Clima, scienza, sapere e decisioni

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Articolo originariamente pubblicato su SPS n 307, gennaio 2014. Si ringrazia Paolo Marco Ripamonti per la traduzione.

Questo testo è stato adottato dal Consiglio di Amministrazione dell’AFIS (dicembre 2013). Torneremo su questo argomento nei prossimi numeri e, resta inteso, i contributi dei lettori sono benvenuti!

La scienza si occupa della verità. Le teorie scientifiche devono dimostrarsi conformi alla realtà. Non sono, dunque, nè la democrazia, nè il principio di maggioranza che permettono di convalidare, ma il metodo scientifico fondato sulla riproducibilità degli esperimenti e sull’osservazione a posteriori delle predizioni teoriche.

Tuttavia, ai nostri giorni, la risoluzione di numerosi problemi al confine tra scienza, tecnologia e società e la presa di decisioni riguardo a questioni articolate necessitano, di fatto, di considerazioni tecniche o scientifiche, per le quali è impensabile aspettare che la conoscenza sia definitivamente consolidata. I tempi della scienza, che possono essere decisamente lunghi, non sono quelli delle necessità decisionali.

Il cambiamento climatico costituisce un buon esempio. Più in generale, tutte le decisioni di carattere ambientale e sanitario devono appoggiarsi su un livello di conoscenza spesso imperfetto, senza che sia sempre possibile attendere la disponibilità di un livello ragionevole di certezza.

Il ruolo della competenza

O meglio, il ruolo delle conoscenze scientifiche. Per essere rilevante, deve essere esercitato da esperti competenti in materia.

Deve essere fornito da un servizio pubblico che assicuri il più alto grado possibile di indipendenza ideologica e la maggior trasparenza in termini di conflitto d’interessi. Deve essere chiaramente separato da chi prenda decisioni, lasciando a questi ultimi un ruolo indipendente. In effetti, la condotta degli affari pubblici trascende il campo politico e deve prendere in considerazione numerose altre dimensioni: economiche, sociali, politiche, etc. Contrariamente alla scienza e alla conoscenza scientifica, la politica è questione di scelte, di valori e di interessi. È assolutamente auspicabile, dal nostro punto di vista, che le decisioni politiche facciano affidamento sulla scienza e sulla competenza, piuttosto che contraddirle o ignorarle, ma non devono confondersi ad esse. Il sapere scientifico non dice cosa sia necessario fare, si limita ad indicare cosa sia, cosa non sia, cosa potrà accadere nel futuro e tutto questo con le incertezze proprie allo stato della conoscenza disponibile al momento del bisogno. Logicamente, il ruolo delle agenzie sanitarie o ambientali è quello di rilevare lo stato di consenso scientifico in un dato momento, per chiarire le scelte politiche necessarie.

Pertanto, a differenza del processo di verifica delle teorie scientifiche propriamente dette, la competenza scientifica concerne le nozioni di consenso, di maggioranza, di conoscenza generalmente accettate dalla comunità. Come potrebbe essere altrimenti?

Questo consenso, questo stato di conoscenza, non impedisce che la scienza progredisca, si affini, rimetta in discussione, a volte, concetti che sembravano dati per acquisiti. Questo processo viene, però, implementato dalla comunità scientifica tramite un proprio metodo: pubblicazioni scientifiche, riproducibilità dei risultati, conferma, confutazione, analisi dei dati, convalida… È il metodo che risulta essere il più affidabile, malgrado tutti i pregiudizi che si riscontrano in merito a come lo si metta in opera all’interno delle società umane, che non sono fatte solamente di logica, ma anche di immaginazione, passione ed interessi.

La decisione politica

La decisione politica deve essere effettuata democraticamente. Le conoscenze rendono più chiaro il soggetto, ma non indicano cosa sia meglio fare. Mescolare gli ordini, ossia suggerire che la scelta di una particolare decisione sia dettata da imperativi scientifici, o – viceversa – che la valutazione propria dell’esperienza scientifica sia legata a considerazione politiche, economiche o sociali, non può condurre che al discredito generalizzato. Discredito della competenza scientifica che si trova ad essere strumentalizzata e discredito della rappresentanza politica che rifiuta di assumersi le proprie responsabilità.

E cosa c’entra il clima?

Lo stato dell’arte

La questione del cambiamento climatico illustra perfettamente non solo la necessità dell’approccio presentato dinnanzi, ma anche i rischi che si corrono non seguendolo.

