I Segnalibri 63 – Fine del mondo, Alieni, Uomo di Piltdown, ricerca poco coraggiosa

Siamo lieti di ritrovarvi tutti dall’altra parte schermo, scettici e in buona salute come sempre: significa che anche stavolta la setta apocalittica ha sbagliato vaticinio, e il 7 ottobre il mondo non è finito (di nuovo). Dovremo per forza rassegnarci ad accettare la data stimata dalla scienza per vedere scomparire la Terra così come la conosciamo, perciò appuntamento fra 7 miliardi e mezzo di anni.

Una delle obiezioni più frequentemente avanzate da quanti sono convinti che gli alieni visitino da tempo il nostro pianeta è che altrimenti non si spiegherebbe la grande quantità di avvistamenti, tutti raccontati quasi sempre in maniera molto simile. Il punto debole di questa posizione è nell’inaffidabilità delle testimonianze oculari, che devono fare affidamenti su una memoria per sua natura fallace e su un approccio mentale che non può mai essere del tutto scevro di bias. Lo racconta bene questo articolo, in cui si mostra come quello che i testimoni ritenevano con certezza essere un UFO fosse in realtà un rientro satellitare.

Quella dell’uomo di Piltdown è stata una delle più celebri (e meglio riuscite) truffe della storia: per quarant’anni, infatti, il mondo scientifico dibatté sui resti archeologici di un presunto ominide mai scoperto prima e solo negli anni ’50 la questione fu definitivamente archiviata come falsa. Tuttavia, il consenso intorno alla possibilità di un anello mancante nella storia evolutiva non era così unanime come siamo abituati oggi a pensare e già all’epoca del ritrovamento diversi studiosi ne avevano individuato l’origine fraudolenta.

Uno studio americano ha analizzato un database di 6 milioni e mezzo di pubblicazioni scientifiche in materia di biomedicina e chimica, per misurare il livello di innovazione degli stessi, scoprendo che più della metà invece si rifanno a temi e argomenti noti, senza cercare di trovare nuove domande. Questo probabilmente perché in tal modo è più facile ottenere la pubblicazione, che è essenziale per il progresso della propria carriera scientifica. Tuttavia, si interrogano i ricercatori, quanto diventa invece nociva al progresso della scienza quest’ansia da pubblicazione?

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