss a tormalina). Fra le qualità non adatte come ornamento di opere architettoniche, ci sono anche i micascisti argentei estratti nei comuni di Borgone, Condove e Vaie, ottime per le mole da macina. La lavorazione era condotta sbozzando la pietra sull’affioramento e staccando la macina tramite l’infissione di cunei di legno, che venivano poi imbibiti di acqua [13]; osservando attentamente le pareti della cava sono ancora ben visibili le tracce delle diverse fasi descritte. Un’ipotesi, sostenuta dai componenti dell’Associazione Culturale Archeologica Valsusina [14], è che alcune di queste macine fossero frutto dell’addestramento dei “picapera” (termine con cui venivano designati gli scalpellini) e siano state abbandonate senza portare a termine la lavorazione perché non ritenute di qualità. Una seconda spiegazione è che non siano state terminate a causa della dismissione della cava; una curiosa testimonianza di un analogo trascorso è visibile nella vicina località di Banda (frazione appena oltre l’omonima Certosa): qui nel mezzo di un castagneto si trova un enorme blocco grossolanamente rifinito che avrebbe dovuto essere una delle colonne della chiesa della Gran Madre a Torino [15]; una volta evidente che il trasporto si sarebbe rivelato troppo impegnativo, il blocco è stato abbandonato lì, così com’era.

Questa nostra indagine ci ha consentito quindi di ricostruire la genesi delle teorie fantasiose sul bosco del Maometto, di ricostruire le diverse fasi della loro costruzione, di imparare qualcosa di interessante e documentato su un’attività economica che è stata di grande rilevanza per questa valle, nonché di passare una giornata molto piacevole fra i manufatti del bosco.

Note

  • [1] A.D.; Archeologi a Borgone studieranno il Maometto, in «La Stampa» 25 luglio 1967
  • [2] Federico Barello, Luisa Ferrero, Sofia Uggé; Evidenze archeologiche in Valle di Susa: acquisizioni, bilanci, prospettive di ricerca, in «SEGUSIUM», vol. 52 (2013), pp. 23-78
  • [3] Cesare Sacchetti; Memorie della chiesa di Susa. Briolo, 1788
  • [4] Gabriella Monzeglio; Maometto in Val di Susa, in «Taurasia», anno XX, n. 1 (2005), pp. 20-21
  • [5] Aldo Angelo Settia; I saraceni sulle Alpi: una storia da riscrivere, in «Studi Storici», 28-1(1987), pp. 127–143. http://www.jstor.org/stable/20565745
  • [6] Alessandro Barbero; Saraceni predoni immaginari, in «La Stampa» 13 febbraio 1998
  • [7] Roberto D’Amico; Maometto in valle Susa, in «Clypeus», vol. 39-2 (1972), pp. 30-31
  • [8] Umberto Cordier; Guida ai luoghi misteriosi d’Italia, Piemme, Casale Monferrato, 2004
  • [9] Massimo Centini; A Borgone c’è un Maometto dimenticato dai Druidi, in «Stampa sera» 4 dicembre 1986
  • [10] Giancarlo Barbadoro, Rosalba Nattero; La mitica Città di Rama, Keltia, Aosta, 2013
  • [11] Andrea Fabbri; La città perduta, in «Mistero magazine», vol. 18 (2014), pp. 80-83
  • [12] Erica Gabelli e Laura Fiore; Le principali pietre da costruzione e da ornamento in Valle Susa (Piemonte), in «Restauro archeologico», vol.1(2006), pp. 18-28
  • [13] http://www.provincia.torino.it/territorio/geositi/altri/borgone
  • [14] M.G.; ‘Mistero’ svelato: “Niente ufo, sono i picapera”, in «Luna Nuova» 13 gennaio 2013
  • [15] Erica Gabelli e Laura Fiore, art.cit.

L’immagine di copertina è di Enrico Croce.

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