La teoria del tutto

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Con questa rubrica settimanale, curata da Alessandro Muré di fantascienza.com, ci occupiamo di argomenti legati ai rapporti tra scienza e fantascienza. Qui l’articolo originale.

La teoria del tutto, uscito nelle sale italiane il 15 gennaio, sta ricevendo ottime critiche, alle quali si sono aggiunte anche diverse candidature nelle categorie più importanti al premio Oscar. La mia opinione sul film non è così entusiasta.

Il film, com’è noto, è presentato come la biografia di Stephen Hawking, uno dei più grandi fisici del secolo. Ma in realtà è tratto dal libro Travelling to Infinity: my Life with Stephen, la biografia della prima moglie di Hawking, Jane Wilde. È corretto raccontare la vita di un uomo dal punto di vista di una ex moglie? È indubbiamente una scelta, come ogni scelta rispettabile ma anche criticabile. A mio avviso, il regista James Marsh e lo sceneggiatore Anthony McCarten avrebbero fatto un lavoro migliore se avessero filtrato il punto di vista della signora Hawking attraverso altre fonti, se avessero ricalibrato alcune parti. Lo sforzo non viene fatto, e quello che ne risulta è un film purtroppo fortemente incentrato sulla figura di Jane, in cui il dramma personale di Hawking viene quasi ignorato preferendo occuparsi dei sacrifici della moglie. E in cui in definitiva Hawking diventa ben presto solo un peso, se non addirittura il classico “savant” che ottiene tanti successi scientifici ma non è in grado di capire i problemi di chi gli sta attorno.

È comprensibile che quello che interessi dal punto di vista cinematografico non sia l’aspetto scientifico della vita dello scienziato ma quello umano: a 22 anni a Hawking veniva diagnosticata una non meglio identificata malattia del motoneurone, con un’aspettativa di vita di soli due anni, e con la degenerazione dei muscoli volontari che l’avrebbe portato entro breve tempo a perdere quasi completamente il controllo del proprio corpo. Nonostante questo handicap devastante Hawking è riuscito a elaborare teorie che hanno rivoluzionato la cosmologia, ha scritto libri bestseller, ha vinto innumerevoli riconoscimenti.

Come spesso accade in questo genere di film, soprattutto negli ultimi anni (vedi anche il recentissimo The Imitation Game su Alan Turing) la scienza, ciò che ha reso grandi le vite di queste persone, è appena accennata. Spiegare i rapporti tra fisica quantistica e relatività usando piselli e patate non è il massimo; si apprezza comunque il tentativo. Ma c’è davvero poco. Il problema del film, a nostro avviso, è che c’è davvero poco anche dell’aspetto umano di Hawking in questo film su Hawking. La persona di cui il film racconta la vita, in effetti, non è lo scienziato ma sua moglie. Eddie Redmayne è stato indubbiamente bravissimo nel tentativo di assomigliare fisicamente a Stephen Hawking. Dare espressività a una persona che è scarsamente in grado di controllare i propri muscoli facciali era certamente difficile, e Redmayne fa quello che può su una sceneggiatura che non gli chiede di esprimere nulla di davvero sofisticato.

Jane Wilde sposa Hawking quando la malattia è già stata diagnosticata. In quel momento ci si aspetta un drammatico periodo di sofferenza che avrebbe dovuto concludersi entro un paio d’anni con la morte di Hawking. Ma Hawking non muore; la malattia peggiora, ma passano gli anni e la vita va avanti. Come vive Hawking questo tempo in più concesso? Come vive l’incertezza, il non sapere se e quando smetteranno di funzionare i muscoli che regolano la respirazione? Non lo sappiamo. Hawking va in crisi, ovviamente, quando gli viene comunicata la diagnosi, spacca un po’ di cose, si chiude in se stesso, ma Jane riesce a recuperalo e decide di sposarlo. Seguono scene riepilogative in cui si assiste alla nascita dei figli, prima Robert, poi Lucy, i figli crescono, dei due anni di aspettativa di vita non si parla praticamente più. Ora è il momento di concentrarsi sulle difficoltà di Jane, che deve assistere il marito handicappato e tirar su due figli. Jane Wilde è stata indubbiamente eroica, ha sopportato un sacrificio enorme e ha tutto il diritto di essere sottolineato. Purtroppo questo va a scapito di quello che dovrebbe essere almeno il coprotagonista della vicenda, Stephen Hawking.

