A che punto è la notte 17 – Fantasmi, ma non del tutto

Con questa rubrica facciamo il punto sui mysteri di vecchia data, che esercitano ancora tutto il loro fascino pur essendo già stati smentiti e razionalmente spiegati. Oggi parliamo di celebri fantasmi che nessuno ha mai visto.

Alzi la mano chi, da adolescente, non ha passato qualche spaventoso pomeriggio con gli amici seduti intorno a un tavolo a cercare di evocare un fantasma. Le lettere e i numeri scritti a penna su un foglio di quaderno, le candele raccattate nell’ultimo cassetto della cucina, le tapparelle chiuse, le luci abbassate, i genitori fuori casa, parecchia voglia di divertirsi e di sfidare la paura.

E (lo narro a beneficio dei giovani ascoltatori che oggi come minimo hanno una app per realizzare la Ouija) quasi sempre la questione si concludeva con un bello spavento dei partecipanti, perché potevate stare certi che prima o poi quel bicchiere si sarebbe mosso e avrebbe scritto qualcosa che nessuno intorno a quel tavolo poteva sapere, oppure le fiamme delle candele avrebbero ondeggiato in maniera anomala, o un angolo della stanza sarebbe diventato troppo freddo rispetto al resto della casa, o qualcosa avrebbe sfiorato i capelli della vostra amica. Era sistematico, scientifico, prevedibile come la cosa più prevedibile che vi possa venire in mente. Il potere della suggestione, unito ai micromovimenti involontari, congiunti al desiderio di credere sono una miscela perfetta per creare presunti eventi straordinari che aprano uno spiraglio su ciò che viene dopo la morte.

Perché, alla fine, l’idea stessa del fantasma a questo rimanda, al bisogno di placare “il terrore di qualcosa dopo la morte, il paese inesplorato dalla cui frontiera nessun viaggiatore fa ritorno” (si può forse non pensare a Amleto?), al desiderio di rivedere chi ci ha lasciati, per sentirci meno soli e addolorati, al tentativo di arginare la paura dell’ignoto più estremo. (O anche una forma di auto-difesa evolutiva.) E’ vero che in epoche passate, per esempio fra i greci e i romani, non necessariamente l’incontro con un fantasma era causa di paura e terrore, ma già con il Medioevo le apparizioni cominciarono ad assumere le caratteristiche che ci sono note e che si sono poi consolidate a poco a poco nell’età rinascimentale, per diventare un vero e proprio archetipo con l’avvento del romanzo gotico e dello spiritismo.

Oggi i fantasmi sono malinconici o spaventosi, e per lo più tornano fra noi per infestare i luoghi che li hanno visti morire di un’atroce morte ingiusta che impedisce loro di trovare pace, e per la quale chiedono ancora vendetta o pietà. Nel corso di questa rubrica, abbiamo toccato più volte l’argomento, parlando per esempio dei luoghi infestati o degli oggetti maledetti, ma la casistica è sterminata e c’è solo l’imbarazzo della scelta. Di seguito, una selezione del tutto personale di fantasmi-non-fantasmi, storie più belle che storicamente fondate.

tumblr_m6fp3loYMJ1r83mmno1_5001 – Bloody Mary

Maria I d’Inghilterra regnò dal 1516 al 1558, figlia di Enrico VIII e Caterina d’Aragona: sotto il suo regno, centinaia di protestanti furono condannati a morte e messi al rogo, al fine di re-instaurare la religione cattolica. Questa leggera inclinazione ad ammazzare gente come se non ci fosse un domani le guadagnò l’odio di molti, compresa la sorellastra e futura regina Elisabetta I, e il soprannome di Maria la Sanguinaria, Bloody Mary per l’appunto. (Nota artistica a margine: condannò a morte anche la cugina Lady Jane Grey, e la sua esecuzione fu immortalata in un quadro di straziante bellezza).

Vista la storia, alcuni riconoscono in lei la Bloody Mary che può essere evocata guardando il proprio riflesso in uno specchio poco illuminato e chiamando il suo nome tre volte (o tredici, a seconda delle versioni). In realtà, però, fra le due figure non pare esservi alcun legame, e questa evocazione allo specchio (catottromanzia) sembra nascere come un antico rituale popolare volto a mostrare alle giovani in età da marito il viso del futuro sposo.

Chi sia Mary, naturalmente, non è dato sapere, numerose e discordanti sono i racconti di persone che, a vario titolo, potrebbero tornare sotto forma di fantasma allo specchio: da Mary Worth, una strega di Chicago, all’altra Mary Worth, rimasta sfigurata in maniera così orribile da impazzire quando si rivide allo specchio, fino a Mary Stewart, la giovane seppellita viva il cui richiamo il padre non volle ascoltare. In Ohio, invece, qualcuno crede che sia l’infanticida che viveva a Mudhouse Mansion.

