Il raffreddamento globale degli anni ’70

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La presente traduzione è autorizzata da Skeptoid Media, Inc. sulla base dell’articolo originale a firma di Brian Dunning, pubblicato su SkeptoidCopyright Skeptoid Media, Inc. Si ringrazia Paolo Ripamonti per la traduzione.

Al giorno d’oggi, la maggioranza dei climatologi sostiene che la Terra si stia scaldando. Alcuni negano questa tesi e sottolineano come, negli anni ’70 dello scorso secolo, gli scienziati affermassero che il pianeta si stesse raffreddando, forse addirittura che stesse per entrare in una nuova era glaciale. Gli scienziati di oggi ribattono che non si trattava dei loro colleghi, ma dei mezzi di informazione. I negazionisti rispondono dicendo che non è vero e che, di fatto, il consenso scientifico negli anni ’70 suggeriva il raffreddamento. In questo caso, com’è possibile che la posizione odierna possa essere considerata affidabile? Una fazione dice “No, no, no, no” e l’altra ribatte “Ne so più io di te!”, solo per sentirsi dire “Non ne sai niente”… e tutto finisce in un nulla di fatto. Oggi ci infileremo i nostri pantaloni a zampa di elefante e torneremo negli anni ’70 per capire chi affermava che la Terra si stesse raffreddando e quanti scienziati, quelli veri, fossero d’accordo.

Quotidianamente, alcuni gruppi evidenziano come negli anni ’70 si dicesse che gli scienziati prevedevano l’arrivo di un’era glaciale. Questo è sostanzialmente corretto, in quanto erano molte le notizie al riguardo in circolazione. Nessuna “revisione storica” può cancellare la presenza pervasiva di queste notizie nei mezzi di comunicazione di massa. Per avere un esempio della percezione pubblica del fenomeno, considerate questo episodio (in inglese, ndt) del popolare show “Alla ricerca di” (in originale In Search Of) con Leonard Nimoy, intitolato: “L’incombente era glaciale” (in originale The Coming Ice Age) del 1978.

I climatologi ritengono che la prossima era glaciale si stia avvicinando. Secondo prove recenti, potrebbe addirittura giungere prima del previsto. Le temperature misurate alle stazioni nell’estremo Nord sono in diminuzione da trent’anni. Coste marine a lungo libere dai ghiacci, ne sono ora imprigionate tutto l’anno. Secondo alcuni climatologi, nell’arco di una vita umana, potremmo tutti trovarci a vivere la prossima era glaciale.

I siti di chi nega il riscaldamento globale contengono lunghe liste di articoli, da quotidiani e riviste degli anni ’70 (come questo e questo) che sbandierano l’allarme di un’incombente era glaciale. Ogni persona di buon senso che guardasse una di queste pagine arriverebbe alla conclusione che la scienza era molto sicura, all’epoca, che la terra si stesse raffreddando e che lo stesse facendo rapidamente. Dopo quarant’anni, sappiamo che le cose sono andate diversamente. Di conseguenza, sostengono i negazionisti, se gli scienziati si erano sbagliati all’epoca, perché dovrebbero aver ragione ora che sostengono il riscaldamento della terra?

Ricapitoliamo. È vero che tutte queste notizie apparvero nei mezzi di comunicazione di massa e in spettacoli televisivi come “Alla ricerca di”, ma – che ci crediate o meno – i media avevano, come hanno ora, la tendenza a riportare tutto quello che è nuovo in maniera sensazionalistica. I climatologi conoscevano già da tempo sia l’effetto serra che il riscaldamento prodotto dall’anidride carbonica, ma fino alla seconda metà del ventesimo secolo nessuno era riuscito ancora a costruire dei modelli predittivi. Nella seconda metà degli anni ’60, l’Università di Washington pubblicò alcuni studi sugli effetti raffreddanti degli aerosol solfati nell’atmosfera, che hanno la proprietà di riflettere la radiazione solare senza quindi farla giungere a terra.