L’ingenerosità del film nei riguardi di Hawking cresce man mano che il film va avanti. Quando nel 1985 una polmonite rende necessaria la tracheotomia che lo porterà a perdere l’uso della voce, il dramma di quest’uomo con tante cose da dire e l’impossibilità di comunicare con l’esterno viene relegata a un paio di espressioni tristi, preferendo concentrarsi sulla forza della moglie che si sacrifica ancora una volta e si dà da fare in mille modi finché non riesce a procurare al marito il sintetizzatore vocale che gli permetterà nuovamente di parlare e scrivere. Una buona parte del secondo tempo è dedicata al rapporto tra Jane e Jonathan Jones, che la moglie conosce al coro della chiesa, e che diventerà il suo secondo marito.

Jones vivrà con gli Hawking dal 1979 al 1990, diventando sempre più intimo con la moglie, cosa che — secondo Hawking — diventerà sempre meno tollerabile per lo scienziato fino a portarlo nel 1990 a lasciare la moglie per andare a vivere con l’infermiera Elaine Mason. Questa parte è ovviamente controversa, ma quella del film è indiscutibilmente la versione della moglie. Jane ama Jonathan ma l’amore resta platonico, lei si sacrifica e lo lascia per dedicarsi solo al marito; all’arrivo dell’infermiera Elaine, basta qualche sorrisetto e Hawking si innamora e lascia la moglie.

Nella realtà, Jonathan ha vissuto con gli Hawking fino al 1990, l’anno del divorzio. Elaine è stata infermiera di Hawking per cinque anni prima di arrivare alla separazione di Stephen da Jane. Nel film la storia di Jane e Jonathan occupa almeno una mezz’ora, quella di Stephen e Elaine pochi minuti: il tempo, la passione a cui Hawking ha dedicato una vita di studi, viene usato nel film per farlo apparire uno stupidotto superficiale ingrato.

Della storia travagliatissima di Hawking con Elaine, che sposerà nel 1995 e da cui divorzierà nel 2006, e con la quale secondo più fonti vivrà una vita di vessazioni e persino violenze, non viene raccontato nulla. Al personaggio di Elaine, che all’epoca era sposata con due figli, non viene data nessuna profondità: rappresenta solo il viso carino per il quale Hawking decide di abbandonare la moglie.

Un argomento sul quale il film insiste molto è il rapporto di Hawking con la religione. Hawking è un ateo agnostico: in sostanza dal suo punto di vista l’universo è perfettamente spiegabile senza cercare le risposte nella divinità. Anzi, in qualche modo le sue teorie arrivano proprio a negare l’esistenza di dio, nel senso che spiegano l’inizio dell’universo senza la necessità di una creazione. Nel film, e chiaramente nel punto di vista di Jane, questo è un problema. È presentato come un problema nei rapporti tra Stephen e Jane, un problema fin dal loro primissimo incontro — Jane dice di essere cristiana della Cdi e Stephen deve farsi spiegare la sigla, “chiesa di Inghilterra” — e pian piano viene allargato sempre di più. Fino alla scena madre nel finale, in cui un giornalista chiede a Hawking come faccia a tirare avanti senza il conforto della religione, causandogli (nel film) una sorta di profonda crisi di coscienza.

Nel finale, Hawking e Jane osservano i loro figli, e Hawking dice “guarda cosa abbiamo fatto”. È la morale del film: alla fine buchi neri, l’origine dell’universo, la teoria capace di unificare relatività e fisica quantistica sono solo fantasie, quello che conta nella vita reale è l’aver cresciuto tre figli.

Silvio Sosio

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