Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione

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Parola di scienziato. La conoscenza ridotta a opinione
AA.VV. (a cura di Francesca Dragotto e Marco Ferrazzoli)
UniversItalia Editore, € 14
pp. 308

Recensione di Ornella Quivelli

Ipse dixit. Letteralmente “lo ha detto lui”, questa formula perentoria, prima in uso nella scuola pitagorica poi ripresa nel Medioevo dai filosofi scolastici, troncava di fatto ogni obiezione. Bastava una parola del grande Pitagora o Aristotele, considerati all’epoca le massime autorità in campo filosofico e scientifico,  e non c’era discussione, era così e basta. E così avanti per millenni, fino alla Rivoluzione scientifica galileiana. Oggi quell’atteggiamento deferente, a volte anche estremizzato, e quella verticalità rispettosa della società, sembrano ormai solo un ricordo sbiadito, complici Internet e i mass media in un appiattimento generalizzato dei ruoli, in cui ognuno rivendica il diritto di dire tutto su tutto, spesso senza averne le competenze. Nel “villaggio globale” in cui l’informazione viaggia veloce senza limiti e filtri, la voce dello scienziato diventa, così, un’opinione fra tante e l’ipse dixit sembra di fatto sovrastato dal mormorio incessante della vox populi.

Quest’opera, a cura di Francesca Dragotto e Marco Ferrazzoli, docenti dell’Università “Tor Vergata” di Roma, riscatta degnamente la figura del divulgatore scientifico, fornendo una valida chiave di lettura di alcuni fra i più controversi ed esemplari fatti di cronaca in ambito medico e ambientale. In questa pubblicazione scritta a più mani, ciascun autore offre il suo punto di vista sull’argomento trattato, rendendo organica, attraverso la presenza di un filo conduttore, la frammentarietà di casi che sembrerebbero di per sé isolati. Per ogni capitolo, infatti, vengono evidenziati i pregi e le criticità delle tecniche comunicative adottate caso per caso, mentre il lettore viene accompagnato nella comprensione di fatti ben noti al grande pubblico, ma che per la loro natura complessa nascondono retroscena poco conosciuti ai non addetti ai lavori.

È il caso, questo, del tema delle vaccinazioni, più che mai attuale. Sebbene infondata e smentita dalle evidenze scientifiche, la leggenda della correlazione vaccini-autismo ha promosso, dalla fine degli anni ’90, un diffuso allarmismo e un panico generalizzato nella popolazione, con il conseguente incremento della mortalità per malattie che si consideravano ormai localmente estinte.

Quando poi in ambito medico si infiltrano pseudoscienze e pseudoscienziati, le ripercussioni sociali diventano pressoché drammatiche. Basti pensare, rispettivamente, al successo mediatico dell’omeopatia e del “metodo” Stamina che, seppure confutati e aspramente contestati dalla comunità scientifica, sono fra gli attori del panorama medico alla voce “medicina alternativa”. Non mancano le vittime tra coloro che, ormai senza speranza, si sono affidati a questi cosiddetti metodi alternativi che fanno dell’emotività la loro strategia vincente.

Proprio quello dell’emotività è il tasto su cui puntano spesso i detrattori della sperimentazione animale e i fanatici dell’animalismo. Emotività che se mal gestita sfocia nella pura violenza con conseguenze disastrose, come il caso del blitz animalista dell’aprile 2013 nello stabulario del Mario Negri di Milano. La “liberazione” di un centinaio di cavie, morte poco dopo fuori dal proprio contesto controllato, ha portato di fatto alla distruzione di dieci anni di ricerche e speranza per i malati di Alzheimer, Parkinson, autismo, sclerosi multipla.

In campo bio-medico – denunciano gli autori – spesso i casi sono veicolati da media non specialistici e da programmi televisivi che, cavalcando l’ondata dell’emotività, lasciano poco o per nulla spazio alla corretta informazione, presentando frequentemente singoli episodi non supportati da statistiche o dalla presenza di esperti che sviluppino adeguatamente le tematiche trattate. Tutto ciò contribuisce a creare disorientamento e confusione nello spettatore, come accade ad esempio nella questione alimentazione biologica vs. OGM oppure, in diverso ambito, nel dibattito sui cambiamenti climatici, confusione alimentata da posizioni contrapposte e visioni non sempre concordi nella stessa comunità scientifica.

Se si aggiunge l’elemento dell’incertezza, tipico in realtà della “buona” scienza, il quadro appare ancora più indecifrabile per il grande pubblico che dalla scienza si aspetta, invece, risposte certe ed immediate, anche quando le conoscenze non lo consentono. Basti pensare ad esempio a ciò che è accaduto a L’Aquila durante il terremoto del 2009, culminato con il processo ai membri della Commissione Grandi Rischi.

Il contesto, come evidenziano più volte gli autori, appare piuttosto articolato. Da un lato, banalizzazione, spettacolarizzazione, disinformazione da parte dei mass media, dall’altro analfabetismo scientifico diffuso nel grande pubblico che in assenza di competenze, fa sì che “a parlare siano la pancia o il cuore, più che la testa”. Non da ultimo bisogna tener conto di criticità insite nella comunità scientifica, come la tendenza alla chiusura e, talvolta, l’assenza di tecniche divulgative idonee.

Una possibilità di riscatto, tuttavia, c’è ed è suggerita dagli stessi autori. Bisognerebbe, infatti, riconsiderare e ripensare alla figura del divulgatore scientifico, adattandola alle tecniche comunicative più attuali e magari prendendo spunto dagli esempi positivi di comunicazione che non mancano, come testimoniato dal successo mediatico della scoperta del bosone di Higgs. Nel marasma di informazione, disinformazione, complottismi e infide “bufale” sempre in agguato, un timido dito sembra sollevarsi. Forse sarebbe il caso di riconcedere, una buona volta, la parola allo scienziato.

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