Di piramidi, di granai e di aspiranti candidati presidenziali

Con l’avvicinarsi delle primarie del Partito Repubblicano che permetteranno di designare il candidato dell’Old Grand Party per le elezioni presidenziali degli Stati Uniti d’America, non sorprende che prese di posizione, in specie se estreme, di questo o quel candidato raggiungano anche la stampa internazionale. E’ quanto sta accadendo in questi giorni con le affermazioni del miliardario Donald J. Trump, uno dei front-runner, ed è quanto era accaduto un mese fa, con la riscoperta di un vecchio intervento di un altro aspirante, Ben Carson, seppure in una posizione più defilata, quella solitamente dedicata alle stranezze.

Benjamin Solomon Carson è un afro-americano sessantaquattrenne; cresciuto in povertà, si è formato nelle università di Yale e del Michigan, ed è divenuto uno stimato neurochirurgo pediatrico presso il John Hopkins Hospital, l’ospedale universitario della John Hopkins School of Medicine di Baltimora, in Maryland, dove ha diretto fra il 1984 e il 2013 il relativo reparto. Deciso a divenire il candidato repubblicano alle elezioni del 2016, è sembrato avere qualche possibilità (tanto da essere ritenuto un front-runner), prima di scendere vistosamente nei sondaggi: quello diffuso ai primi di dicembre dalla Monmouth University e relativo al primo Stato in cui si andranno a contare i voti, lo Iowa, mostra un crollo dal 32% al 13% rispetto ad ottobre, dato confermato da un successivo poll Bloomberg Politics/Des Moines Register.

Nei mesi scorsi, alcune sue prese di posizione sui temi relativi alla ricerca scientifica e alle conseguenti decisioni politiche hanno fatto notizia: ha criticato il sistema della vaccinazioni e sembra essere un sostenitore dell’irrilevanza del global warming (ma non è chiaro cosa lui intenda per riscaldamento globale), argomenti che possono trovare consenso in un certo elettorato repubblicano come ricordano le analisi del think tank Pew Reseach Center di Washington, D.C. sui vaccini e, soprattutto, sul cambiamento climatico.

Ad essere ripresa dai media di tutto il mondo è stata però una vecchia incursione in ambito storico-archeologico, che richiede un passo indietro. Carson è un’esponente della destra cristiana, membro della Chiesa avventista del settimo giorno, una denominazione sviluppatasi negli Stati Uniti d’America nord-orientali nel secondo Ottocento. Proprio ad un evento accademico presso la principale università privata legata agli avventisti, l’Andrews University di Berrien Springs, in Michigan, nel 1998, l’allora neurochirurgo chiamato sul palco per tenere un discorso aveva anche avuto il modo di esporre la propria teoria sulla natura delle piramidi egizie: per lui sarebbero i magazzini per il grano costruiti da una figura descritta nell’Antico Testamento, quel Giuseppe di cui parla quella sezione del Genesi (37-50) nota come “Storia di Giuseppe” e datata nella forma corrente dalla maggior parte degli studiosi al massimo al periodo persiano (V secolo a.e.v.), decine di secoli dopo la costruzione delle piramidi più importanti:

“Durante i sette anni di abbondanza la terra produsse a profusione. Giuseppe raccolse tutti i viveri che furono prodotti nel paese d’Egitto in quei sette anni e li immagazzinò nelle città; immagazzinò in ogni città i viveri del territorio circostante. Così Giuseppe ammassò grano come la sabbia del mare: in così gran quantità, che si smise di contarlo, perché era incalcolabile” [Genesi 41, 47-49, versione Nuova Riveduta 2006].

Carson, che a suo tempo aveva argomentato l’ipotesi sottolineando il fatto che doveva pur esserci traccia di giganteschi magazzini descritti dalla Bibbia (mentre, invece, questa non parla delle Piramidi), dopo la riscoperta di quel discorso da parte di due giornalisti politici di Buzzfeed nel novembre scorso, ha spiegato alla CBS che quanto allora disse è ancora quanto in cui lui crede. Del resto, anche in altre occasioni legate alla sua confessione religiosa, Carson non aveva fatto mistero di credere in una letterale creazione in sei giorni oppure che l’evoluzionismo darwiniano è qualcosa di influenzato dall’”Avversario (c’è da dire, però, che, già a maggio, appena Carson ha annunciato la propria discesa in campo, la Divisione Nord-Americana della Chiesa avventista ha dichiarato la propria neutralità nella corsa alla nomination).

L’ironia e il sarcasmo dai quattro angoli del globo ha travolto per qualche giorno il politico statunitense, anche se probabilmente sono state altre le ragioni del suo rallentamento. C’è da dire, però, che molti commentatori hanno considerato l’ipotesi come farina del suo sacco; in realtà, Carson l’ha presumibilmente ripresa da una certa tradizione fondamentalista, ma si tratta di un interpretazione che ha una storia millenaria. Ad accorgersene, nei primi giorni, sono stati in pochi: fra questi il senior editor politico di The Atlantic Yoni Appelbaum, l’antichista Richard Fowler, l’autore scettico Jason Colavito e gli egittologi John Darnell (intervistato da Vanessa Barford per la BBC) e Mattia Mancini.

