Speciale “Museo Lombroso”: Chi era Cesare Lombroso? Intervista a Matteo Borrini

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TORNA ALL’INTRODUZIONE DELLO SPECIALE

Cesare Lombroso – già medico militare nella campagna contro il brigantaggio, poi incaricato di Clinica Psichiatrica e Antropologia a Pavia (dove studiò la pellagra e il cretinismo), direttore del manicomio di Pesaro e infine ordinario di Medicina Legale nel carcere di Torino – è uno degli esponenti più importanti del positivismo italiano, che contribuì a far attecchire solidamente nella città simbolo della casa regnante. Dopo i successi conseguiti nella ricerca sulla pellagra, Lombroso si dedicò agli studi sulla criminalità: fu in particolare l’autopsia del brigante settantenne Giuseppe Vilella che, facendogli notare alcune anomalie nel cranio del soggetto (in particolare la famigerata “fossetta occipitale mediana”), lo spinse a teorizzare l’origine genetica del crimine, e la necessità del trattamento clinico-terapeutico come unica cura possibile al problema (pur considerando – solo nell’ultima parte della sua vita – la possibile influenza concorrente di fattori ambientali, sociali ed educativi).

Matteo BorriniProfessore di Antropologia Forense e presidente del corso di Laurea alla Liverpool John Moores University, visiting professor in Storia della Medicina alla Humanitas University – ci aiuta a capire meglio il personaggio “Cesare Lombroso”.

Chi era Cesare Lombroso?

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Cesare Lombroso

M.B.: Se vogliamo descrivere chi fosse Lombroso per i suoi contemporanei, dobbiamo osservarlo nel contesto in cui era inserito, e partire dalle conoscenze che aveva e a cui poteva accedere. Lombroso è uno scienziato del diciannovesimo secolo, coerente con quelli che erano gli sviluppi scientifici dell’epoca. Senza conoscere l’esistenza del DNA, intuisce alcuni principi dell’ereditarietà; ma soprattutto, come Alphonse Bertillon in Francia, sposta l’attenzione dall’uomo come “soggetto di misura” a “oggetto di misurazione”. Per la prima volta, si inizia a misurare l’uomo, togliendo l’uomo come pietra di paragone per misurare l’universo, e inserendolo nell’universo di ciò che può essere misurato.

Quali sono gli errori compiuti nelle sue teorie?

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Esempi di fisiognomica secondo Lombroso: “Rivoluzionari e criminali politici; matti e folli”

M.B.: Alla base della teoria di Lombroso sull’atavismo criminale (l’origine innata della criminalità), c’è famosa fossetta occipitale mediana nel cranio di Giuseppe Villella; il problema non è il fatto (la fossetta effettivamente è presente), ma la sua interpretazione: “se la stessa fossetta è presente nei bambini, allora Villella deve aver avuto un cervello che funzionava come quello di un bambino; e i bambini non hanno ancora sviluppato il senso morale”. La conclusione non è accettabile; un conto è parlare di pulsioni o aggressività, un altro è il senso morale, che va oltre la fisiologia. Secondo Lombroso, insegnamento e sviluppo cambiano la forma del cervello; e se è vero che la forma cambia, non avviene per quel motivo. Ma a Lombroso mancano gli strumenti: oggi, ad esempio, abbiamo le TAC e la risonanza magnetica funzionale, che ai suoi tempi non c’erano.
In merito alla fisiognomica (la pseudoscienza che associa il carattere di un individuo all’aspetto del volto, n.d.r.), Lombroso sostiene che l’uomo si è evoluto nel comportamento, e più indietro si va nel tempo, più era cattivo e violento, fino alla preistoria; e arriva a identificare le popolazioni africane come le più vicine all’uomo preistorico, stabilendone che l’aspetto – analogamente al caso del bambino e di Giuseppe Villella – sia un indicatore del carattere, per lui inevitabilmente criminale: ed è chiaro come oggi questo sia un giudizio razzista. A questo punto, Lombroso si mette a cercare e studiare i criminali, accumulando calchi e fotografie per classificare i tratti comuni, scoprendo dei tipi fisiognomici ricorrenti. Sbagliando, ragiona dal punto di vista biologico: “se queste caratteristiche sono comuni all’esterno, lo saranno anche dentro la mente”. Le comunità nell’Ottocento erano molto più chiuse di oggi, con regole rigide che difficilmente permettevano agli individui che lo componevano di uscire dal proprio contesto culturale e sociale; per questo erano anche piuttosto endogamiche (frequenti matrimoni all’interno dello stesso nucleo), e questo favoriva il ricorrere di caratteristiche fisiche e facciali da un lato, e il mantenersi di determinati comportamenti dall’altro. Questi due fattori non erano collegati fra loro, ma Lombroso non lo comprese; per noi è scontato che sia l’interazione uomo-ambiente a definire il comportamento degli individui, ma Lombroso analizza i fatti con i limiti dell’epoca, dovendo trarre da solo le sue conclusioni. Se sviluppa una teoria dovuta alla fisiognomica, è perché non ha i mezzi per capire l’importanza dell’educazione e soprattutto del perché si trovino certe caratteristiche: gli manca tutto il concetto di DNA e la sua influenza sull’aspetto fisico (e non sul comportamento).

Cos’ha lasciato alla criminologia moderna?

M.B.: L’interesse di Lombroso al volto, analogo a quello di Bertillon, fece sì che venissero fotografati i criminali, dando origine alla fotosegnaletica; ed è grazie a loro se oggi abbiamo la fotografia nei documenti, le ricostruzioni facciali e i software di riconoscimento avendo compreso ed apprezzato l’unicità del volto di ciascun individuo.


Speciale “Museo Lombroso”:

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