Questo fu un colpo di scena e, d’un tratto, tutti iniziarono a testare gli aerosol solfati, un inquinante industriale che è anche causa di piogge acide. Forse ricorderete anche questa notizia, negli anni ’70. Gli effetti raffreddanti vennero aggiunti ai modelli climatici e, per un certo periodo di tempo, i climatologi si trovarono nel dubbio di quale dei due effetti si sarebbe rivelato quello dominante. Tutto questo bastò a creare titoloni sensazionalistici, e i mezzi di comunicazione si premurarono di fornirci una fonte di preoccupazione per tutto il decennio. Al di sotto della superficie, però, la reazione della maggioranza dei climatologi fu molto più controllata.

Per quanto vi fosse incertezza, nessuno si aggirava per le università esclamando: “Ehi, non capiamo il clima” e nemmeno “si sta raffreddando, arriverà un’era glaciale”. Piuttosto, si trattava di incertezza su quale tra due effetti antropici avrebbe prevalso nelle decadi a seguire: riscaldamento da CO2, oppure raffreddamento da aerosol solfati. Questa era una domanda valida, in quanto questi due effetti non si cancellano a vicenda, dato che si manifestano in momenti e posti diversi. Il raffreddamento da aerosol si verifica nelle zone sovrastanti agglomerati industriali nell’emisfero settentrionale, principalmente durante le ore di luce estive, mentre l’effetto serra non varia sensibilmente in base a luogo e orario. Le due forze, di fatto, si complicano a vicenda, invece di cancellarsi.

Negli anni ’70, quando queste scoperte erano appena state fatte, molti non erano certo se uno o l’altro effetto avrebbe avuto la meglio. L’esistenza dell’effetto serra era un dato di fatto indisputato, ma si temeva che il raffreddamento da aerosol potesse essere anche di maggior impatto, almeno sul breve termine. Andando all’origine, tutte le notizie sul raffreddamento globale possono essere quindi ricondotte a questo interrogativo.

Sempre negli anni ’70, molte nazioni iniziarono ad intraprendere misure drastiche per ridurre le piogge acide e le emissioni di solfati. Gli aerosol, quindi, si dispersero rapidamente e chi si chiedeva se il loro effetto potesse scavalcare il riscaldamento ebbe la risposta definitiva. Resta tutt’ora una variabile importante dei nostri modelli predittivi, ma non abbiamo più la preoccupazione, che si aveva negli anni ’70, che gli aerosol solfati possano causare un raffreddamento maggiore del riscaldamento da effetto serra.

Una buona misura dell’effettiva diffusione di questa incertezza negli anni ’70 viene da uno studio pubblicato nel 2008 nel Bulletin of the American Meteorological Society intitolato “Il mito del consenso scientifico sul raffreddamento globale degli anni ’70” (in originale, The Myth of the 1970s Global Cooling Scientific Consensus). Si tratta dell’analisi degli articoli climatologici pubblicati tra il 1965 e il 1979 nella letteratura scientifica, piuttosto che di quelli diffusi dalla carta stampata. Gli autori verificarono che il 10% degli studi predisse il raffreddamento, il 38% concluse che i dati a disposizione non fossero sufficienti per una qualsiasi previsione e il 62% predisse il riscaldamento globale. In altre parole, il 90% degli articoli climatologici pubblicati in riviste scientifiche negli anni ’70 non concludeva che un’era glaciale si stesse avvicinando. Sostanzialmente l’esatto opposto di quanto venne diffuso dalla stampa – il che non sorprenderà certamente chiunque lavori nella comunicazione scientifica.

Persino la Exxon, una delle maggiori compagnie petrolifere, era ben conscia – negli anni ’70 – che il riscaldamento globale causato dai propri prodotti avrebbe potuto avere effetti catastrofici. Come tutte le compagnie petrolifere, la Exxon assunse un battaglione di climatologi per aiutarla a stabilire una strategia, che aveva però  bisogno di sapere con tutta l’accuratezza possibile cosa il futuro potesse portare. Nel 2015, Inside Climate News concluse un’indagine, durata 8 mesi, su quanto la Exxon fosse consapevole negli anni ’70 del suo impatto, e su come l’azienda si sia comportata. Un memo interno della Exxon recita:

Il modello climatico ritenuto più affidabile al momento prevede che un raddoppio della concentrazione di CO2 nell’atmosfera produrrebbe un incremento della temperatura media di 2 o 3 gradi Celsius sulla maggior parte della superficie terrestre… L’analisi contemporanea suggerisce che l’uomo abbia da 5 a 10 anni prima di essere costretto a prendere decisioni drastiche riguardo a cambiamenti nella strategia energetica. (Black, 1978)

Gli scienziati della Exxon fecero del loro meglio per far comprendere l’importanza di questi studi alla direzione:

La motivazione per Exxon di dedicare fondi e personale è basata sulla necessità di stimare i possibili impatti dei gas serra sul business aziendale… Inoltre, il significato di portata internazionale dei programmi proposti avrà l’effetto di migliorare l’immagine pubblica di Exxon e si dimostrerà essere un grande valore in termini di relazioni pubbliche. (Shaw, 1978)

Per quanto mi riguarda, la prova più significativa dell’opinione della comunità scientifica negli anni ’70 è data dalla pubblicazione, datata 1977, della National Academy of Science, intitolata “Energia e Clima: studi di geofisica” (Energy and Climate: Studies in Geophysics). Si tratta di un imponente tomo, disponibile gratuitamente online se avete alcune ore (o settimane) da dedicarvi. Copre, in 10 capitoli, il consumo mondiale di energia, i cambiamenti climatici, i gas e particolati industriali, il trasferimento energetico negli oceani e la modellistica climatica e, in tutti questi settori, riporta studi sui livelli di CO2. I suoi 62 autori rappresentavano il gotha della ricerca climatologica statunitense.

Se possiamo considerare questo rapporto come un’oggettiva valutazione dello stato dell’arte delle conoscenze umane al tempo (e sostengo che questo sia il caso), allora viene naturale affermare che negli anni ’70 l’accordo era inferiore che ai giorni odierni. Dobbiamo, però, essere ben chiari su quanto fosse questo grado di disaccordo. Vi rimando a questo paragrafo dalla prefazione del report:

Si noterà come vi siano delle differenze nei risultati quantitativi dei modelli sviluppati da Revell e Munk, da Keeling e Bacastow e da altri, per la distribuzione dell’anidride carbonica in atmosfera, negli oceani e nella biosfera. Non è tanto importante che vi siano delle differenze, ma che tutti concordano su un possibile aumento, da quattro a otto volte, dell’anidride carbonica in atmosfera nella seconda metà del ventiduesimo secolo. La nostra miglior comprensione del rapporto tra l’aumento di anidride carbonica e le variazioni di temperatura su scala globale indica un corrispondente incremento di oltre 6 gradi celsius, con un aumento delle temperature polari di circa il triplo. Questo supererebbe di gran lunga le fluttuazioni dei passati millenni e avrebbe, di pari passo, un impatto rilevante sulle precipitazioni su scala globale.

Non c’era timore di un raffreddamento globale. Per nulla. Nemmeno un pochino di trepidazione. Certo, si discusse il raffreddamento da aerosol solfati e gli autori furono chiari nel dire che l’effettivo impatto non era ancora noto, ma non vi era il minimo sospetto che questo potesse smorzare l’effetto serra. Dopo quarant’anni abbiamo molti più dati, da molte più zone del mondo, e siamo stati in grado di restringere l’arco delle probabilità. La prefazione continua:

Qualora le stime preliminari dei cambiamenti climatici nella seconda parte del ventiduesimo secolo fossero convalidate, sarebbe necessario un preventivo riassestamento delle politiche energetiche su scala mondiale, in quanto, ben prima della data di riferimento, si saranno verificati cambiamenti climatici di rilievo in tutto il mondo.

Ecco qui, quindi. Certo, ci furono molte previsioni di un’imminente era glaciale nei mezzi di comunicazione durante gli anni ’70 e ci fu un certo grado di incertezza tra i climatologi, causato dalla mancanza di dati, ma le osservazioni fondamentali che ancora oggi dominano la climatologia – ossia che il riscaldamento globale si sta verificando e che è causato dalle emissioni di CO2 dovute ad attività umane – erano tanto reali allora, quanto lo sono tutt’ora. Che queste previsioni si siano ulteriormente rafforzate da quando Leonard Nimoy ci ammonì del contrario è un punto di forza della teoria, non una debolezza.

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