La vertigine del complotto: segreti, sospetti e mistificazioni nell’ultimo romanzo di Umberto Eco

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Numero zero

Umberto Eco
Bompiani, 2015
pp. 218
€ 17,00

recensione di Marco Cappadonia Mastrolorenzi

In un saggio di alcuni anni fa, L’immaginazione cospiratoria, lo studioso di letteratura globalizzata Remo Ceserani affrontava il tema delle congiure di corte in età antica e delle cospirazioni politiche in età moderna (società segrete, massoniche, carbonare). Accanto alle trame storicamente documentate ecco manifestarsi la forma paranoica delle cospirazioni (soprattutto) postmoderne: l’ipotesi, l’illazione, l’idea che i fili della storia siano manovrati da trame occulte (teorici del cover up).

La storia è ricca di complotti scoperti; dal cesaricidio che il 15 marzo del 44 a.C. portò all’uccisione di Giulio Cesare, alla congiura de’ Pazzi che il 26 aprile 1478 condusse all’assassinio di Giuliano de’ Medici e al ferimento di Lorenzo il Magnifico, per poi giungere – in età contemporanea – al golpe Borghese che avrebbe dovuto impedire al partito comunista di arrivare trionfante al governo.

L’oggetto del nostro interesse, però, riguarda il cosiddetto complottismo paranoide, ovvero quell’atteggiamento piuttosto diffuso che porta a vedere cospirazioni ovunque e a pensare che dietro ogni evento e notizia esistano spiegazioni differenti da quella ufficiale, sempre fallace e mai attendibile.

Nel 1945 Karl Popper, nel famoso saggio La società aperta e i suoi nemici, analizzò il concetto di “teoria cospirativa della società” cercando una radice, un’origine culturale alla base delle teorie cospiratorie contemporanee. E la partenza si situa proprio alle origini della cultura occidentale: Omero concepiva il potere delle divinità in modo che tutto ciò che accadeva nella pianura davanti a Troia costituiva soltanto un riflesso delle molteplici cospirazioni tramate nell’Olimpo. La credenza negli dèi omerici – le cui cospirazioni erano responsabili delle vicissitudini della guerra troiana – è ormai venuta meno ed è stata sostituita da analoghi miti contemporanei. Le attuali teorie del complotto, dunque, rappresentano la versione moderna e tecnologica delle antiche credenze e al posto delle angherie degli dèi abbiamo i marchingegni delle case farmaceutiche, gli insabbiamenti dei governi, le deviazioni dei servizi segreti, le operazioni segrete dei militari corrotti e dei mercenari di morte pronti a vendersi al miglior offerente.

Il recente romanzo di Umberto Eco, Numero zero, edito da Bompiani, racconta proprio come può germinare una teoria del complotto che si inserisce all’interno delle crepe della storia e da essa trae linfa vitale per germogliare in tutta la sua paradossale assurdità.

In una redazione giornalistica raffazzonata e improbabile viene eseguito un esperimento di laboratorio per vedere come e se possa funzionare un foglio prima della sua pubblicazione. Dodici mesi di prova con la (quasi) sicurezza che il quotidiano non uscirà mai. La storia si svolge nel 1992 e affonda le sue radici in complotti, tragedie e misteri del dopoguerra, tra Gladio, la loggia P2 di Licio Gelli, il golpe Borghese del 1970, le Brigate Rosse (e quindi anche il caso Moro), la scomparsa (misteriosa?) di papa Luciani, i servizi segreti corrotti, lo spettro della Cia.

Il giornale deve funzionare come una macchina del fango tra ricatti e dossier di bassa lega, il cui vertice è rappresentato dal commendator Vimercate (che rimane per tutto il romanzo un’istanza narrativa) che usa bassi servizi e stratagemmi deplorevoli per entrare nei salotti bene dell’alta finanza, dopo una carriera come costruttore, produttore, proprietario di televisioni locali e traffici vari.

Il giornale si chiamerà Domani e il primo collaboratore del direttore Simei scriverà un libro sul lavoro svolto dalla redazione da intitolare Domani: ieri. In questo contesto quasi pirandelliano si muovono i personaggi della narrazione; come Lucidi, l’addetto ai dossier, Gaia, la giornalista esperta di “affettuose amicizie” che vivrà una storiella amorosa con il dott. Colonna (mai laureatosi) attraverso la cui voce narrante vengono presentati al lettore gli altri personaggi del racconto, tra vicende storiche, cospirazioni, notizie tendenziose e affari più o meno occulti.

L’attore (o attante) cui è legato il complotto dei complotti della storia è il paranoico catastrofista Romano Braggadocio, secondo la cui vertigine patologica a essere stato ucciso dai partigiani, il 28 aprile 1945 a Giulino in provincia di Como, non sarebbe stato il capo del fascismo Benito Mussolini ma un suo sosia, e su questa ipotesi rilegge la storia italiana fino al golpe Borghese con un finale macroscopico nella sua follia della cospirazione.

In una Milano allucinata e straniata Braggadocio cerca la sua personale affermazione giornalistica mescolando eventi storici, allusioni paranoiche e visioni apocalittiche fino ad arrivare all’apparente deus ex machina dello scioglimento narrativo: ma l’omicidio di quest’ultimo confonde e intorbida le acque in cui si sono sviluppati fatti e misfatti del nostro paese. E una trasmissione televisiva della BBC sembra provare i legami tra le grandi stragi terroristiche degli anni di piombo e la classe politica italiana, tra l’assassinio (per forza plausibile in questa bagarre) di Giovanni Paolo I e un reboante rientro di una dittatura fascista con implacabili segreti di stato.

In questa baraonda si fondono e si confondono realtà e finzione, cospirazioni paranoiche e fatti storici, plausibilità giornalistica e patologie sociali, in un’Italia dove «se ti siedi in pizzeria temi che il tuo vicino sia una spia dei servizi, o stia per uccidere il nuovo Falcone, magari facendo scoppiare la bomba mentre tu passi di là».

Umberto Eco esegue, quindi, una lucida analisi di una fenomenologia del complotto nelle diverse angolazioni possibili, con le sue importanti implicazioni di natura psicologica, sociale, storica, senza rinunciare all’ironia come sottile fil rouge.

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