Speciale “Museo Lombroso”: Ha senso chiudere il museo?

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La “teoria dell’uomo criminale” oggi è stata ampiamente confutata dalla successiva ricerca scientifica; Lombroso – che si occupò anche di altro – arrivò alle sue conclusioni in merito a questa teoria lavorando su un numero di casi troppo esiguo, e non seppe bilanciare adeguatamente i campioni considerati, analizzati senza valutare il contesto specifico in cui i singoli individui esaminati erano vissuti. Le ricerche successive hanno evidenziato che, se l’ambiente e il corredo genetico possono influire sull’aspetto fisico, quest’ultimo non ha una correlazione con il comportamento, che è principalmente determinato dalla propria coscienza. Non è questo a fare della teoria una pseudoscienza, ma l’eventuale applicazione pratica, esistendo prove certe della sua infondatezza: «si tratta di un museo universitario» spiega Silvano Montaldo; «pur spiegando al visitatore i temi indagati da Lombroso e l’importanza che ebbero le sue idee, sottolinea gli errori da lui commessi e fa di questo aspetto un elemento di educazione museale. Un filmato, dedicato alla teoria dell’atavismo criminale, ne offre la confutazione e illustra al visitatore le caratteristiche del metodo scientifico e la costante rivedibilità di ogni assunto».

Il museo Lombroso è “razzista”?

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Strumenti di misurazione e lo scheletro di Lombroso: da misuratore a misurabile

Il museo illustra uno specifico periodo storico, in cui il razzismo era piuttosto diffuso; questo non significa che promuova o sostenga teorie razziste. È anzi sottolineato più volte, nel corso dell’esposizione, che le teorie di Lombroso fossero fallaci. Mentre è rilevabile la sottocultura razzista e discriminante da cui proveniva Lombroso, il museo non sostiene né incentiva alcuna interpretazione razzista, anzi: «un pannello dedicato permette al visitatore di conoscere i principali elementi di critica alle teorie razziste» spiega Montaldo, che segnala anche come il museo stesso sia impegnato in un progetto (“A ciascuno la sua faccia. Verso una cittadinanza tollerante e aperta alle diversità”) per diffondere una cultura antirazzista presso il pubblico scolastico.

Il museo Lombroso è macabro?

L’esposizione include alcuni reperti umani, compreso il celebre cranio di Villella – ancora oggetto di una contesa legale tra il comune di Motta Santa Lucia, che diede i natali al condannato, e il polo museale – e le ricostruzioni in cera di alcuni volti di soggetti “criminali”, completati con capelli e peli autentici; questo non rende automaticamente il museo un’esperienza “macabra”, per quanto il concetto di macabro sia influenzato dalle esperienze soggettive. Reperti umani relativamente recenti sono presenti in molti altri musei (inclusi il vicino museo di Anatomia Umana e l’esposizione “Body Worlds”), così come le ricostruzioni fedeli del corpo umano o di parti di esso (es. il museo della Specola di Firenze).

Ha senso chiudere il museo?

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Abiti di stracci tessuti con stracci da Giacomo Versino, internato nel manicomio di Collegno nella fine del XIX secolo

Se si vuole nascondere alcuni aspetti della realtà storica del periodo positivista, sì. Ma è bene ricordare che il museo espone chiaramente (fin dalla prima introduzione nel museo, nella sala di proiezione) le luci e le ombre del positivismo applicato alla criminologia, e permette di inquadrare tanto il grave errore alla base delle teorie di Lombroso, quanto lo spunto che il suo apporto, pur fallace, ha dato alla scienza criminologica nonché alle teorie sulla psicanalisi da parte di Freud e Jung.

L’importanza del museo è stata sottolineata in periodi non sospetti: «nel 1988» ricorda Montaldo «oltre un centinaio di intellettuali italiani – tra cui Giulio Bollati, Antonio Butitta, Franco Cardini, Alberto Cirese, Paolo Fabbri, Eugenio Garin, Vittorio Lanternari, Luigi Lombardi Satriani, Gianni Romano, lo storico della scienza Paolo Rossi, Tullio Seppilli – sottoscrisse un appello per la salvaguardia e la valorizzazione delle collezioni lombrosiane. Quel documento sottolineava già il valore europeo di questo patrimonio culturale».

L’esposizione torinese mostra anche la critica che Lombroso portò – avendone diretta esperienza professionale – al sistema carcerario dell’epoca, da lui ritenuto inutilmente crudele e inefficace, e la difficile vita dei carcerati, raccontata anche attraverso le iscrizioni sugli orci da cella.

In merito alla richiesta di chiusura dell’esposizione si è espresso l’International Council of Museums – organizzazione senza fini di lucro associata all’UNESCO e organismo consultivo del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite – sottolineando che «La restituzione dei resti (…), operazione peraltro non consentita dall’attuale Codice dei Beni Culturali, disperderebbe del tutto una memoria, certamente dolorosa, che fa parte della travagliata storia del nostro paese», ed evidenziando anche che lo stesso museo Lombroso indica, come propria mission, «l’impegno di negare la teoria dell’atavismo criminale e di mettere in evidenza gli errori di metodo che portarono Lombroso a fondare una scienza poi risultata errata». Anche la prestigiosa rivista scientifica Nature, che nel 2010 dedicò un articolo all’inaugurazione del museo, ha pubblicato un editoriale in suo sostegno nel 2013.


Speciale “Museo Lombroso”:

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