In epoca moderna l’evocazione di Bloody Mary è diventato una specie di gioco di società, non diverso dalle sedute spiritiche di cui sopra, con tanto di ironiche istruzioni sulle corrette modalità di svolgimento del rito, e che spesso si svolge durante i pigiama-party di ragazzine (e ragazzini). Un po’ come il Charlie Challenge che ha spopolato qualche mese fa. Tuttavia, un fondamento reale la leggenda di Bloody Mary ce l’ha: guardare lungamente un riflesso in uno specchio poco illuminato può causare lievi allucinazioni o una distorsione percettiva.

2- La piccola Annie di Mary King’s Closeannie1

Che per conformazione e clima la Gran Bretagna si presti piuttosto bene a fare da scenario per agghiaccianti ghost stories non è un mistero. Che la Scozia poi sia per gli spettri quello che la Florida è per i pensionati americani è altrettanto pacifico. Quello che personalmente però ignoravo del tutto è che sotto l’Edimburgo contemporanea ne esiste una sotterranea, rimasta inalterata più o meno dal 1600, e su cui è stata man mano costruita quella che conosciamo ora. E naturalmente, un posto del genere non può non ospitare una cospicua popolazione di spettri: la reputazione di luogo infestato è più o meno contemporanea all’epoca originaria, alcuni sospettano che le allucinazioni e le visioni potrebbero essere state dovute ai gas prodotti dalla vicina palude; tuttavia la fama più sinistra è legata all’epidemia di peste, quando – si racconta – il quartiere venne isolato dal resto della città e le persone furono murate vive in casa perché vi morissero senza diffondere il morbo. Ma lasciando un’aura malsana in tutta la zona.

Tutto sommato una storia abbastanza tradizionale, senza particolari guizzi, almeno fino al 1992, quando un medium giapponese sostenne di aver incontrato e parlato con lo spettro di una bambina, che gli aveva raccontato la sua straziante storia: malata di peste, era stata abbandonata dalla famiglia, e non aveva nemmeno potuto portare con sé la sua bambola. Il medium fece comprare una Barbie per la piccola Annie, promettendo che in questo modo lo spirito avrebbe trovato pace e più nessuno l’avrebbe visto.

Il che si è rivelato vero: nessuno ha più raccontato di aver incontrato Annie, ma i visitatori del Close, ora nota attrazione turistica, hanno preso l’abitudine di portare in dono anche loro un regalo alla bimba, peluche, bambole, pupazzi di ogni forma e dimensione, sebbene non vi sia alcuna traccia storica della sua esistenza. Molti sostengono che la camera è inquietante, che si avverte qualcosa di strano quando ci si trova all’interno: personalmente credo che essere osservati da centinaia di occhi di bambola possa avere un qualche ruolo in questa sensazione di disagio.

(C’è di buono che le offerte in denaro lasciate nella stessa camera vengono ogni anno devolute a un ospedale pediatrico.)

Cenci3- Beatrice Cenci

Lo so, ne ho già parlato in un episodio precedente. Ma siate comprensivi: sono nata e cresciuta a Roma, non distante da Castel S. Angelo, quei camminamenti illuminati d’arancione fra le acque nere del Tevere e il cielo notturno sono fra i primi paesaggi che ho imparato ad amare, e fin da piccola mi veniva detto di guardare bene, se per caso non vedessi apparire il fantasma della povera Beatrice.

La storia è simile a molti altri casi criminali dell’epoca: dopo una vita di vessazioni e abusi da parte del malvagio padre, Beatrice, i suoi fratelli e la matrigna ne organizzarono l’omicidio, cercando di farlo passare per morte accidentale. Durante l’indagine ordinata dal pontefice Clemente VII, tutti i membri della famiglia e il loro complice furono sottoposti a tortura fino a che non ammisero la congiura, reato per il quale furono ovviamente condannati a morte, in maniera più o meno truculenta. Oggi ancora si dibatte sull’effettiva colpevolezza o innocenza della giovane nell’esecuzione materiale dell’omicidio, ma come sia andata la storia conta relativamente: Beatrice è ormai il simbolo dell’innocenza violata dagli uomini e da una Chiesa troppo terrena.

Il racconto dell’esecuzione è celeberrimo: Orazio e Artemisia Gentileschi sotto al patibolo; Mastro Titta, il boia, che deve mettere mano alla spada per sedare i tumulti con cui i romani stanno cercando di impedire la morte di Beatrice; lei che arriva, bellissima, giovane, angelica, e con un gesto elegante pone da sola il capo sotto la lama; l’urlo inferocito che si alza dalla folla quando sopraggiunge la morte. Era l’11 settembre 1599. Da allora, ogni anno in quella data, il suo spettro compare su Ponte S. Angelo, reggendo fra le mani quella testa mozzata che due secoli dopo uno scultore francese portò via dalla tomba senza nome.

