A che punto è la notte 22 – Messaggi dall’aldilà

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Con questa rubrica facciamo il punto sui mysteri di vecchia data, che esercitano ancora tutto il loro fascino pur essendo già stati smentiti e razionalmente spiegati. Oggi parliamo di alcuni celebri casi in cui sembrava fosse stato provato che la vita prosegue dopo la morte.

Fra le molte ragioni per cui l’idea di un aldilà è così attraente riveste un ruolo di primo piano la consolazione che questo comporterebbe: chi ci lascia se ne va solo in parte, può continuare a guardarci e magari persino a proteggerci o aiutarci da dovunque si trovi (avete mai letto Amabili resti, il romanzo di Alice Sebold, o visto il film che ne ha tratto Peter “Il Signore degli anelli” Jackson? Narra in prima persona la storia di Suzie Salmon, uccisa da un pedofilo a 14 anni, che prima di affrontare l’ultimo viaggio attende di vedere come e se la sua famiglia riuscirà a convivere con la tragedia. Bellissimi libro e film.)

Non è un caso se spiritismo, medium e channeler vari hanno da sempre basato la loro fortuna e il loro successo sulla promessa di parlare o far parlare chi non c’è più, come fanno ad esempio i celebri “medium detective”, che sono d’aiuto alle indagini quanto potrei esserlo io (di un paio di loro abbiamo parlato anche qui). Smascherare chi sostiene di parlare con i morti o con entità di un’altra dimensione è la grande battaglia da cui discende un po’ tutto lo scetticismo militante, soprattutto quello degli albori; ma che cosa ci sia dopo la morte, se sia davvero possibile continuare in qualche modo a vivere, è la domanda cardine dell’esistenza umana, ed è per questo che qualcuno ha deciso di applicare il metodo scientifico anche al proprio e altrui trapasso.

hhbessmom21 – Harry Houdini

Oltre ad essere stato forse il più grande escapologo di tutti i tempi, Houdini fu anche un fervente scettico e un vero e proprio “cacciatore di frodi”, dedicando gran parte del proprio tempo allo smascheramento di medium e spiritisti, svelandone trucchi e artefatti da prestigiatori.  Per me, uno degli aspetti più affascinanti della sua personalità fuori dal comune è l’essere stato uno dei primi debunker della storia e contemporaneamente grande amico di Arthur Conan Doyle, che a sua volta è stato il creatore del detective scettico per antonomasia e un credente dei più fervidi, pronto ad accettare qualsivoglia fuffaggine sovrannaturale gli venisse proposta (per questa volta sarò generosa e non citerò di nuovo le fatine di Cottingley).

La loro amicizia ebbe termine quando Houdini non volle credere alla moglie di Doyle, sedicente medium ella stessa, che gli portava un messaggio ultraterreno da parte della madre: un messaggio scritto in inglese con riferimenti alla religione cattolica da parte di una donna ebrea che parlava solo ungherese. Naturalmente Doyle rimase offeso dallo scetticismo dell’amico e i rapporti si interruppero. Ma quello che è particolarmente interessante nella vicenda è la presenza (in spirito) della madre del mago: Houdini infatti l’amava profondamente e le era legatissimo, e fu proprio a seguito della sua morte – avvenuta mentre lui era in tournée – che si avvicinò al mondo dello spiritismo e ne scoprì la fraudolenza. Fu anche per questo, quindi, che siglò un patto con la moglie Beatrice, detta Bess: se fosse stato possibile comunicare dall’oltretomba, una volta morto Houdini le avrebbe mandato un messaggio in codice concordato, che solo lei avrebbe potuto riconoscere.

Houdini morì la notte di Halloween del 1926 e Bess offrì 10.000 dollari a chiunque fosse stato in grado di metterla in contatto con lo spirito del marito: naturalmente fu sommersa di messaggi da ogni dove, e naturalmente si rivelarono tutti menzogne, almeno fino al febbraio del 1928, quando il veggente Arthur Ford dichiarò che il suo spirito guida era entrato in contatto con – guarda caso – la madre di Houdini, e questa mandava a dire una sola parola, “Forgive” (perdonare): pur facendo rilevare alcune imprecisioni, per esempio il nome con cui la donna si rivolgeva al figlio, Bess ammise che si trattava del primo messaggio con una parvenza di verità. Tuttavia,  in molti fecero notare come in un’intervista dell’anno precedente Bess stessa aveva dichiarato che una qualsiasi comunicazione da parte del marito avrebbe contenuto quella parola, ma Ford continuò a sostenere la propria versione, e l’anno successivo tenne una seduta spiritica a casa Houdini: in questa occasione, si manifestò il mago in persona, con il messaggio “Rosabelle, answer, tell, pray, answer, look, tell, answer, answer, tell“, che, secondo il codice concordato con Bess, significava “Believe”, credi.

