Fantasmi torinesi

E’ in tutti i bookstore online (compreso Prometeo, il bookstore del CICAP), il ventunesimo Quaderno del CICAP: “Torino mysteriosa. Fama (im)meritata?“, scritto da Ivo Maistrelli. Ne riposrtiamo un breve capitolo, relativo ai fantasmi della città.

Pur non essendo celebri come i fantasmi dei castelli di Inghilterra e Scozia, che attirano frotte di visitatori e di sedicenti ghostbuster, anche a Torino queste presenze ultraterrene sono al centro di numerose leggende. Molte sono recenti, anzi, recentissime, come quella dei fantasmi che infesterebbero il Castello della Rotta, a sud di Moncalieri: qui ci sarebbero addirittura schiere di fantasmi, di tutti i ceti sociali, ma se andiamo ad analizzare la bibliografia (vedi), ci accorgiamo immediatamente che tutti i libri che sono stati scritti su questo castello infestato risalgono al massimo all’ultimo decennio del secolo scorso e molti sono già degli anni 2000. Risulta evidente che la leggenda storica non esiste, che si tratta di una invenzione odierna fatta, probabilmente, per vendere libri e fare pubblicità al castello. E così anche oggi, con una certa regolarità, qualche esoterista nostrano ci rivela la presenza di nuovi fantasmi, nei luoghi più disparati.

In questo capitolo ci occuperemo delle storie che hanno origini più lontane, e sono entrate a buon diritto tra le leggende di maggior interesse della città. In via delle Orfane sorge un bel palazzo nobiliare, oggi sede dell’Opera Pia Barolo e della Fondazione Tancredi di Barolo con il Museo della Scuola e del Libro per l’Infanzia. È il palazzo fatto costruire dal conte Ottavio Provana di Druento, soprannominato dal popolino monsù Drüent, primo scudiero di Vittorio Amedeo II e suo consigliere a corte, alla fine del Seicento.

Palazzo Barolo, in via delle Orfane.

Palazzo Barolo, in via delle Orfane.

La costruzione fu molto dispendiosa, a causa delle idee grandiose del conte, e contribuì, assieme al vizio del gioco, a prosciugare le finanze di famiglia. Il conte aveva una figlia, Elena Matilde, che nel 1695 fu data in sposa al marchese di Costigliole, figlio del marchese Falletti di Barolo. Il matrimonio, pur combinato dai parenti, ebbe successo, e la leggenda dice che i due sposi si amassero profondamente. Ebbero tre figli. Ma il conte Provana, per i motivi detti sopra, si ritrovò nell’impossibilità di pagare la dote della figlia, ragione per cui la fece rientrare al palazzo paterno, allontanandola dal marito e dai figli. Elena Matilde non superò mai il dolore per questa separazione e, ormai non più lucida di pensiero, si gettò dalla finestra della sua stanza. Aveva 26 anni. La neve caduta quel giorno, il 24 febbraio 1701, attutì l’urto, per cui la poveretta agonizzò ancora per qualche tempo nell’androne del palazzo dove i servitori l’avevano portata. Naturalmente una fine tragica fa nascere la leggenda del fantasma della vittima, che si aggira nei luoghi della sua morte. Si narra inoltre che c’era già stato un segno premonitore della futura tragica fine della vicenda: nel giorno in cui si festeggiava il matrimonio di Elena Matilde, a Palazzo Barolo crollò improvvisamente lo scalone d’onore. Non si ebbero vittime, ma andò perduta una preziosa collana di perle che Madama Reale aveva prestato alla contessa.

Palazzo Barolo, un puttino delle finestre.
Palazzo Barolo, un puttino delle finestre.

E in più: sotto ogni finestra del piano nobile c’è un bassorilievo che rappresenta il viso sorridente di un puttino, opera del rimaneggiamento dell’edificio di Benedetto Alfieri. Ebbene, la leggenda dice che l’unico con il viso triste è quello della finestra dove si sarebbe gettata Elena Matilde. In realtà, molto probabilmente questa finestra non esiste nemmeno più: nel 1906, per raddrizzare la strada che sarebbe poi divenuta via Corte d’Appello, il palazzo venne “accorciato”, tagliandone una fetta dove probabilmente c’era l’appartamento della contessa. Infine, secondo la leggenda, il fantasma si sarebbe aggirato per il palazzo e avrebbe ispirato all’ultima marchesa dei Falletti di Barolo, Giulia (così avrebbe detto ella stessa), la fondazione dell’Opera Pia, in soccorso delle ragazze senza famiglia o ex carcerate o traviate, come si diceva allora, permettendo così a Elena Matilde di trovare finalmente la pace definitiva.