Di Beatrice oggi rimane il presunto ritratto attribuito a Guido Reni, ma del suo fantasma, che si dice essere sempre puntuale all’appuntamento, non esiste nessuna “prova” concreta, poche testimonianze, e nessuna immagine, foto o video. A tenere in vita la leggenda solo lo spirito di una città che cerca ancora giustizia per una delle sue vittime più amate.

fantasmabardi4- Il cavaliere di Bardi

Nell’antico castello di Bardi (Parma), fra il 1400 e il 1500, il prode condottiero Moroello, comandante della guarnigione locale, amava riamato la bella Soleste. Presto l’uomo dovette partire in battaglia, e ogni giorno Soleste lo attendeva ansiosa e spaventata per la sua sorte. Poi, finalmente, dall’alto della torre, la giovane vide un manipolo di soldati che cavalcava verso il castello: credette che Moroello stesse per tornare da lei, ma presto si accorse che quello era il vessillo del nemico. Dalla disperazione, Soleste si gettò dal torrione, cadendo ai piedi dell’amato Moroello, che tornava vittorioso sventolando le insegne nemiche in segno di  sprezzo. Naturalmente, anche lui non poté sopportare la tragedia e si suicidò per raggiungere Soleste. Da allora, il castello di Bardi è infestato dallo spirito del condottiero, e forse anche da quello della giovane donna, correnti d’aria fredda sfiorano il visitatore là dove non dovrebbero essercene, i residenti raccontano di cerchi di pietre che si compongono da soli, profumi e rumori.

Alla fine degli anni ’90, quindi, decisero di recarsi sul posto due appassionati di paranormale, Michele Dinicastro e Daniele Gullà, su queste pagine noti anche per essere gli autori delle registrazioni in cui si sentirebbe il pianto di Azzurrina di Montebello. Nel corso di diversi sopralluoghi, i due ricercatori scattarono numerose foto, sia con macchine normali sia con una “termomacchina” (a infrarossi): fu con questa che immortalarono una presenza in fondo a una scala. Gli approfondimenti successivi vi riconobbero la figura di un cavaliere inginocchiato, con ogni probabilità ferito al braccio, vista la variazione di temperatura che mostra una zona di colore diverso proprio a quell’altezza. Le foto suscitarono parecchia attenzione all’epoca, e i due ricercatori furono ospiti anche di numerose trasmissioni televisive.

Naturalmente, non tutti sono d’accordo con la loro teoria. Il CICAP ha condotto qualche esame sulla foto e ha concluso che in realtà la presunta figura umana diventa più o meno riconoscibile solo quando viene rielaborata a falsi colori e mostrata come tale, mentre nella foto originale, non manipolata, è presente solo una macchia informe. Inoltre, della storia di Moroello e Soleste non v’è traccia storica antecedente gli anni ’90 del secolo scorso. Personalmente, concordo con l’opinione di chi ravvisa nella foto più celebre un classicissimo caso di “pareidolia portami via”: per dire, a me l’ombra sembra pari pari Ned Stark in Game of thrones.

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5 – Tre scapoli e un bebè

Remake americano di un film francese di due anni prima, è un’innocua commediola come tante di quel periodo, che però strappava più di qualche risata (quantomeno allora. Non so se e quanto siano invecchiati certi film, a distanza di trent’anni: per verificarlo, uno dovrebbe rivederli, ma la vita è troppo breve e piena di ultime uscite). Il fun fact della settimana è che il regista era Leonard Nimoy, il nostro amato Spock.

Essendo stato un più che discreto successo al botteghino, tre anni dopo ne venne girato il sequel e fu allora che qualcuno si accorse dell’inquietante presenza che si intravede per un breve istante alle spalle di Ted Danson. Armati – immagino – di videoregistratori e tasti di pausa (sempre per i giovani che non hanno idea del concetto di “palinsesto” e “bisognava comprare le videocassette per rivedere un film”), nella sagoma riconobbero la figura di un bambino, dai tratti leggermente sfocati, che guarda in direzione degli attori sulla scena con un’espressione indecifrabile.

Per una volta, le voci di corridoio erano fondate: dietro la tenda c’è innegabilmente una figura umana. Si cominciò quindi a raccontare di un bambino morto nell’appartamento dove erano girati gli interni del film, forse suicida forse ucciso per sbaglio dal padre, di una famiglia che aveva lasciato la casa in preda alla disperazione, di una madre che aveva fatto causa alla produzione del film per non aver rimosso il fotogramma e impazzita di dolore nel vedere il fantasma del figlio… Per scoprire la verità non ci volle molto: si tratta in realtà di un cartonato dello stesso Ted Danson in abito elegante usato per la promozione del film. E l’appartamento è ricostruito in studio. Tuttavia, a distanza di quasi trent’anni la leggenda metropolitana viene ancora raccontata ovunque si parli di fantasmi: nessuno sostiene l’ipotesi di un “vero” ectoplasma, questo va detto, ma nessuno (me compresa, a quanto pare) rinuncia a mostrare quell’immagine che, ammettiamolo, la prima volta fa un certo effetto.

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