Bess ammise di essere sorpresa dalla parola scelta da Houdini, ma il codice era corretto e noto solo ai due coniugi, per cui accettò di firmare un documento preparato da Ford in cui si dichiarava l’autenticità del messaggio spiritico. I medium avevano vinto ed è per questo che dall’oltretomba Houdini rinnegava la battaglia di tutta la sua vita? Non proprio.

houdini.seance.bess.wm 6Nel periodo in cui si svolse la seduta spiritica, infatti, Bess era convalescente da una caduta dalle scale e da una brutta influenza: le medicine la stordivano pesantemente, tenendola in uno stato di semideliquio, al punto da non ricordare che il codice che avrebbero dovuto conoscere solo lei e Houdini era stato in realtà pubblicato l’anno precedente nella prima biografia autorizzata del mago. Poco propensi a credere al medium, alcuni giornalisti invitarono Ford in casa di uno di loro, e pubblicarono un dettagliato resoconto del suo tentativo di corromperli perché non rivelassero che aveva ammesso di aver ricevuto il codice da Bess stessa e non certo dagli spiriti. Ford negò tutto, ma ormai l’inganno era stato svelato e non incassò mai i 10.000 dollari. Anni dopo, Beatrice – che a sua volta ha sempre sostenuto di non aver dato il codice al medium – riconobbe di essersi ingannata, Ford l’aveva presa in un momento di fragilità fisica e mentale, disperatamente desiderosa di credere che il marito potesse parlarle un’ultima volta.

Le sedute spiritiche durante la notte di Halloween continuarono fino al 1936, finché Bess non spense la candela che teneva accesa accanto alla foto di Houdini dichiarando che ormai era tempo di rinunciare. La tradizione è però rimasta viva fino ai giorni nostri e il 31 ottobre di ogni anno scettici, debunker e ammiratori del mago si riuniscono per celebrarne il grande lascito.

Execution by guillotine in Paris during the French Revolution. (Photo by Hulton Archive/Getty Images)2 – Le teste ghigliottinate

La storia della ghigliottina è nota a tutti: fu inventata dal dottor Joseph-Ignace Guillotin all’epoca del Terrore francese per dare una morte meno dolorosa ai condannati alla pena capitale. Corretto?

Falso. Macchine simili alla ghigliottina erano in uso già diversi secoli prima della Rivoluzione, per esempio nella Roma papalina. Guillotin si limitò a proporne la costruzione e adozione all’Assemblea Nazionale, con un discorso mal riuscito che provocò l’ilarità degli astanti e l’ira del medico, che da quel momento non volle più avere a che fare con la faccenda. E’ quindi piuttosto ironico che alla fine lo strumento abbia preso il suo nome, surclassando sia quello del progettista (dopo una brevissima stagione in cui in effetti sembrava essere diventato lui l’eponimo) sia quello del costruttore materiale.

Ad ogni modo, ci furono molte perplessità all’inizio sull’effettiva istantaneità della morte del condannato: in molti si chiesero se la persona non rimanesse cosciente dopo che la testa era stata spiccata dal corpo e più d’uno cercò di studiare le eventuali reazioni nei volti dei ghigliottinati. Celeberrimo è il caso di Charlotte Corday, assassina di Marat, il cui capo mozzato il boia schiaffeggiò violentemente, mentre le guance arrossivano e – secondo numerosi testimoni – sul volto si disegnava un’espressione di inequivocabile indignazione.

Ma si trattava pur sempre di fonti aneddotiche, bisognava trovare un modo scientifico per verificare che si trattasse di vera coscienza e non, ad esempio, di spasmi involontari, e chi avrebbe potuto farlo meglio di uno scienziato? Fu per questa ragione che il padre della chimica, Antoine Lavoisier, ormai inviso ai Rivoluzionari e condannato a morte (perché “alla Repubblica non servono scienziati”), chiese a un suo assistente di presenziare all’esecuzione: se gli fosse rimasta coscienza anche dopo la decapitazione, Lavoisier avrebbe continuato a sbattere le palpebre. E in effetti l’assistente lo vide chiudere e riaprire gli occhi una volta al secondo fino a quasi 30 secondi dopo la presunta morte, a riprova che una persona decapitata non muore davvero istantaneamente. Impressionante, nevvero?