Il Gruppo 1 dell’IPCC (comitato internazionale sul cambiamento climatico, NdT) ha appena rilasciato la quinta relazione: la sua missione si focalizza sulla valutazione degli aspetti scientifici dei sistemi climatici e dell’evoluzione del clima. Questa relazione (si veda Climate Change 2013, in Inglese) conferma l’osservazione di un riscaldamento globale: “ciascuno degli ultimi tre decenni è stato successivamente più caldo a livello della superficie terrestre che tutti i decenni precedenti a partire dal 1850” (pagine 2-38). Constata l’incremento della concentrazione di gas serra: “nel 2011, le concentrazioni atmosferiche di diossido di carbonio sono superiori del 40% rispetto a quelle antecedenti al 1750, quelli di ossido d’idrogeno del 20% e quelle di metano del 150%” (pagine 2-13). Mette in evidenza il ruolo delle attività antropiche: “i principali contribuenti all’aumento della concentrazione di CO2 sono l’utilizzo di combustibili fossili e la variazione d’uso del suolo” (pagine 2-10), “è estremamente probabile (dal 95% al 100%) che le attività umane abbiano causato più della meta dell’incremento misurato in temperatura a livello globale dal 1951 al 2010” (pagine TS-25). 

Queste considerazioni possono essere contestate a livello scientifico, ma rappresentano lo stato dell’arte della conoscenza raggiunta dalla comunità internazionale di esperti sul clima. Alcuni scienziati contestano, in toto o in parte, queste conclusioni. È certamente un loro diritto: la scienza non è dogmatica. Questi confronti avvengono, e devono continuare ad avvenire, all’interno delle istituzioni scientifiche, secondo i dettami del metodo scientifico.

Il Gruppo 2 dell’IPCC si occupa di questioni concernenti “la vulnerabilità dei sistemi socioeconomici e naturali ai cambiamenti climatici, le conseguenze negative e positive di questi cambiamenti e le possibilità di adattamento”. Dovrà pubblicare l’aggiornamento delle sue conclusioni durante la primavera del 2014.

Quali decisioni?

È proprio questo stato provvisorio del sapere che deve essere alla base delle decisioni politiche. Quali altre competenze possono aver maggior valore? Quali autoproclamatisi esperti indipendenti? Chi? Scienziati a titolo personale? Si aggiunga poi che nessuna accademia nazionale di scienze, ne alcuna società di climatologi contesta le conclusioni dei rapporti del Gruppo 1 dell’IPCC.

Ma il nodo della controversia sta proprio lì: ciò che sia meglio fare, non viene determinato dallo stato della conoscenza. Quindi, ad esempio, coloro che affermano la necessità di fermare la crescita o di adottare un’economia di decrescita e che sostengono che le loro scelte siano semplicemente la traduzione politica dell’attuale sapere scientifico sono dei cialtroni. Il sapere climatologico non detta un’economia di decrescita (o di crescita), non implica ipso facto l’energia nucleare (o il suo abbandono), l’eolico (o meno), eccetera. Decidere come e in che proporzione si debba combinare la lotta alle emissioni di CO2 con mezzi di adattamento ai cambiamenti climatici, o se sia meglio attendere prima di scegliere, è una decisione puramente politica, sostenuta dalla conoscenza scientifica, ma non deve esserne il naturale seguito, dato che la scienza non detta nulla.

L’IPCC, una miscela di generi

Da un certo punto di vista, l’IPCC presenta una miscela di generi che non può che nuocere alla sua reputazione. Mescolando all’interno della stessa istituzione dei comitati incaricati di affermare quale sia lo stato delle conoscenza climatica (Gruppo 1, ad esempio) e gruppi (Gruppo 3) che “valutano le soluzioni possibili per limitare le emissioni di gas ad effetto serra o attenuare in qualsiasi altra maniera le variazioni climatiche”, sembra un po’ tenere il piede in due scarpe (diagnosi scientifiche e soluzioni da mettere in opera). Come giustamente sottolinea il climatologo ed esperto IPCC, Hervé le Treut (si veda Le Monde: Le rapport du GIEC n’est pas catastrophiste, in francese): “Credo che per affrontare questo problema sia molto importante che la comunità scientifica giochi il suo ruolo di referente e di referenza. Questa deve sentirsi in dovere di parlare chiaramente, di mettere in allerta, ma sicuramente non di prevedere decisioni. Questo fa parte del processo di dibattito democratico e credo sia necessario prestare attenzione a mantenere una separazione tra la diagnosi e la presa di decisioni politiche che deve tenere conto di altri fattori”. Il fatto che l’IPCC abbia, nel 2007, accettato un Nobel per la pace al fianco di una figura politica, autore di un film caricaturale ed unilateralmente catastrofista riguardo al cambiamento climatico, non fa che illustrare quanta confusione vi sia all’interno di questa istituzione.

Le controversie sanitarie ed ambientali

Il paragone con altre controversie sovente al centro dell’attenzione mediatica è istruttivo sotto vari aspetti.