Un’altra storia di amore finita tragicamente è al centro della leggenda del fantasma della Dama Velata. Si chiamava Barbara Tatichef, era una principessa russa, sposata al diplomatico russo Aleksandr Beloselkij. Si stabilì con il marito a Torino nel 1792, quando questi fu nominato da Caterina di Russia ambasciatore presso la corte sabauda. Ma già provata da un aborto (secondo le cronache dell’epoca), si ammalò dopo le fatiche del viaggio e morì nello stesso anno. Era molto amata dal marito, il quale commissionò allo scultore Innocenzo Spinazzi, che operava a Firenze, una statua della moglie, rappresentata come una donna coperta da un velo, attraverso cui si possono intravedere le fattezze, appena accennate, del viso e del corpo. Fu sepolta nell’antico cimitero di San Lazzaro, all’epoca all’incrocio di via della Rocca con corso Cairoli. Aleksandr Beloselkij fece apporre la seguente epigrafe:

«Oh, sentimento! Sentimento! Dolce vita dell’anima. Quale cuore non hai mai colpito? Qual è lo sfortunato mortale cui non hai mai offerto il dolce piacere di versar lacrime, e qual è l’anima crudele che, dinnanzi a questo monumento così semplice e pietoso, non si raccolga con malinconia e non condoni generosamente i difetti allo sposo che l’ha innalzato?».

La statua che era sulla tomba della Principessa Tatichef, detta la <i>La Dama velata</i>.

La statua che era sulla tomba della Principessa Tatichef, detta la La Dama velata.

Quando il cimitero venne chiuso, la tomba fu trasferita in quello di San Pietro in Vincoli, e, una volta chiuso anche quest’ultimo, ne rimaneva solo la statua, ricollocata poi nel nuovo Cimitero Monumentale e di lì spostata ulteriormente alla Galleria d’Arte Moderna. La statua, dall’aspetto inquietante tipico di un fantasma, la vicenda dell’amore finito tragicamente e la bellezza stessa della donna fecero sì che sorgesse quasi immediatamente la leggenda del fantasma della Dama Velata. Al cimitero, si narra, si sentivano i suoi sospiri e la si vedeva passeggiare per le strade di Torino, che non aveva potuto frequentare da viva, facendo innamorare per la sua bellezza gli uomini che la incontravano, costretti a seguirla fino alla sua tomba.

La leggenda dei fantasmi nasce quasi sempre in rapporto a vicende di morti drammatiche, delitti efferati ed esecuzioni capitali, come abbiamo narrato sopra. Ma non solo: senza un adeguato funerale, nella tradizione popolare, l’anima del defunto si aggirerebbe nei luoghi della sua morte sotto forma di fantasma. Il problema del rito funebre non celebrato, che non dona pace al defunto e quindi crea problemi ai vivi, è presente praticamente in tutte le culture, fin dagli albori della civiltà (vedi, per esempio, i poemi classici come l’Odissea o l’Eneide). Anche a Torino, narra una leggenda, si ebbe un caso analogo: in via Mascara, nella zona medievale della città, una nobildonna avrebbe avuto un sogno ricorrente, ossia tre fantasmi che uscivano da altrettante bare e si aggiravano per gli scantinati del palazzo in cui viveva. Il sogno sarebbe stato tanto angosciante, nella sua ripetitività, che alla fine si sarebbe scavato nelle cantine, dove si sarebbero rinvenuti tre sacchi contenenti ciascuno un corpo. Data loro una regolare sepoltura, seppur le indagini non fossero riuscite a scoprire nulla sulla morte di queste tre persone, il sogno ricorrente non si sarebbe più verificato e il sonno della nobildonna non sarebbe più stato disturbato.

Come si diceva poc’anzi, i luoghi dove sono avvenuti delitti o esecuzioni hanno alimentato, da sempre, le leggende di fantasmi senza pace e di presenze inquietanti: attorno a piazza Carlo Emanuele II (nota ai torinesi come piazza Carlina1), dove fu sistemata la ghigliottina durante il periodo napoleonico, si aggirerebbero stuoli di fantasmi. Qualcun altro avrebbe individuato, invece, strane presenze all’Hotel Nazionale (oggi non più esistente) in piazza CLN: ma sapendo che l’hotel, durante l’occupazione tedesca, fu la sede della Gestapo a Torino dove molti partigiani e antifascisti furono torturati, e probabilmente anche uccisi, è facile per qualsiasi sedicente sensitivo affermare che lì ci sarebbero presenze ectoplasmatiche2.