Una tradizione (più che) millenaria, dicevamo. Ne troviamo le prime attestazioni già nella tarda antichità, quando in alcuni ambienti si doveva essere persa la conoscenza sulla funzione reale delle piramidi; il processo di sacralizzazione del paesaggio porto allora alcuni a reinterpretarle in chiave biblica: si potrebbero qui citare Giulio Onorio (variamente collocato fra la fine del IV secolo e la metà del VI e.v.), Stefano di Bisanzio (VI secolo) e Gregorio di Tours (seconda metà del VI secolo). Proprio nella Cosmographia di Onorio, un testo scritto come ausilio per l’insegnamento, se ne conserva forse la prima traccia: qui le piramidi sono definite “granai di Giuseppe” (horrea Joseph). E’ solo però una delle ipotesi che dovettero circolare in quel periodo: Isidoro di Siviglia (VI-VII sec.) riportò correttamente la funzione sepolcrale nelle sue Etimologie. Nei secoli successivi, troviamo altri esempi dell’interpretazione di nostro interesse in opere latine, greche e arabe. E, infine, da un certo punto in poi, nelle lingue volgari. Per uno specialista della letteratura di viaggio medievale come Renzo Nelli 

non è difficile identificare il responsabile principale della straordinaria diffusione della spiegazione errata nel ‘solito’ Jean de Mandeville, che peraltro dà conto anche di quella corretta, ma solo per rigettarla immediatamente.

Gli Itineraria di Mandeville (chiunque questo sia stato), strano mescolamento della seconda metà del Trecento di pretesi resoconti di viaggio, invenzioni e plagi, ebbero in effetti una straordinaria popolarità con versioni in diverse lingue, e, di certo, costituirono un fattore determinante nel consolidamento dell’immagine delle piramidi come granai nella cultura dell’Occidente non solo medievale.

Nella penisola italiana l’immagine ebbe una certa diffusione, anche prima di Mandeville. Vediamone qualche esempio.

Fra il 1260 e il 1270, a Venezia, le maestranze addette alla realizzazione della decorazione musiva della cosiddetta “cupola terza di Giuseppe” nell’atrio della basilica di San Marco raffigurano sullo sfondo i granai come se fossero cinque piramidi in due delle otto scene che concludono il ciclo di Giuseppe, “Giuseppe raccoglie il grano” e “Giuseppe distribuisce il pane”, forse ispirati dalle miniature della “Genesi di Cotton”, un manoscritto purtroppo oggi in larga parte perduto, prodotto, pare, nell’Egitto del V-VI secolo.

Diversi decenni più tardi, il francescano Niccolò di Poggibonsi (1310/20-?) effettuò un pellegrinaggio oltremare che lo tenne impegnato fra il 1346 e il 1350. Nel 1349 si trovava in Egitto e potè osservare le piramidi:

Di fuori di Babillonia tre miglia, si sono li granai che di Faraone si chiamano. Gli fece fare Ioseph, figliuolo di Iacob, nel tempo che fu venduto in Egitto a Faraone : chè per la carestia che aspettava, secondo lo sogno di Faraone, elli fece fare quelli granai, secondo che per la Scrittura si truova, nel vecchio Testamento. Li granai sono VII, ma li quatro sono nel diserto molto adentro, e li tre sono fuori di Babilonia, che sono sì grandi, che venendo d’Allesandria, sì si vegono più di LX. miglia da lungi. Gli detti VII. granai sono fatti come diamanti, e dentro si a una grande casa, tutta di porfido di sopra e di sotto; e dentro si è una grande fossa molto profonda. E più volte gittamo pietre, e non udavamo quando cadevano, e parea grande scurità; e noi per la paura tosto ci partimo, imperò che lo torchietto si spegnea per lo grande vento, che indi uscìa; e altre cose sono, dentro e di fuori, le quali non contiamo. E sono larghi li due granai, ch’io li misurai, XLVIII. passi; e alti tanto, che pochi balestri vi gitterebbono in cima. [Edizione 1881. pp. 93-96]

Infine, nel 1384-5 è un gruppo di pellegrini fiorentini a recarsi in Terrasanta ed in Egitto. Tre di loro lasciarono un resoconto del loro viaggio. Partiamo da Simone Sìgoli che senza rendersene conto adattò il testo biblico (Genesi 41, 1-6) per far corrispondere il numero di spighe del sogno di Faraone al numero di granai/piramidi da lui effettivamente visti (sottolineatura nostra):

