Abito bianco e cornetto rosso

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Se non si è particolarmente interessati ai matrimoni (né abituali frequentatori di certi canali a pagamento il cui palinsesto consta praticamente solo di tulle bianco), può essere molto sorprendente – e per certi versi illuminante – scoprire il vasto, complesso e sopra le righe mondo che circonda sempre di più l’evento. In particolare, è affascinante rendersi conto che, nonostante il passare degli anni se non dei secoli, certe tradizioni e abitudini non accennano a cambiare di un micron, ma anzi, si sono innervate fino a diventare praticamente una sorta di Statuto Universale delle Bridezille. Le superstizioni, ovviamente, giocano un ruolo di primo piano in tutto questo ambaradan: sui siti specializzati in argomenti matrimoniali, le spose si scambiano freneticamente casistiche aneddotiche sul tasso di avveramento delle varie credenze popolari e si assiste a volte a significativi cambiamenti di programma laddove la percentuale di successo sia ritenuta troppo alta.

Se è vero che il detto “Né di Venere né di Marte ci si sposa o si parte” è fra i meno rispettati, anche perché, a quanto pare, i costi di ristoranti, catering e affitti vari sono – specie in alcune zone d’Italia – sensibilmente più bassi nei giorni infrasettimanali, è altrettanto vero che in alcune regioni è ritenuto di cattivo augurio sposarsi di sabato, o nei mesi di maggio (tradizione antichissima, risalente fino agli antichi romani, che celebravano in questo mese la festa dei morti) e settembre (si dice “Sposa settembrina vedova o poverina”). Anche Novembre non è troppo ben visto, e genericamente il 17 non è il numero preferito dai futuri sposi (in pratica ci si può sposare in 5 possibili combinazioni di giorno+mese ogni anno).

Immarcescibile è la tradizione che impedisce allo sposo di vedere l’abito da sposa prima delle nozze, nonché agli sposi di vedersi l’un l’altro il giorno prima; qualcuno arriva ad estendere la superstizione anche alle scarpe e agli accessori della sposa, ma il nostro sospetto è che un futuro marito a malapena distinguerebbe un’acconciatura da un cavatappi. (La superstizione, peraltro, sembrerebbe risalire ai tempi in cui i matrimoni erano accordi fra famiglie e gli sposi non potevano vedersi affatto fino al momento del rito.) Ugualmente, è d’obbligo che la madre dello sposo lo accompagni all’altare prima che giunga la sposa, o inenarrabili saranno le sventure che si abbatteranno sui due futuri coniugi.

Si dice anche che non debbano essere indossate le fedi prima delle nozze (come si fa a misurarle?), così come non dovrebbero mai essere acquistate insieme all’anello di fidanzamento (almeno aspetta che abbia accettato la proposta). Le perle continuano a essere il gioiello più gettonato per la mala-sorte, anche se è concesso di aggirare il rischio che quelle regalate possano portare lacrime dando un obolo simbolico al donatore.

Superstizione poco nota è quella che richiede alla sposa di non guardarsi allo specchio con indosso l’abito delle nozze, bisogna quantomeno togliere un accessorio (ok, una sposa che non si guarda allo specchio non è superstizione, è fantascienza).

In Sardegna esiste una complicata usanza che prevede che, nel momento in cui gli sposi escono dalle rispettive abitazioni, le parenti più strette gettino ai loro piedi un piattino con fiori, riso e caramelle. Se il piatto non si rompe al primo colpo, porta sfortuna. La cosa può ripetersi anche sul tragitto del corteo che da casa dello sposo va a quella della sposa e di lì alla chiesa. La versione estrema richiede infine che gli sposi non puliscano i cocci, ma che questi rimangano per strade fino a che intemperie, macchine etc non li consumino e facciano sparire.
Il tragitto è un elemento importante anche altrove, da alcune parti si ritiene che incontrare un poliziotto, un medico, un giudice, un prete o una suora, un cieco porti sfortuna.

Per quanto riguarda il ricevimento, è d’obbligo per ogni invitato di mangiare la torta nuziale, pena la malasorte su di lui e sugli sposi (perché l’atto di una persona dovrebbe avere conseguenze su terzi non è dato sapere).

I barattoli attaccati alla macchina, così come il corteo a suon di clacson e le damigelle vestite in maniera sfarzosa, servono invece a confondere, spaventare e allontanare i coraggiosissimi spiriti maligni che allignano un po’ ovunque. Il riso lanciato all’uscita dalla chiesa o dal municipio, naturalmente, porta fecondità e fortuna.

Chi scrive pensava – con una puntina di sarcasmo – che la tradizione “Qualcosa di nuovo, qualcosa di vecchio, qualcosa di prestato e qualcosa di blu” fosse americana, a noi giunta attraverso la visione di troppi film e telefilm. Mentre la seconda parte è vera (perlomeno nel caso di chi scrive), la prima si è invece rivelata errata: la filastrocca infatti è di origine inglese, e risale alla seconda metà dell’800. La versione che conosciamo noi manca di una voce, in quanto la filastrocca completa prevede anche la presenza di una monetina da sei penny nella scarpa della sposa. Il blu invece è di derivazione ebraica, e simboleggia purezza e fedeltà. Non indossare questi accessori porterebbe sfortuna, ma l’aspetto superstizioso sembra in questo caso assolutamente secondario: si tratta ormai di una tradizione cui moltissime spose partecipano con divertimento, comprese le blasonatissime Lady Diana, Kate Middleton e Letizia di Spagna.

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