Talvolta viene accertato che la presenza di un fantasma è… lo scherzo di un buontempone. Il caso più celebre di questo tipo, a Torino, è quello di via Bava. Siamo verso la fine dell’anno 1900, e nei locali di un’osteria, al numero 6, le bottiglie si muovono da sole, si rovesciano, sbattono tra di loro, esplodono, le suppellettili volano per la stanza, e “qualcosa” o “qualcuno” mette continuamente in disordine tutti i locali. Ne parla in un articolo il quotidiano La Stampa3, intervengono prelati, si muove perfino Cesare Lombroso, che in parte si attribuisce il merito di aver fatto cessare gli strani episodi. In effetti, nello stesso momento in cui viene licenziato ed allontanato un garzone dell’osteria, i fenomeni cessano repentinamente e non si verificano più. Lasciamo al lettore trarre le conclusioni sulla vicenda: dal canto nostro non crediamo ci siano dubbi sull’origine “umana” del fenomeno.

Anche molti personaggi storici contribuiscono ad ingrossare le schiere dei fantasmi che ci circondano. Citeremo un solo esempio. Per le stanze dalla reggia di Venaria Reale si aggirerebbe il fantasma di Vittorio Amedeo II, il primo duca sabaudo che ottenne il titolo di re. Soprattutto in giovane età, Vittorio Amedeo non godette di buona salute ed ebbe notevoli difficoltà nell’alimentazione. Fu per lui, narra la leggenda, che il panettiere di corte inventò il grissino, cioè del pane senza mollica, che veniva digerito molto meglio dal sovrano. Ed ecco che il nostro re, raccontano alcuni che asseriscono di aver visto la scena di persona, si aggirerebbe per le stanze della Venaria, a cavallo, brandendo a mo’ di spada… un grissino!

Il rapporto tra il mondo dei vivi e quello dei morti, da sempre, ha rappresentato una problematica complessa: il distacco del defunto dal mondo dei vivi risulta meno drammatico, se costui, in una qualche maniera, vive sotto forma di spirito, di entità incorporea, cioè possiede un’altra vita dopo la morte, tanto che in qualche occasione particolare, o per le sue vicende da vivo, può perfino mettersi in contatto con i vivi, così da essere ancora presente con loro. Il desiderio di entrare in contatto con gli abitanti dell’aldilà non diede soltanto vita a leggende, ma verso la fine dell’Ottocento sfociò in una teoria pseudoscientifica che vide tra i suoi maggiori esponenti l’antropologo Cesare Lombroso. Contemporaneamente però, questo rapporto rappresenta pur sempre qualcosa di incomprensibile, e perciò incute anche timore e paura. E così, mentre da un lato si cerca di entrare in contatto con tali entità, attraverso pratiche che vanno dalle sedute spiritiche alla psicofonia, dall’altro l’apparizione di un fantasma terrorizza l’involontario spettatore.

Noi crediamo che questa sia, alla fine, la ragione delle leggende dei fantasmi, degli spiriti, con tutte le varianti possibili e immaginabili, ma anche con tutte le ambiguità che ne derivano. La Chiesa stessa ne dà un esempio: “ricordati che polvere sei e polvere tu ritornerai”, si dice nella Genesi, formula che viene ripetuta durante il rito del Mercoledì delle Ceneri. Sembra una morte definitiva, inappellabile, ma poi la stessa Chiesa ci regala un’anima immortale, che ci fa sopravvivere, in un certo senso, e ci permette di sopportare meglio il trauma tutto umano della morte.

Note

1) Per la voce e le movenze effeminate del sovrano.
2) Spesso si fa confusione tra fantasma ed ectoplasma (dal greco: che sta fuori dalla forma normale): secondo le teorie parapsicologiche, il fantasma si manifesterebbe spontaneamente, mentre l’ectoplasma avrebbe bisogno di un medium per rendersi percepibile, come nel caso qui riportato.
3) Gli spiriti devastatori di via Bava in «La Stampa», 19 novembre 1900, pag. 3.

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