Andando fuori del Cairo circa a dieci miglia si trovano i granai di Faraone, e fecionsi quando Faraone avea sognato sette vacche grasse, e sette vacche magre, e tre spighe di grano piene, e tre vuote, di che Faraone volle sapere quello che questo sogno volea dire, di che Giuseppo glielo disse: Messere questo significa sette anni grande abbondanza e sette anni grande carestia; e pertanto, disse Giuseppo: messere, se voi volete essere uno grande signore fate grande provedigione di grano, e quando il tempo della carestia verrà, potrete sovvenire i popoli, e per questo diventerete grandissimo signore. Di che Faraone piacque molto la ragione che Giuseppo gli assegnò. Incontanente Faraone rimise a Giuseppo che facesse la detta provedigione, di che Giuseppe trovò modo d’avere d’ogni parte quanto grano potè avere, e in breve ne ragunò grandissima moltitudine di moggia, e questo grano si mise in questi granai. E sono de’ maggiori difici che mai si vedesse; e sono tre, ed è presso l’uno all’altro forse a una gittata di mano; e sono murati di grandissime pietre lunghe e grosse, e sono fatte appunto come i diamanti: è il ceppo loro da piede larghissimo e di sopra appuntato, e sono larghi per ogni faccia più di cento braccia, e sono alti bene una balestrata. E s’io ho bene a mente la larghezza loro da piede, secondo che noi misurammo colle braccia, per ogni faccia braccia 140: e ciascuno ha quattro facce; e ‘l grano si mise giù nel fondo; pensate che grandissima quantità ve ne dovette dentro capere. [Edizione 1829, pp. 23-25]

Proseguiamo con la più stringata versione (pp. 92-93 dell’) di Lionardo Frescobaldi (1324- fl. 1413) :

Di lungi al Cairo XIV miglia valicato il Nilo dalla parte di Babilonia, si trovano XII granaj di quelli che fece fare Giuseppe al tempo di Faraone Re d’Egitto ne’ dì della gran fame. Questi sono ancora in piè, e sono quadri e ritratti a modo di diamanti, e sono tanto larghi da piè per faccia quanto è la loro altezza, e girano intorno mezzo miglio, e sono molto sotterra; benchè di questi granaj fussino molti più. [Edizione 1818, pp. 92-93]

Infine ecco la versione (probabilmente la più “viva”) di Giorgio di Guccio Gucci (1348/49?-1392), che come ha notato Nelli è l’unico dei tre a sollevare qualche dubbio sulla funzione originale delle costruzioni (sottolineatura nostra):

E dapoi venerdì, a dì XIIII detto mese, andamo a vedere i granai di Faraone, i quali granai sono XV in ispazio di terreno di circa a XII miglia, e sono III a III l’uno presso all’altro. Questi granai, che sono di grande edificio, si dice avere fatti Faraone al tempo del gran caro, che fu al tempo di Giuseppo, bene che a vederli elli paiono più tosto cose fatte a una perpetuale memoria che a granai. Egli sono quasi tutti e XV fatti a una guisa, e sono ritratti a modo d’uno diamante, cioè con quattro facce e canteruti, ampi da piede e apuntati in cima. Sono alti catuno tanto che nullo balestro, sendo da piede, in sulla cima porterebe; e sono larghi per ogni faccia circa a braccia delle nostre quasi CCCLXXX, e noi ne misurammo uno intorno intorno, chi passeggiando e chi con mazza misurando; e gira catuno d’essi intorno intorno circa di mezo miglio. Havi una entrata a quello dove fummo, e così agli altri, a piè d’esso per uno uscio piccolo e istretto; e così per una via bassa e istretta si va insino al vano d’esso granaio. Ed è da piè grosso il muro circa di C braccia ed è di pietra, che sono per ogni verso e per ogni faccia parecchie braccia; e così simili pietre ha per ripieno, ed è per modo, che se il mondo bastasse più che non è bastato, mai quello lavorio di nulla si moverebbe. [Nelli, 2014]

Gucci non fu peraltro il solo autore medievale a sollevare dubbi sull’identificazione. Seguendo Nelli, possiamo qui citare come esempio quanto scrisse un secolo più tardi il canonico della cattedrale di Magonza Bernhard von Breydenbach (ca. 1440-1497), descrivendo il suo pellegrinaggio in Terrasanta del 1483 nelle Peregrinationes in Terram Sanctam (1486), in cui ridusse l’opinione ad una diceria popolare locale (dimenticandosi però che la stessa era sostenuta da viaggiatori europei come lui):

Al di là del Nilo scorgemmo anche molte piramidi, che un tempo i re d’Egitto facevano edificare sopra le loro tombe, delle quali il popolo dice che siano granai o depositi fatti costruire lì una volta da Giuseppe per metterci il frumento: ma è chiaramente falso, perché queste piramidi all’interno non sono vuote. [Nelli, 2014]

Ma fra gli accenni critici che ogni tanto riuscivano ad emergere e Mandeville, fu il secondo ad avere ancora per qualche tempo la meglio.

Per concludere, la curiosa affermazione di Ben Carson ci ha permesso una scorribanda nel passato, sulle tracce di un’immagine. Che è stata accolta ed utilizzata anche da alcuni nostri avi, quando si sono trovati di fronte ad una meraviglia dell’Antichità. Agli occhi della storia, la convinzione del candidato statunitense è risultata sbagliata; però, forse, è divenuta più interessante.

Immagine: Le piramidi-granai nei mosaici di San Marco a Venezia. Fonte: Wikimedia Commons

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