Falso di nuovo. L’attribuzione dell’esperimento post-mortem a Lavoisier è piuttosto recente, e non se ne trova traccia né nelle biografie ufficiali né nei resoconti d’epoca. L’aneddoto però ha affascinato moltissime persone (ed è comunque invariabilmente associato al chimico francese), che hanno cercato di ricostruire l’origine della storia, scoprendo che in effetti un esperimento semi-scientifico è stato davvero condotto nel 1905 dal dottor Gabriel Beaurieux su un cittadino francese condannato per omicidio, Henri Languille. Nella relazione redatta da Beaurieux si legge che Languille aprì gli occhi voltandoli verso il dottore per due volte dopo essere stato chiamato per nome, con uno sguardo “a fuoco” e non vitreo come quello tipico dei morenti, proprio come una persona che fosse stata distolta dai suoi pensieri o in procinto di addormentarsi. L’esperimento durò in totale fra i 25 e i 30 secondi, la terza volta infatti Languille non reagì agli stimoli.

La questione della sopravvivenza cerebrale dopo la decapitazione è a tutt’oggi oggetto di dibattito nel mondo scientifico: la conclusione più condivisa è che il cervello rimanga cosciente al massimo per un paio di secondi, e tutte le altre reazioni siano da imputare a contrazioni muscolari peri- e post-mortem. Inoltre si ritiene che la decapitazione sia tutto fuorché indolore.

3 – Teresita Basatumblr_inline_nj6i47ZUT81t3ak4j

Il 21 febbraio del 1977 i Vigili del Fuoco di Chicago accorsero a una chiamata per l’incendio che si era sviluppato in un palazzo non lontano dalle rive del lago Michigan. Giunti sulla scena, scoprirono che le fiamme originavano da un materasso. Sotto il quale si trovava il cadavere di Teresita Basa, 47 anni, specialista in riabilitazione dell’insufficienza respiratoria presso l’Edgewater Hospital, uccisa con un coltello da cucina ancora piantato nel cuore.

La polizia non aveva molto su cui indagare, la donna non aveva nemici e conduceva una vita tranquilla, perciò il caso si arenò nel giro di pochissimo. Alcuni mesi dopo, tuttavia, una svolta imprevista costrinse i detective Joe Stachula e Lee Epplen a riaprire le indagini: erano stati contattati da un certo dottor Chua, la cui moglie Remy aveva informazioni interessanti  sul caso. Anzi, più che interessanti. Remy Chua infatti comunicò agli agenti che la sua ex collega Teresita era stata assassinata da Allen Showery, assistente all’Edgewater Hospital, fuggito portando via alcuni gioielli di famiglia della donna, che poi aveva regalato alla compagna.

Al termine dell’interrogatorio Showery confessò l’omicidio e anche il furto di gioielli: l’ignara fidanzata ne indossava due quando la polizia era arrivata per portarlo in Centrale.

Ma come aveva avuto accesso a queste e molte altre informazioni Remy? Secondo la versione raccontata dal dottor Chua, la moglie era caduta più volte in uno stato di trance in cui cominciava a parlare nel suo dialetto d’origine ma con una strana inflessione spagnola, e dichiarando di essere lo spirito di Teresita che cercava giustizia. Era stata lei a rivelare all’amica il nome del proprio assassino, ed era stata sempre lei a implorare il dottore perché si rivolgesse alle autorità.

Durante il processo l’avvocato difensore provò a sostenere l’innocenza del cliente affermando che la testimonianza di un fantasma non era sicuramente ammissibile in una Corte di giustizia, ma l’obiezione venne rifiutata, vista la confessione rilasciata dall’imputato al momento dell’arresto. Certo, un processo del genere avrebbe dovuto creare un significativo precedente negli annali, ma non è stato così: del caso Teresita Basa si trovano in circolazione più o meno sempre le stesse informazioni, a volte riportate in maniera imprecisa, ma più spesso copiate le une dalle altre, e non paiono esserci richiami in altri processi. Probabilmente perché nessuno, fra poliziotti e giudici, ha creduto mai veramente alla possibilità che sia stato un fantasma a parlare, ritenendo più probabile che Remy fosse venuta in qualche modo a conoscenza della colpevolezza di Showery, che prestava servizio nello stesso ospedale presso il quale lavoravano sia lei sia Teresita, e forse spaventata dall’uomo o per altre ragioni ignote, abbia scelto di inscenare la possessione spiritica per portare la polizia sulla giusta pista senza compromettersi in prima persona.

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