Prediamo gli OGM (Organismi Geneticamente Modificati, NdT): in Francia è stata istituita una struttura ibrida di esperti, sulla falsariga dei Gruppi dell’IPCC. Così all’interno del HCB (Alto Comitato per le Biotecnologie) coabitano un “Comitato Scientifico”e un “Comitato Economico, Etico e Sociale” (CEES) che comprende degli associati e dei rappresentati di sindacati ed associazioni professionali. Ne risulta una paralisi totale della conoscenza, che favorisce la deresponsabilizzazione dei poteri pubblici. Questi ultimi hanno così potuto far approvare al HCB delle moratorie prive di qualsiasi base scientifica, ignorando il parere degli stessi scienziati annegati in questa istituzione ibrida (si veda Mon810 : l’activation de la clause de sauvegarde n’est pas scientifiquement justifiée!, in francese). La tendenza sembra la stessa per l’ANSES (Agenzia Nazionale per la Sicurezza Sanitaria dell’Alimentazione, dell’Ambiente e del Lavoro), dove si possono trovare seduti in consiglio d’amministrazione dei rappresentati di varie associazioni come Robin des Toits, di France Nature Environment.

Per tornare all’IPCC, quante volte abbiamo letto o sentito dire che una data posizione politica, una scelta economica o una particolare visione della società sono basate su “conclusioni dell’IPCC”? Questo contribuisce alla “crisi di fiducia” che si sviluppa attorno all’istituzione. Come fa notare il climatologo Hervé Le Treut (si veda Le GIEC : comment rétablir la confiance?, in francese): “i risultati dell’IPCC sono utilizzati per prendere decisioni politiche, ma non sono delle prescrizioni politiche, anche se questo può creare confusione. A Copenhagen, questo confine è stato varcato ripetutamente…”.

Evidentemente serve coerenza tra il modo in cui si affrontano le cose e la necessità di non cambiare approccio a seconda del soggetto in discussione. Se si sceglie di fondare le decisioni prese sullo stato della conoscenza scientifica disponibile in un dato istante alla comunità di esperti, allora ci si deve appoggiare alle conclusioni del Gruppo 1 dell’IPCC. Ma si deve anche, al momento di prendere effettivamente la decisione, verificare con tutte le agenzie di esperti a livello mondiale, che non vi siano dei problemi sanitari noti o sospetti in merito agli OGM commercializzati o alle onde elettromagnetiche emesse dagli impianti di telefonia mobile.

È interessante notare come spesso, all’interno del dibattito politico, certi trattino i “dissidenti” come appartenenti a una congrega di “negazionisti al servizio di interessi occulti”, presentando – allo stesso tempo – i dissidenti in altre tematiche come delle coraggiose “voci d’allerta, impegnate in una giusta battaglia contro altri interessi occulti”! Questo avviene in base a criteri chiaramente ideologici, spesso accomunati dalla condotta delle attività Umane, in quanto opposte alla Natura. Generalizzando, questa “confusione di ordini” tra le diverse controversie trova regolarmente partigiani all’interno dei poteri politici, che preferiscono annegare le decisioni in competenze strumentalizzate, piuttosto che garantire la maggior indipendenza del sapere scientifico, assumendo di conseguenza la responsabilità della scelta politica proposta ai cittadini.

Che dibattito?

Certo, si può discutere di qualsiasi cosa. Della realtà del riscaldamento climatico, del carattere determinante delle emissioni di CO2, del ruolo delle attività umane, di progresso e decrescita, delle  scelte sul nucleare, oppure dell’energia solare ed eolica nel contesto del riscaldamento globale, del ruolo che potrebbe giocare il gas di scisto come sostituto del carbone, dell’uso – o meno – di sementi OGM per meglio adattarsi alle nuove condizioni climatiche. È sia opportuno che necessario discutere di questi argomenti.

Ma senza mescolare ruoli ed esperti:

  • Lo stato del sapere è affare dell’esperienza scientifica. Sarebbe ipocrita consentire che i cittadini possano o debbano prendervi parte, assistere, collaborare e contribuire (ma, beninteso, devono essere correttamente informati affinché possano, ove necessario, farsi una propria opinione). Il ruolo dei poteri pubblici è proteggere questi esperti da pressioni interessate; il ruolo delle istituzioni scientifiche è di separare sapere e dibattito a lungo termine, per permettere a sua volta la definizione d’un certo livello di consenso scientifico ove la politica ne abbia bisogno, e garantire la libera ricerca per valicare i limiti della conoscenza.
  • L’elaborazione e la presa di decisioni è affare della responsabilità politica. La responsabilità dei poteri pubblici è quella di far proprie questi problemi e assumere la parte di “scelta” nel processo decisionale, senza agghindarlo, attraverso comitati ibridi appoggiati all’esperienza scientifica, di prestigio scientifico per far si che questa sposi una scelta che cade fuori dal proprio dominio di responsabilità.

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